traduzione del messaggio di Glenn Greenwald ai Frontline Club Awards

Glenn Greenwald: videomessaggio esclusivo per l’edizione 2013 dei Frontline Club Awards

traduzione di Alessandra Neve

Buonasera a tutti, ringrazio molto il Frontline Club per avermi invitato a parlare con voi questa sera, li ringrazio anche per avermi invitato a partecipare di persona: sarei stato felice di accettare e di essere lì con voi, ma il governo britannico e quello statunitense hanno dimostrato chiaramente di non essere in grado di tutelare i diritti umani fondamentali, ragion per cui non sono lì. Ma ci sono in spirito, e sono contento di avere comunque la possibilità di parlare con voi.

Un paio di settimane fa parlavo con Laura Poitras, la giornalista con cui ho lavorato sul caso NSA fin da quando, all’inizio di giugno, siamo andati assieme ad Hong Kong. Laura sta lavorando a un documentario su tutto quello che è accaduto in questi mesi, sia sulle nostre vicende che più in generale sul tema della sorveglianza e mi ha fatto notare una cosa molto interessante. Lavorando al montaggio del suo film si è resa conto che noi tre – io, lei e Edward Snowden – abbiamo passato tanto tempo a parlare di giornalismo e strategie dei media quanto ne abbiamo passato a parlare del problema della sorveglianza.

Sulle prime la cosa mi ha stupito ma poi pensandoci mi sono reso conto che ha senso, perché in effetti avevamo intuito molto presto, quando abbiamo deciso di lavorare su queste storie e di farlo nella maniera più aggressiva possibile, che i problemi del giornalismo sarebbero emersi con la stessa evidenza di quelli della sorveglianza. Sapevamo che avremmo suscitato un grande dibattito sulla relazione fra giornali e governi, fra coloro che si definiscono giornalisti e coloro che detengono il potere e sulle responsabilità e gli obblighi di chi vuole fare del vero giornalismo avversariale e investigativo.

Alla fine è andata proprio così: i dibattiti sulla natura del giornalismo e sul ruolo dei media nelle democrazie quanti sono stati tanti quanti quelli che hanno riguardato la libertà di Internet, la privacy e i modi per permettere a un governo di sviluppare in segreto un sistema di sorveglianza. E io penso che sia un bene, penso che fosse necessario discutere del ruolo del giornalismo.

Una delle ragioni per cui quel dibattito si è sviluppato, uno degli aspetti che ritengo più rivelatori di questi eventi recenti sta nel fatto che tradizionalmente, se un governo – o in generale le persone che detengono il potere – tenta di delegittimare e persino di criminalizzare un giornalismo genuinamente avversariale, prende di mira i giornalisti, li denuncia, li mette in galera ed elabora teorie strampalate sul perché quel giornalismo è pericoloso per lo stato e non può essere tollerato, tutto sommato ce lo si può aspettare. Chi detiene il potere normalmente detesta il giornalismo investigativo.

Thomas Jefferson, duecentocinquanta anni fa, ha detto che la cosa più importante per il benessere di una società basata sulla libertà e la ragione è la tutela della libertà di stampa, perché coloro che si comportano male quando sono al potere saranno sempre i primi a cercare di tacitare chi si batte per la trasparenza, e questa è una cosa che si può mettere in conto, ma quel che è diverso e rivelatore oggi nel Regno Unito e negli Stati Uniti è che non sono tanto i politici o i governi a dare il via alle campagne di delegittimazione e criminalizzazione del giornalismo investigativo quanto – e questo è sorprendente – altri giornalisti, o quantomeno attori televisivi che interpretano il ruolo di giornalisti o persone che si atteggiano a giornalisti sulla carta stampata e che si sostituiscono ai governi nel chiedere che il giornalismo sia criminalizzato.

Negli Stati Uniti la spinta a criminalizzare il lavoro che abbiamo fatto sulle attività di spionaggio dell’NSA e del GCHQ non è partita da membri del governo; sì, alcune figure autoritarie di estrema destra al congresso e altrove hanno sollecitato un’azione penale, ma chi ha dato risonanza al concetto è stato David Gregory, il conduttore di “Meet The Press” sulla NBC, una specie di maestro di cerimonie della Washington ufficiale, che durante un’intervista mi ha chiesto se ritenessi giusto o meno processarmi per il mio lavoro con il signor Snowden. Il giorno dopo Andrew Ross Sorkin, un reporter che copre Wall Street per il New York Times in maniera molto favorevole a Wall Street, durante il suo programma sulla CNBC ha detto che avrei dovuto essere arrestato, cosa di cui poi si è scusato, ma intanto ha contribuito a creare questa atmosfera nella quale l’idea di criminalizzare il giornalismo è diventata normale.

Quando poi il mio compagno David Miranda è stato trattenuto all’aeroporto di Heathrow, un giornalista esperto di questioni legali che lavora per la CNN e il New Yorker è apparso per due o tre giorni di fila in prima serata sulla CNN e ha definito David un “corriere”, sottintendendo un paragone fra l’attività di giornalismo, che David in effetti promuoveva e sosteneva attivamente, trasportando documenti utili per il nostro lavoro con il Guardian, e il traffico di stupefacenti e facendo implicitamente passare il concetto che il giornalismo e il giornalismo investigativo siano attività criminali.

E che siano dei giornalisti a chiedere per primi che il giornalismo sia criminalizzato senza che lo stato debba muovere un dito ci mostra quanto fortemente asserviti siano oggi i giornalisti, molto più bravi nel curare gli interessi del governo che nell’esercitare la loro funzione di vigilanza sul suo operato. Questa cosa è iniziata molto tempo fa: quando l’amministrazione Obama ha avviato un’indagine penale nei confronti di WikiLeaks per aver commesso atti di puro giornalismo – ricevere informazioni riservate da una fonte governativa e pubblicarle per informare il mondo di cosa i potenti stessero tramando nell’ombra (ed è l’esistenza stessa di quell’indagine a costituire una grave minaccia per la libertà di stampa) non solo la maggior parte dei giornalisti americani non ha obiettato, ma ha persino applaudito e chiesto a gran voce la testa di Julian Assange e di WikiLeaks per aver commesso il crimine di giornalismo. Quando un governo può indurre dei giornali non solo ad abdicare alla responsabilità di difendere la libertà di stampa ma persino a domandarne l’erosione, la situazione diventa molto pericolosa.

Anche Nel Regno Unito si sta verificando una forte aggressione alla libertà di stampa, paragonabile a quelle  che si verificano in paesi che noi occidentali siamo abituati a considerare autoritari, come l’Iran, la Russia o la Cina. A luglio il GCHQ si è introdotto nella redazione del Guardian e con coercizioni, pressioni e abusi ha costretto il Guardian a distruggere i propri computer e il materiale che contenevano, poi ha trattenuto il mio compagno in aeroporto ai sensi della legge antiterrorismo con l’accusa di trasferire materiale giornalistico fra due reporter che lavorano per un giornale prestigioso. Non solo il GCHQ ha confermato che è in corso un’indagine penale contro il crimine di giornalismo ma ha difeso il proprio operato in base al Terrorism Act, e intende portare delle persone in tribunale sulla base dell’equazione terrorismo-giornalismo, sostenendo che la pubblicazione di queste storie favorisce il terrorismo o addirittura rappresenta un atto di terrorismo in sé. Il Regno Unito abusa del proprio potere sostenendo l’equazione giornalismo-terrorismo e l’interrogazione presentata in parlamento a carico del Guardian vuole determinare se il giornale abbia o meno commesso dei crimini esercitando l’attività di giornalismo.

Quindi abbiamo una storia, quella dell’NSA, che ha suscitato un dibattito a livello mondiale e la cui fonte, Edward Snowden, è considerato un eroe in molti paesi ed è stato premiato per la sua attività di whistleblower mentre giornali e giornalisti che hanno lavorato alla storia, Guardian incluso, hanno ricevuto ogni sorta di prestigioso premio giornalistico per il lavoro che stanno facendo. Tutto ciò è riconosciuto come giornalismo in tutto il mondo, tranne che negli Stati Uniti e nel Regno Unito, e specialmente nel Regno Unito, che sempre di più e con maggior vigore abbraccia la teoria secondo cui portare alla luce le malefatte delle maggiori potenze mondiali sarebbe non tanto giornalismo quanto un’attività criminale, se non addirittura terroristica.

Penso che da molti anni la libertà di stampa in occidente non fosse tanto a rischio e credo che quando noi, a Hong Kong, abbiamo pensato che questa storia riguardasse in egual misura i temi del giornalismo e della sorveglianza fossimo nel giusto, anche se nessuno di noi aveva previsto che gli attacchi portati a questo tipo di giornalismo sarebbero diventati tanto radicali ed estremi, e spero che tutti coloro che credono nella libertà di stampa, che ne capiscono il valore e la apprezzano sentano il bisogno di difenderla, non solo in questo caso, ma in tutti i casi in cui i suoi fondamenti sono minacciati.

Di nuovo grazie per essere intervenuti questa sera e per avermi ascoltato, e di nuovo grazie al Frontline Club per aver organizzato questo evento e avermi invitato a parlare.

 

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