“Su Alaa”, di Omar Robert Hamilton

Omar Robert Hamilton per Mada Masr (qui l’originale)

giovedì 2 gennaio 2014, ore 12.27

“Su Alaa”

Andavamo al mare, in spiaggia, d’estate. Un anno c’erano solo ragazzini. Un campeggio digitale, o qualcosa del genere, non me lo ricordo. Era l’estate che è uscito “Independence Day”, il 1996. Io ero seduto sul pavimento, a guardare il trailer, quando la finestra è andata in frantumi. Schegge di vetro si sono sparse dappertutto e sono scivolate lungo il pavimento. All’altro capo della stanza, in mezzo al disastro, c’era Alaa, che rideva, con il sangue che gli sgorgava dalla gamba. Era stato così preso da un qualche gioco che aveva camminato dritto contro una porta a vetri. Manal, la nuova ragazza, marcava il territorio facendogli da infermiera. Avevano 14 anni, e stanno insieme da allora.

Le metafore abbondano.

E’ il 31 ottobre del 2011, quindici anni dopo, e una folla di migliaia di persone sta chiamando il nome di Alaa. Marciamo attraverso downtown lasciando sul nostro cammino una traccia di graffiti di avatar di “@alaa”.  Leviamo le nostre mani e le nostre voci e i nostri canti risuonano della rabbia che stava montando fin dal dal tradimento del saluto del generale Fangary.

clap clap clap clap

Horreya!

clap clap clap clap

Libertà!

Riempiamo la strada fuori dal carcere di Bab el-Khalq. Alziamo il dito medio verso gli uomini coi baffi e la sigaretta che ci guardano dal tetto. Riempiamo la notte con un rumore che siamo certi raggiungerà Alaa nella sua cella nascosta dietro le mura. La minuscola cella gelata in cui è pigiato con altri otto prigionieri. E’ buio pesto. E quando finalmente sorge il sole, illumina il giorno dell’esecuzione di un precedente prigioniero.

Siamo sopraffatti dalle lacrime.

Le nostre voci non lo hanno raggiunto.

Un mese dopo siamo seduti fuori dal carcere di Tora. Decine di famiglie attendono ai cancelli. Un carretto trainato da un cavallo gira intorno ai muri della prigione, trasportando un coro di bambini che cantano “l’esercito e il popolo sono una sola mano”. Mona è seduta sul marciapiede a scrivere una lettera per suo fratello. Manal è incinta di nove mesi. Essere un cugino con un nome strano mi fa contare poco; le guardie non mi lasciano entrare.

“Sassi”, ha detto. “I sassi sono stati lo strumento più importante [dei 18 giorni]”.

Non era quello che alla conferenza tecnologica RightsCon di San Francisco si aspettavano di sentire quando avevano invitato un blogger egiziano a tenere un discorso. Tre giorni dopo Alaa sarebbe volato in Egitto per consegnarsi al procuratore militare. Sassi e parole. Tutto quello che abbiamo mai avuto con cui combattere.

La prima volta che ho visto Alaa a Tahrir, marciava verso il Museo con le braccia piene di sassi. La Battaglia dei Cammelli. Come tanti di noi, non aveva una buona mira, ma come tanti di noi, era lì, a lanciare tutto quello che aveva oltre le barricate, verso l’ignoto.

Nove giorni dopo, in quella stupida, gioiosa serata, mi dice che lui e Manal torneranno a vivere al Cairo, che metteranno su famiglia, e che il loro figlio prenderà nome dai caduti – Khaled o Sally. Si erano trasferiti in Sudafrica per concentrarsi sul loro futuro come sviluppatori di software. Hanno abitato lì per quasi due anni, prima della rivoluzione. Avevano un gatto, una macchina, aria pulita. Una vita da mettere in valigia. Per il nuovo Egitto che chiamava. Il nuovo paese che chiamava i giovani e le loro idee e il loro idealismo.

La polizia ha sparato a un ragazzo e lo ha ucciso, fuori da un teatro, il 28 giugno del 2011. Nel giro di poche ore, via Mohamed Mahmoud stava bruciando. Quella notte ha visto la prima battaglia importante contro la polizia da quando questa si era ritirata dalle strade cinque mesi prima. Vengono tracciate le linee di battaglia – ritmi e routine che ci diventeranno troppo familiari. “Selmeyya” (“in pace”) è ancora una parola nel vocabolario della rivoluzione, e a volte si riesce a trattare una tregua.

Gruppi di uomini posano le pietre e intrecciano le braccia per formare catene attraverso la strada per rimandarti verso la piazza. Catene per mettere le redini all’incontrollabile, per calmare l’insaziabile. Catene che delimitano la rivoluzione, che la trattengono dall’esprimersi con la massima forza – qualunque cosa porti. Catene che tutti abbiamo formato. La conversazione difficile lasciata perdere, la telefonata a cui non abbiamo risposto, la fotografia a cui abbiamo messo un “like” invece di viverla. Quella notte, Alaa cercò di spezzare quelle catene, di impedire che si formassero. Non voleva essere trattenuto dai pacificatori. Cercò di aprire un varco per i ragazzi che erano dietro di lui, spingendo e discutendo con gli uomini che intrecciavano le braccia. Sapeva che i nostri momenti di forza incontenibile erano irregolari e imprevedibili e che andavano usati al massimo del loro potenziale. Se una rivoluzione diventa la polizia di se stessa, è ancora una rivoluzione? Quando una rivoluzione parla della legge, comprende la propria natura? Quella volta, come ogni volta, la pace è stata rotta da una cartuccia di gas lacrimogeno.

Cinque mesi dopo, quelle stesse catene sarebbero comparse di nuovo attraverso Mohamed Mahmoud, adesso fatte dall’esercito e dai Fratelli Musulmani. L’esercito ha portato dei blocchi di cemento e dei carriarmati. I Fratelli Musulmani hanno portato squadre di uomini. In gruppi di venti persone si sono disposti lungo la via e con pesanti sbarre di ferro hanno respinto indietro la folla furiosa, verso Tahrir, e lontano dalla vera sfida che avevano davanti. Cantando per tutto il tempo che “la rivoluzione è nella piazza”.

Le elezioni parlamentari dovevano cominciare il giorno dopo, e alla prima grande battaglia dopo i 18 giorni bisognava mettere fine in qualche modo.

O si vince o si perde.

E’ il 9 ottobre del 2011. La Corniche, stasera, è illuminata da una macchina incendiata, e l’aria intorno a Maspero vibra.

Scendete per le strade, dice il nuovo conduttore televisivo.

I cristiani stanno attaccando l’esercito.

Scendete per le strade e proteggere l’esercito, dice lo stato.

Ventinove altri nomi si sono aggiunti alla lista dei martiri. Ventinove corpi vengono portati all’Ospedale Copto, dove per 40 ore, gli amici di Mina (Daniel) si battono. Si battono per l’eredità dei caduti e il loro posto nella storia. Lottano contro il giudice corrotto e il prete tradizionalista e la sepoltura accelerata. Lottano contro il caldo che aumenta per impedire la putrefazione dei corpi. Lottano per una dignità nella morte. Due giorni in compagnia di una morte misericordiosa e di una vergogna senza misericordia. Perché, mio signore, la maggior parte dei nostri martiri sono poveri? Come fanno, le armi e i blindati, a distinguere? Il sangue è lo stesso e la tomba è la stessa eppure il martirio ci respinge ogni volta da capo. L’Egitto è esigente; sceglie solo i migliori fra noi, e ha scelto Mina Daniel. Senza di lui non ce l’avremmo fatta, all’obitorio.

Si battono, e vincono, ottengono l’autopsia, il certificato del coroner; le parole con le quali continuare a lottare. Erano queste le parole, l’azione, la presa di posizione che non potevano essere tollerate. Viene emesso un mandato d’arresto. Le accuse comprendono quella di aver strappato delle portiere dai blindati. Di aver gettato carichi di armi nel Nilo. Omicidio. Alaa è tornato dall’America per affrontare queste accuse. Per affrontare l’assurdità. Non ha voluto rispondere alle domande di un tribunale militare, a un giudice militare. Si sarebbe lasciato processare solo da un giudice civile. E’ andato al C28 per spiegare la sua posizione e non ne è più uscito.

Il clamore nel mondo è stato enorme. I media erano incendiati. Le strade si sono riempite.

Cinquantacinque giorni dopo, è Natale. Sono a Londra, a fare i bagagli per portar via gli ultimi resti della mia vecchia vita, a fare scatole di libri da spedire al Cairo, quando mi arriva la notizia: Alaa è stato liberato.

Sono passati esattamente due anni e sono in piedi fra quei libri, a pensare di nuovo ad Alaa. Tiro fuori una manciata di titoli, “A People’s History of the United States”, “Resistenza popolare in Palestina”, “Tutte le poesie di John Milton”. Libri che vorrei avere con me se fossi in carcere. E’ il 25 dicembre del 2013 e il ventisettesimo giorno dell’attuale incarcerazione di Alaa, la terza. Dicono che oggi mi lasceranno entrare. Non lo fanno.

Aspetto fuori, nel fiume di sporcizia che circonda la prigione. Qualcosa mi si posa sulla spalla. Un passero si è seduto di me. Per un attimo sono in Palestina, al checkpoint di Qalandia, il cielo sezionato dal filo spinato e da improvvisi scoppi di voli di uccelli in quella loro sacra libertà che ci fa impazzire.

Poi se ne va. E io torno a fumare le sigarette che rendono solo la vita peggiore.

Gli altri escono dopo un’ora. Attraversano la strada venendomi incontro, i libri sono rimasti dentro. Non so se li avranno fatti passare. Parole, sassi e corpi. Contro i fucili, i carriarmati e le mura delle prigioni. Non dimenticheremo mai il 2011, l’anno in cui, per un attimo, le parole sono sembrate più forti. Saremo mai in grado di perdonarlo?

Quello che fu il più forte degli anni si era chiuso con Alaa in piedi fuori dai cancelli, ancora con l’uniforme da carcerato, che parlava a una selva di telecamere:

“Adesso il giudice incriminerà il [generale] Hamdi Badeen o no? Questa è la domanda. La rivoluzione sarà compiuta quando Hamdi Badeen si metterà le dita nel naso in una cella e una bombola di gas per cucinare costerà cinque pound… Yalla, andiamo avanti con la rivoluzione.” Khaled, il simbolo di un momento di speranza, è in braccio a suo padre. Soltanto 17 giorni prima Alaa lo aveva stretto per la prima volta:

Mezz’ora in cui non ho fatto altro che guardarlo. E cosa dire di mezz’ora in cui l’ho cambiato? O mezz’ora in cui ho giocato con lui? O mezz’ora in cui mi racconta della scuola? Mezz’ora in cui discutere con lui se debba andare in manifestazione? Mezz’ora per fargli un discorso calmo sulla rivoluzione e su come ci libererà tutti? Sul pane e la libertà e la dignità e la giustizia? Mezz’ora in cui sentirmi fiero che mio figlio sia un uomo coraggioso che porta la responsabilità di un paese prima ancora di avere l’età per portare la responsabilità di se stesso? Quanta felicità in mezz’ora come quella? In quell’ultima mezz’ora che il padre di un martire ha trascorso col proprio figlio?

Quante altre mezz’ore vi verrano rubate? La notte scorsa ho sognato che Khaled era felice e parlava e sorrideva di nuovo. Ma come la mia vita da sveglio è piena di tristezza, così i miei sogni sono pieni di violenza. Non ci vuole molto perché le scene familiari, il panico, i nascondigli, la morte che domina la notte prenda di nuovo il sopravvento. Uscito di prigione da cinque minuti e già invoca l’arresto di un generale? Temo il peggio, Alaa. Temo il peggio. L’onda inarrestabile che ci ha trascinato tutti tre anni fa si è ritirata, lasciando l’avanguardia ad annegare.

Quella sullo “scenario da incubo” era diventata una conversazione abituale in quelle fredde sere fuori dal Palazzo Presidenziale nel dicembre del 2012: il colpo contro il nuovo presidente islamista, la sollevazione armata, la riposta dell’esercito, il ritorno assoluto della polizia. Il palcoscenico era pronto. Ma io non avevo previsto una svolta così rapida, così brutale verso il fascismo quotidiano. Quanto rapidamente sarebbe diventato normale per una popstar chiedere l’esecuzione dei Fratelli Musulmani senza processo. Per le linee telefoniche da caccia alle streghe vibrare di vendette personali. Le onde radio pulsano di una sete di sangue che non si riesce a spiegare.

Alaa è stato preso a casa sua il 28 novembre. Truppe in borghese hanno fatto irruzione nella sua casa. Quando Manal ha chiesto di vedere un mandato, è cominciato il pestaggio. L’ultima cosa che ha visto Alaa mentre veniva trascinato fuori di casa sono stati cinque uomini che schiaffeggiavano sua moglie. Khaled dormiva nella stanza accanto. Suo padre ha passato la notte sul pavimento di una cella, gli occhi bendati da uno straccio sporco, le mani legate dietro la schiena. L’accusa principale nei suoi confronti: aver organizzato una manifestazione. Una manifestazione fuori dal Consiglio della Shura che è stata attaccata dalla polizia con idranti e lacrimogeni, e da uomini in borghese con i passamontagna neri. Cinquanta persone catturate in cinque minuti. Dopo che sono state rilasciate le donne, gli avvocati, i giornalisti e i ragazzini con qualche aggancio, sono rimasti 24 uomini. Andranno sotto processo con Alaa – accusati di: aver partecipato a una manifestazione. La data non è ancora stata fissata, ma verranno processati da un tribunale criminale, un tribunale che può emettere sentenze più lunghe di quelle che affronteranno i poliziotti accusati di aver gasato a morte 37 prigionieri. Le giovani donne che a tutti gli effetti hanno organizzato quella manifestazione ne hanno rivendicato pubblicamente la responsabilità e hanno cercato di consegnarsi, ma sono state ripetutamente ignorate.

Dov’è la tempesta di fuoco? Dov’è la rabbia?

Nel 2011 capitalizzare sulla presa di posizione di Alaa aveva fatto comodo a molti. I Fratelli Musulmani avevano mandato degli avvocati, Hamdeen Sabbahi si era sfogato di cuore al telefono con Yosri Fouda, i liberal avevano disapprovato. Nel brutto gioco elettorale c’erano dei punti da vincere contro l’esercito indebolito e ancora qualche omaggio da prestare alla “gloriosa” rivoluzione che aveva dato un’occasione ai politici. Tutto questo è finito. Lo Stato continua la sua ascesa e ogni dissenso viene liquidato come islamista o irrilevante. Questo non avrebbe dovuto renderci deboli come siamo. Non abbiamo mai avuto bisogno dei Fratelli Musulmani o di Hamdeen o della simpatia dei media per provare a cambiare le cose. Abbiamo sempre saputo che non erano quelli i nostri veri amici. Non ne abbiamo avuto bisogno a metà del 2011 quando lo SCAF e l’esercito sembravano ancora intoccabili. Ma, depresso, confuso e consumato dagli inesorabili orrori del 2013, il pubblico dissenziente dell’Egitto un-tempo-nuovo si è ammutolito e sta come un toro con la schiena piena di spade, ad attendere la fine di un gioco che solo adesso capisce essere sempre stato truccato. Ci stanno mettendo alla prova, e hanno visto che siamo indeboliti. Quando hanno scoperto che potevano arrestare e trattenere Alaa senza che si ripetesse la rabbia del 2011, hanno incarcerato Ahmed Maher, Ahmed Douma e Mohamed Adel. Tre anni a testa per aver manifestato. Sono stati emessi mandati di arresto per Hassan Mostafa e Maheinour al-Masry, attivisti chiave di Alessandria. Sherif Farag, conservatore architettonico, è chiuso in carcere con l’accusa di aver bruciato una chiesa, rapinato una banca e commesso un omicidio alla vigilia della sua festa di fidanzamento. Alcuni giovani che stavano discutendo di politica in un’ahwa sono stati tutti arrestati. I giornalisti vengono trascinati fuori dalle loro stanze d’albergo e chiamati terroristi. Il Centro Egiziano per i Diritti Economici e Sociali ha subito una retata, i suoi avvocati sono stati detenuti e picchiati. Alaa Abd El Fattah, per questo stato, è un simbolo. Un simbolo di tutto ciò che loro non capiscono della gioventù rivoltosa, nervosa, infiammabile di questo paese. E finché possono tenere lui in prigione, nessuno è al sicuro. Ce ne saranno altri. L’inverno è arrivato.

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