si ya es un mùsico polìtico

E’ quasi autunno, diluvia, e non mi aspettavo di rivedere così presto la “repubblica della coscienza”. Il 12 settembre Springsteen sale sul palco con la E Street Band per la prima volta a Santiago del Cile, a quarant’anni esatti dal golpe di Pinochet. Ci chiediamo in tanti quanto sarà precisa la messa a fuoco della sua lente politica – infallibile a casa, più cauta all’estero. Dopo una scaletta compatta di canzoni di lotta e di lavoro, tornando sul palco per l’ultima lunga manciata di bis parla in spagnolo. Del viaggio in Argentina del 1988 con Amnesty International, delle famiglie dei desaparecidos e del dispiacere per l’incontro mancato allora col Cile. Poche parole, piccole chiavi sufficienti a schiudere il cuore di quelli che sono lì e di tutte le persone di buona memoria che domani lo vedranno in remoto da ogni parte del mondo. Una piccola cosa scritta con cura in inglese e fatta tradurre in spagnolo, letta con difficoltà dal leggio, al buio, con la sagoma di Nils Lofgren appena più indietro, che si prepara sulla sua chitarra spagnola. Rapido, Bruce passa dal ricordo a una dichiarazione d’intenti: “si ya es un mùsico polìtico…”. Il dubbio e la domanda a cui ha risposto senza esitazioni ogni giorno negli ultimi dieci anni – la strada che oggi riconosce predestinata, genetica, strutturale alla ragione stessa per cui suona e continua a suonare – la coerenza del passato che lo sostiene proiettandogli davanti ponti invisibili. “Si ya es un mùsico polìtico, Victor Jara…” Fa una pausa. Lo stupore del pubblico quando pronuncia quel nome, il nome del cantautore torturato allo stadio di Santiago, assassinato cinque giorni dopo il golpe, scaricato in un fosso, le matrici dei suoi dischi bruciate nel vano tentativo di cancellarlo dalla faccia della terra. “Si ya es un mùsico polìtico, Victor Jara… continúa siendo una gran inspiración. Es un regalo estar aquí y lo tomo con humildades”.

Victor Jara, membro come Pablo Neruda del partito comunista cileno, come Violeta Parra un testimone, un portatore di musica, guardiano di una di quelle “porte” che Bruce in questi anni ha provato l’irrefrenabile impulso di schiudere. Una porta, come Woody Guthrie e Pete Seeger, che si apre sulla raccolta della memoria folk, della canzone contadina e della canzone di protesta, la canzone popolare recuperata e proiettata in un futuro immaginato come “Nueva Canciòn Chilena” – così organica, in quegli anni, a una ricerca internazionale che non aveva confini, incentrata sulla canzone che si può cantare per strada, che accompagna la fatica del lavoro, la cui ritmica possa essere fatta con le mani, da cantare insieme. Una canzone che si tramanda assumendosi una responsabilità pubblica e imprimendole continui aggiornamenti. Una canzone che se trattata con rispetto “sarà sempre nuova”.

E così, inseguendo il filo ereditario che lo unisce a Victor Jara e alla “stirpe” di cui sente di far parte, a Santiago del Cile Bruce intona “Manifiesto”, dichiarazione d’amore per la chitarra “trabajadora”, per un suonare al servizio del sogno e non per la propria gloria personale, chitarra leggera come una colomba, che porta l’odore della primavera. Stranamente, il testo candido di Jara – un candore che oggi mi stringe il cuore perchè è troppo facile trovarlo retorico – si tinge di una cupezza e di un dolore immensi. Ancora una volta, Bruce srotola il gomitolo rosso di quella stirpe, portando il suo pezzetto di filo fra le dita, sicuro della continuità, inoltrandosi nel buio con il suo fiuto sciamano, e canta sì la storia di un sogno, l’utopia di un singolo musicista, ma allo stesso tempo ne canta il ruolo e il lavoro, e ne canta – e rivede – l’assassinio. Nato nel paese che investì milioni di dollari perché la CIA fermasse Allende, a 64 anni canta della “striscia di terra” come se fosse il suo stesso paese, e in verità lo è. Lo è perché esplora profondo il cuore della chitarra che è “corazon de tierra”. Lo è perché pronuncia il nome di Violeta innalzandolo lentamente a un intero orizzonte – sicuro, ammirato, di chi sa molto bene di cosa si sta parlando, Violeta un’altra porta di memoria dagli inneschi infiniti; e poi la tromba di Curt Ramm fa un’incursione di una malinconia lancinante – e Bruce infine vola, sulla “canciòn nueva”.

La musica sa fare molte cose, tutte abbastanza mirabili, anche le più piccole e leggere. I suoi superpoteri vanno tenuti da conto per le grandi occasioni. Ma per essere pronti a quella volta in cui li si userà, bisogna averli praticati, conoscerli, averli esplorati con una lanterna ossessiva, e saperli maneggiare, evocarli come spiriti, e crederci senza condizioni. E Bruce ha questo, la capacità quasi soprannaturale di discendere nelle tenebre, di far respirare talismani polverosi, di indossare i panni di un altro uomo facendone se stesso, di trasferirsi in un altro tempo rendendolo adesso. Chiude gridando al microfono “Jara vive!”, e attacca “We are alive”, la festa gotica dei morti che danzano sulla stessa terra dei vivi.

2 Comments si ya es un mùsico polìtico

  1. laura

    mi era sfuggito, questo intenso post. è esattamente ciò che ho pensato anche io, mesi fa.
    lo prendo come talismano per il nuovo anno.
    auguri, Marina.

    Laura @FabFIve

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