patate

Chi ha incontrato Seamus Heaney dice di lui, un uomo di pochissime arie e moltissima grazia. I suoi capelli candidi erano così arruffati che pareva portarsi dietro il vento perenne in cui era nato. Nella sua poesia c’è il passaggio di eredità di un’intera nazione, senza paragoni al mondo nell’aver piegato – con Joyce, con Beckett, con Yeats, con George Bernard Shaw – l’inglese dell’invasore storico alle cadenze musicali, all’esperimento, al wit della lingua gaelica, vendicandone la scomparsa. Il salto di sintesi di cui era capace è tutto in una poesia, “Digging”, in cui la penna è, in principio, un’arma acquattata nella mano, che poi, di fronte ai padri che coltivavano campi di patate, si trasforma.

Ma non ho vanga per seguire uomini come loro.

Fra medio e pollice
Quatta quatta sta la penna.
Sarà la mia vanga.

Il Nobel del 1996 ha fatto sì che le sue purissime raccolte di poesie si moltiplicassero in traduzione in tutto il mondo. Insegnava a Harvard, a Oxford, era un irlandese del Nord travagliato dalla stagione dei Troubles, e poi un dublinese adottivo. Oggi sorrido sentendo che a piangerlo sono l’ex comandante dell’Ira Martin McGuinness come la BBC. E mi torna in mente quella poesia che scrisse per Amnesty International, in cui descrive, in fondo, il paese in cui eterno esule ha vissuto e scritto: si intitola “la repubblica della coscienza”.

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