“Gli informatori e le minacce di indagine del governo” di Glenn Greenwald

Nessuna democrazia sana può sopravvivere se chi detiene il potere mantiene segrete le decisioni più importanti e non ne risponde ai cittadini

Glenn Greenwald

guardian.co.uk, Venerdì 7 giugno 2013 13.04 BST

Dopo la notizia di mercoledì sulla massiccia operazione di raccolta di dati telefonici da parte dell’NSA ieri ne è seguita un’altra, sull’accesso diretto dell’NSA ai server delle principali aziende di servizi online del mondo. Non ho tempo ora come ora di occuparmi di tutte le ricadute perché – per usare una bella frase non mia* – guardo avanti, alle prossime rivelazioni (ce ne saranno prestissimo) anziché indietro, a quelle che sono già state fatte.

Voglio però mettere in chiaro due cose. Una riguarda gli informatori, l’altra riguarda le minacce di indagine che arrivano da Washington.

(1) Fin dai tempi in cui l’amministrazione Nixon si è introdotta nello studio dello psicanalista di Daniel Ellsberg, il governo americano ha utilizzato la tattica di attaccare e demonizzare gli informatori per distogliere l’attenzione dalle proprie malefatte e di minare la credibilità dei messaggeri per fare in modo che il pubblico ne ignorasse il messaggio. Senza dubbio ci proveranno anche questa volta.

Dirò di più a questo proposito fra breve, ma per il momento, dato che questi atti di delazione sono condannati sempre più duramente (“riprovevoli” li ha definiti ieri James Clapper, il Direttore dell’Intelligence nazionale), fermiamoci a considerare le varie opzioni a disposizione di una persona che abbia accesso a un gran numero di documenti classificati come “Top Secret”.

Potrebbe facilmente arricchirsi vendendo i documenti a servizi di intelligence stranieri in cambio di ingenti somme di denaro. Potrebbe cercare di nuocere al governo degli Stati Uniti mettendosi al servizio di un paese straniero e fornendogli sottobanco i documenti. Potrebbe arbitrariamente rivelare l’identità di agenti sotto copertura.

Nessuno dei delatori indagati dall’amministrazione Obama nel corso della sua recente campagna di persecuzione ha fatto nulla di tutto ciò: nemmeno uno di loro. Né lo hanno fatto i responsabili delle rivelazioni di questi giorni.

Non hanno agito per proprio tornaconto. Anzi, sono andati incontro a sacrifici e a gravi rischi personali per una ragione di ordine superiore: fare in modo che i cittadini fossero consapevoli di quello che il governo sta facendo a loro insaputa. Il loro obiettivo è di educare, democratizzare e responsabilizzare coloro che detengono il potere.

Le persone che agiscono in questo modo sono eroi. Sono l’incarnazione dell’eroismo. Lo fanno sapendo esattamente quale sarà la reazione del governo più potente del pianeta nei loro confronti, ma non se ne curano. Non traggono alcun beneficio dalle loro azioni. Non voglio banalizzare troppo: le persone sono complicate e ognuno agisce secondo molteplici motivazioni. Ma leggete questo straordinario saggio scritto dall’esperto di sicurezza dell’Atlantic, Bruce Schneier, sulle rivelazioni di questa settimana e capirete perché questi gesti coraggiosi sono tanto importanti. Coloro che hanno il coraggio di compierli, raramente ne traggono beneficio. Siete voi a trarne beneficio. Vi fanno scoprire quello che dovreste sapere e che invece vi viene tenuto nascosto: le decisioni più importanti che vengono prese da coloro che detengono il potere e il modo in cui tali decisioni influiscono sulla vostra vita, il vostro paese e il vostro mondo.

Durante la campagna elettorale del 2008, Obama dichiarava che “spesso la migliore fonte di informazioni sugli sprechi, le frodi e gli abusi commessi da un governo è rappresentata da un dipendente di quello stesso governo preoccupato dell’integrità dell’amministrazione pubblica e deciso a non tacere” e ha salutato le delazioni come:

“atti di coraggio e patriottismo che talvolta possono salvare delle vite e più spesso salvano il denaro dei contribuenti, dovrebbero essere incoraggiati piuttosto che repressi come lo sono stati durante l’amministrazione Bush.”

L’attuale incarnazione di Obama ha già sporto contro gli informatori il doppio delle denunce sporte da tutti i suoi predecessori messi assieme e ha passato l’ultima campagna elettorale a vantarsene.

L’Obama del 2008 aveva ragione. Gli informatori che oggi sono così duramente attaccati meritano la gratitudine e soprattutto il sostegno di tutti, mezzi di informazione inclusi, per i nobili gesti che hanno compiuto per il bene della collettività. Oggi siamo molto più informati di una volta su quello che lo “Stato di sorveglianza” trama nell’oscurità, e lo saremo ancora di più domani, grazie a loro.

(2) Come marionette che recitano un copione, diversi funzionari di Washington hanno iniziato quasi subito a blaterare minacce di ogni tipo a proposito delle “indagini” che intendono avviare in merito a queste rivelazioni. Ma il copione è lo stesso da anni: vogliono scoraggiare e intimidire chiunque possa far luce sugli abusi e le manipolazioni cui sottopongono la legge per usarla contro coloro che si battono per la trasparenza.

Non funzionerà. Anzi, sta cominciando a ritorcerglisi contro. E proprio perché questi comportamenti rivelano la loro vera natura, la loro propensione all’abuso di potere, sempre più persone sono determinate a battersi per ottenere trasparenza e responsabilità.

Possono minacciare di fare tutte le indagini che vogliono, ma questa settimana si è chiarito, e si chiarirà ulteriormente, che alla fine saranno loro a essere messi sotto inchiesta.

Le cose dovrebbero funzionare così: noi dovremmo essere a conoscenza di tutto quello che fanno loro, che si chiamano dipendenti pubblici. E loro non dovrebbero sapere praticamente nulla di quello che facciamo noi, che invece ci chiamiamo privati cittadini.

Questa dinamica, uno dei fondamenti di una società libera e sana, è stata completamente stravolta. Loro sanno tutto di quello che facciamo noi e continuano ad architettare sistemi per saperne di più, mentre noi siamo sempre meno al corrente di quello che fanno loro, perché costruiscono barriere di segretezza dietro cui nascondere le loro azioni.

Questo squilibrio deve finire. Nessuna democrazia può funzionare in maniera sana se le decisioni più importanti prese da coloro che detengono il potere politico vengono tenute nascoste a coloro a cui si dovrebbe risponderne.

Evidentemente a Washington pensano che, non appena il timbro TOP SECRET si abbatte su un documento, noi dovremmo rabbrividire e permettere loro di fare qualunque cosa senza pretendere né trasparenza né responsabilità. Tutte le indagini, le incriminazioni e le minacce servono a sostenere questa spirale di paura. Ma non funzioneranno, anzi, otterranno l’effetto opposto.

Nella storia americana è già capitato che il potere politico si sia spinto troppo oltre e che il sistema abbia reagito limitandolo. È accaduto a metà degli anni ’70, quando gli eccessi di Hoover e Nixon hanno reso necessario che il sistema politico, per mantenere la propria legittimità, ponesse dei limiti a sé stesso. Sta accadendo di nuovo ora: il governo ha aperto una miriade di indagini sugli informatori, tenta di criminalizzare i giornalisti e di creare un enorme apparato di sorveglianza che distrugge la privacy dei cittadini, il tutto nella più totale segretezza. Più il governo reagisce in maniera sproporzionata di fronte alle richieste di responsabilità e trasparenza, più abusa del vincolo di segretezza, delle indagini e delle incriminazioni, più rapidamente arriverà il contraccolpo.

Io intendo proseguire per la mia strada, seguendo alla lettera la Costituzione, che garantisce il diritto alla libertà di stampa. E così certamente faranno altri. E questo significa che non sono le persone che oggi vengono minacciate a meritare di essere sottoposte a indagine, quanto piuttosto coloro che le minacciano. Per questo esiste la libertà di stampa. E’ questo il significato di giornalismo avversariale.

Glenn Greenwald

 

( *sta citando Obama sui provvedimenti presi da Bush – <Mr. Obama added that he also had “a belief that we need to look forward as opposed to looking backwards.”> – Qui: http://www.nytimes.com/2009/01/12/us/politics/12inquire.html?pagewanted=all&_r=0])

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