tutta la storia

(this article was originally posted on Alaska at Radio Popolare)

23rdJulyStandInAlexandria

(il Silent Stand del 23 luglio 2010 sul lungomare di Alessandria d’Egitto, uno dei tanti organizzati dalla pagina facebook We Are All Khaled Said coordinata da Wael Ghonim; questi flashmob avrebbero portato alla mobilitazione del 25 gennaio 2011 a Tahrir; foto tratta dall’album di @Zeinobia)

Lo si attendeva già dall’estate scorsa, ed è valsa la pena di aspettare. Poche ore fa è uscito per il mercato anglosassone per la Fourth Estate (e dovrebbe essere disponibile subito in traduzione italiana per Rizzoli, e in arabo, cioè nella versione originale in cui è stato scritto, il 28 gennaio, anniversario della prima strage di Tahrir) Revolution 2.0, il libro autobiografico di Wael Ghonim – classe 1980, ex executive di Google e ideatore della pagina facebook We Are All Khaled Said che con i flashmob silenziosi dell’estate 2010 sul lungomare di Alessandria d’Egitto mise in moto la complessa organizzazione anonima (o, come lo chiama Ghonim nel suo libro, lo tsunami digitale) che avrebbe portato centinaia di migliaia di persone in piazza Tahrir dal 25 gennaio, e diciotto giorni e molte centinaia di morti più tardi, alla inimmaginabile caduta di Mubarak. Ghonim trascorse in carcere di isolamento undici dei diciotto giorni della rivoluzione.

Fra meno di una settimana cade l’anniversario del #Jan25, fra tensioni a Tahrir e celebrazioni roboanti dell’esercito egiziano, che sta gestendo in modo impresentabile la transizione verso la democrazia consegnatagli undici mesi fa. Qualcosa di molto grosso potrebbe bollire in pentola, e vedremo che cosa accadrà nella piazza dopo la giornata simbolica del 25.  Negli ultimi mesi, salvo le inevitabili conferenze e interviste e qualche intervento scritto di alto profilo nei momenti di maggiore tensione, Ghonim si è tenuto in disparte, un po’ cercando di smarcarsi dal ruolo di celebrità della rivoluzione, un po’ perché sta di nuovo lavorando per creare un gruppo trasversale di pressione politica e alfabetizzazione digitale, un po’ appunto perché stava finendo di scrivere quella che scopriamo essere la sua giovane autobiografia. Il libro si apre, naturalmente, con la scena del suo arresto nei giorni di Tahrir e il primo pestaggio che subì dagli agenti di sicurezza prima di essere messo in isolamento.  Poi da lì fa un flashback al 2007 e racconta della prima volta che venne convocato dalla sicurezza segreta egiziana, cosa che gli dà l’occasione di raccontare la storia dei servizi segreti egiziani e della psicologia nazionale che hanno creato. Ghonim racconta del suo iniziale impegno online accanto al candidato alle presidenziali El Baradei, e poi per esteso tutto quello che nelle interviste restava relegato a mero titolo, dissipando le nebbie mitologiche sulla storia della pagina dedicata a Khaled Said – come si organizzò, cosa si dicevano i giovani che partecipavano ai flashmob aggirando la sorveglianza della polizia, come funzionava tecnicamente, e col grande merito di tradurre frammenti da un dibattito che si svolse soprattutto in arabo.  Ghonim racconta l’effetto della rivoluzione tunisina sui flashmob egiziani; rivela il ruolo che di dall’inizio ebbero nell’organizzazione del 25 gennaio gli ultrà delle quattro squadre di calcio del Cairo, a cui lui si appellò direttamente; come rientrò di nascosto  in Egitto dagli Emirati Arabi il 23 gennaio, lasciando la sua famiglia a Dubai; il sesto capitolo è interamente dedicato alla giornata di cortei del 25 gennaio, con una ricostruzione finalmente estesa del manifesto della convocazione, delle parole d’ordine e della strategia organizzativa. Nel settimo capitolo racconta i fatti del 28 gennaio e il suo arresto, nell’ottavo la sua detenzione bendato in isolamento, nel nono la sua liberazione poche ore prima della caduta di Mubarak. Per tutto il libro, Ghonim tiene un tono umile  e racconta con precisione soltanto i dettagli del suo ruolo diretto nella rivoluzione, dando finalmente respiro a racconti che finora erano stati relegati alla brevità dei tweet o delle interviste occidentali.  Ne esce un documento storico essenziale a capire cosa accadde nella parte più clandestina del #Jan25.

La canzone di oggi era “We take care of our own”, nuovo singolo di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

[audio:alaska 19 gen 12p.mp3]

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