“questo problema di nome Twitter”

(this article was originally posted on Alaska at Radio Popolare)

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(un grande classico di Tahrir, e poi delle Acampadas e di Zuccotti Park – la proposta di matrimonio in piazza – si ripete a Taksim, Istanbul)

Sono parole di Erdogan, dopo le prime cariche violentissime della polizia turca contro i manifestanti che occupavano il Gezi Park di Istanbul e piazza Taksim. Radio Popolare vi sta raccontando cosa succede nelle piazze e nelle strade turche da quattro giorni, e sull’account Twitter di Alaska trovate la lista pubblica di corrispondenti, inviati e citizen journalist a Istanbul e Ankara che ho preparato in questi giorni per voi.
I ponti telefonici sono già pronti nel caso le autorità turche dovessero far sospendere i servizi, e nelle modalità di passaparola, simboli, canti, organizzazione, pulizie collettive, messaggi e rituali, Occupy Gezi ricalca – senza nulla togliere alle differenze della situazione politica e culturale – il modello partito da Tahrir ed esportato in tanti altri paesi. La trasversalità dei social nella possibilità di organizzare dal basso, e di bypassare – anche se talvolta caoticamente – il silenzio della stampa locale, intimorita dalla censura – si materializza di nuovo per le strade. Oggi vi propongo alcuni materiali sull’utilizzo dei social per le proteste. Qui la tecnosociologa turca Zeinep Tufekci (che già dal 31 maggio ci ha allertato sulla situazione ad Istanbul) con un post che racconta anche la grande tradizione di mobilitazione in Turchia e i punti differenti ed essenziali di quella in corso – post di cui Roberta Aiello per ValigiaBlu ha prontamente fornito la traduzione in italiano; qui un’analisi accademica per AlJazeera, qui Andrea Iannuzzi col contributo di Fabio Chiusi.

La canzone di oggi era “We are alive” di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

[audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_04_06_2013.mp3]

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui

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