The Artist

(this article was originally posted on Alaska at Radio Popolare)

In un momento di relativa calma nella situazione egiziana, oggi si riunisce per la prima volta il consiglio appena eletto della Shura, si vanno definendo le date per la presentazione dei candidati alle presidenziali e ieri ha tenuto la sua prima conferenza stampa Khaled Ali, che sarà il più giovane candidato alla presidenza nonché il candidato laico sostenuto da molte delle formazioni giovanili e rivoluzionarie. Proseguono le tensioni nel sud del Sinai, dove le proteste dei beduini nei confronti del governo centrale sfociano spesso in sequestri-lampo di comitive di turisti stranieri, la situazione economica continua a peggiorare, si è aperta l’inchiesta sulla strage allo stadio di Port Said, mentre il nuovo parlamento temporeggia, impegnato in alcune discussioni di basso profilo come il possibile divieto sulla pornografia online (del tutto teorico). Intanto gli attivisti online discutono preoccupati soprattutto di una nuova aggressione ai copti avvenuta giorni fa in un quartiere del Cairo – più o meno fomentata ad arte come già in passato – e continuano a produrre iniziative sul campo. Mahmoud Salem (@sandmonkey) ha aperto una nuova “casa” per i graffitisti e l’arte di strada sbocciata dopo la rivoluzione, e si continua a lavorare per il rafforzamento della rappresentanza sindacale dei lavoratori. Nelle prime file di questo movimento, come sapete, c’è Hossam el Hamalawy, classe 1977, uno dei blogger e reporter più influenti della rivoluzione egiziana, oltre che uno degli straordinari fotografi fioriti nel movimento di piazza Tahrir. A ventitre anni, Hossam era stato detenuto dalla polizia segreta di Mubarak e torturato in carcere.  Subito dopo la caduta di Mubarak, un enorme gruppo di giovani invase il quartier generale della sicurezza segreta egiziana per mettere in salvo i documenti e i dossier che gli agenti stavano distruggendo. Fotografarono tutto, sequestrarono molti documenti per consegnarli a un giudice civile (fra cui il dossier su Khaled Said) e fotografarono le montagne di documenti già distrutti, fatti a striscioline e accumulati negli angoli per essere bruciati. Per qualcuno quella fu anche l’occasione per rivedere le celle in cui era stato detenuto, interrogato e torturato, e Hossam era fra quelli. Quel giorno twittò: “Sono entrato nel piccolo edificio in cui ero stato rinchiuso. Ancora non riesco a crederci… Molti intorno a me stanno letteralmente piangendo. Non riusciamo a trovare la stanza degli interrogatori, qui è come una fortezza”. Da quel giorno ha fatto partire una campagna per la denuncia e la documentazione delle identità dei torturatori (qui l’articolo del Washington Post che raccontava quel lavoro). Militante dei Rivoluzionari Socialisti egiziani, Hossam si occupa in particolare dei sindacati indipendenti (dall’inizio della rivoluzione ne sono nati più di 120), e l’anno scorso ha ricevuto il premio Anna Politkovskaja al Festival di Internazionale a Ferrara. Su Twitter lo conoscete come @3arabawy. Con lui completiamo un primo quadro di interviste sul Cairo cominciato con @sandmonkey e proseguito con Gigi Ibrahim, Alaa Abdel Fattah e Ahmed Maher del movimento 6 aprile. La nostra Laura Cappon ha incontrato Hossam el Hamalawy pochi giorni fa in un caffè del Cairo, e parla con lui di come è nato il suo impegno politico, dell’esperienza con i socialisti rivoluzionari, del fallimento dello sciopero generale dell’11 febbraio, del meccanismo di integrazione fra social media e media tradizionali, e della dittatura militare che sta gestendo la transizione.

La canzone di oggi era “Danse Carribe” dal nuovo album di Andrew Bird

Ecco la puntata di oggi:

[audio:alaska_28_02_2012.mp3]

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