non è che se ne va

Paul Mason ha scritto ieri di una questione che, fra le storie da cui mi sento travolta in questi giorni, potrebbe sembrare minuscola: lo “spopolamento morale” di Twitter man mano che diventa più affollato –  il trolling organizzato, le minacce personali, gli insulti alle donne, ma anche l’autocensura preventiva per evitare fastidi. Il generale restringimento, insomma, di quel clima accogliente, informale e sicuro che lo aveva attratto all’inizio. Sono d’accordo con lui su molti punti, ma soprattutto sul fatto che dobbiamo accettare che più grande diventa l’ambiente pubblico in cui ci incontriamo, e più questo riprodurrà gli stessi esatti comportamenti e sintomi della realtà sociale da cui emana (qui potete leggere Luca Sofri sulla discussione a proposito di “hate speech”). Con la differenza, direi, che se nella vita ci proteggiamo grazie alla cerchia dei nostri cari e dei nostri amici, qui ognuno è esposto all’incontro accidentale con un alto numero di “estranei”. E anche quelli che un tempo erano i “guardiani dell’informazione” ammettono che un’interazione così larga con i propri utenti non è sempre facile o comoda. Il che, fra l’altro, è uno dei suoi pregi. Il pezzo di Mason, però, mi ha riaperto una serie di dubbi che avevo accantonato dopo aver visto il nuovo menu di Twitter sul blocco degli utenti “molesti”.

Spesso il metodo più utile è ignorare le provocazioni. Così per la strada, così su Twitter. Così è sempre stato per vent’anni nel rapporto con gli ascoltatori della radio dove lavoro (che non usa filtri per le telefonate, e dove siamo spesso reperibili senza difficoltà), così era a parer mio nei forum, nelle chat e nei commenti, così è su Twitter. Cercavo, e ho sempre trovato, un equilibrio fra tutelarmi e non rinunciare a un dialogo interessante. Per la verità, ignorare non è sempre la via migliore: una delle cose che mi sono chiare dopo tutti questi anni è che chi esordisce con aggressività lo fa perché parte già dal presupposto che non verrà ascoltato, cioè che l’interlocutore sarà sordo o inavvicinabile. Quando riceve attenzione, scopre che non è così e spesso si ammorbidisce e dialoga, oppure (cosa che ho sempre trovato intrigante) perde interesse e si allontana. In ogni caso, almeno su numeri modesti, si riesce a stemperare la mistificazione dovuta alla distanza o a una presunta differenza di ruolo (io followed, tu follower). E non c’è paragone fra la minoranza di episodi sgradevoli e la stragrande maggioranza di interazioni positive e soddisfacenti. In questi anni mi sono sgolata a ripetere che Twitter è, a tutti gli effetti, uno spazio pubblico, e fino a qualche giorno fa mi bastava l’idea che se ciascuno degli utenti riusciva a mantenere un clima accettabile nel proprio scampolo di giardino, tutto l’ambiente ne avrebbe beneficiato. E’ semplice: quello che non farei mai a qualcuno che seguo, chiedo a chi mi segue di non farlo a me.

Finora, la semplice opzione “blocca” aveva risolto una manciata di situazioni. Non l’avevo mai usata con leggerezza (e mai per respingere un’opinione diversa dalla mia), ma mi era utile in qualche caso per “allontanare” un utente particolarmente aggressivo, o che attaccava briga (con me, o con altri mettendomi in mention a ripetizione), o per fargli capire che il suo tono mi offendeva. Alcuni utenti decisamente fastidiosi non li ho mai bloccati, anche quando mi tempestavano di mention mentre stavo lavorando a un livetweeting difficile. Alla fine non mi serviva altro, per mantenere civile l’habitat del dialogo con chi seguo e con chi mi segue, secondo parametri che, lo riconosco, erano del tutto soggettivi. Proprio come per la strada quando si avvicina uno sconosciuto, stava a me valutare se fermarmi a conversare, ad ascoltare o a fornire un’informazione, se tirare dritto o se rifuggire da un atteggiamento aggressivo, ristabilendo una distanza di sicurezza. Il tasto “blocca” aveva la stessa funzione del rimprovero o dello spintone che allontana il tizio sull’autobus che ti ha infilato le mani nelle parti intime (non succede sui social media, ma abbastanza facilmente sulle filovie milanesi, che sono a loro volta uno spazio pubblico). E ogni tanto mi è rimasto in mente, sì, che l’utente minaccioso bloccato da me sarebbe un giorno passato ad angariare qualcun altro, così come il cretino sull’autobus avrebbe messo le mani addosso a un’altra donna. Accettavo che questi episodi fossero indicativi dei problemi di una cultura, di un paese, e non mi sembrava che il vigile urbano, o il buttafuori metaforico all’ingresso di un social media, potesse rappresentare una soluzione.

Oggi, però, Twitter ha dovuto articolare molto più seriamente la possibilità di segnalare utenti molesti. Al contrario di altri social network, non ha mai fatto concessioni al monitoraggio dei propri utenti da parte dei tutori dell’ordine, in parte anche perché la sua ricchezza sta nel garantire serenità di lavoro a istituzioni di stampa importanti. Ma è innegabile che il diaframma fra minacce in rete e minacce nel mondo fisico sia qualche volta attraversabile (e non bisogna correre il rischio), e che più Twitter cresce e più deve trovare un modo per mantenere un clima accogliente per i propri utenti, tenendo alla larga i “malintenzionati”, o perlomeno mostrando che ha intenzione di occuparsene. Così, non mi ha stupito che da qualche tempo, se si apre l’opzione “blocca”, compaia un menù di scelte a mio parere abbastanza serio. Nessun problema a capire l’opzione “blocca” (che è uguale a prima), mentre credo che quella “spam” equivalga al caso delle e-mail (vendite, link avvelenati, comunicati promozionali a raffica); l’opzione “violato” immagino intenda un account che ci sembra sia uscito dal controllo del suo intestatario per essere manipolato o hackerato da altri; mi duole non trovare un’opzione “trolling organizzato” – che mi sarebbe tanto comoda per bloccare gli impiegati delle istituzioni del Bahrain, che trollano per ordini superiori chiunque si occupi degli abusi dei diritti umani nel loro paese, specialmente se giornalista e se donna, anche se esclusivamente in orario d’ufficio. Fra le nuove opzioni, però, la più seria, “offensivo”, richiede di consultare le “Regole di Twitter” e di compilare un modulo piuttosto accurato. Ed è questo, che mi ha mandato in crisi. Se prima bloccavo qualcuno perché lo ritenevo “offensivo”, ora mi viene data un’opportunità più meditata di considerare se quell'”offensivo” possa risultarlo altrettanto per altri, e in che modo, e perché – tanto da riportarlo alla “polizia” interna di Twitter. Il solo fatto che per compilare il modulo ci voglia del tempo mi fa pensare che pochissimi si prenderanno il disturbo di usarlo (anche quando potrebbe essere utile), ma di sicuro il motivo per cui non lo userò io è che al solo pensiero mi sento investita del nuovo ruolo di “vigilante di Twitter”: come per quei vecchi avvisi della polizia inglese nelle cabine telefoniche, veniamo incoraggiati a inviare la nostra delazione, che poi qualcuno provvederà a verificare. Per monitorare un ambiente con fantastilioni di utenti, ci fanno capire, bisogna che ognuno faccia la sua parte. La parte della responsabilità personale la capisco, e ho cercato di applicarla fin qui; la parte della denuncia interna, confesso, un po’ meno – o almeno non so risolverla secondo i miei principi, e non so se (anche imparando le “Regole di Twitter” a memoria) me la sento di abbaiare al trasgressore. A meno che non si tratti di un’evidente infrazione della legge, l’opportunità di segnalare ciò che considero “offensivo” mi mette in imbarazzo.

Alla fine, mi sa, la mia convinzione di principio – che accompagnare alla porta il molesto non risolva il problema – resta. E sta nel fatto che Twitter non risolverà, con nessuna policy interna, la vera questione che turba me e molti altri, e, mi pare, anche lo stesso Paul Mason. Che non è quella del sintomo – il molestatore di donne, il linguaggio d’odio, la minaccia personale – ma, molto di più, il trovarsi esposti al fatto che, almeno nel mio paese, il tono della conversazione pubblica si è deteriorato in modo impressionante; che il livello del confronto politico sia quello fra bulletti delle scuole elementari; che nella frustrazione inesprimibile di questi anni, molti si avventino (magari con le migliori intenzioni) sulla ricerca di categorie semplificanti che li consolino, e quindi aggrediscano chi, impegnato nel tentativo di raccontare la complessità, non gliele fornisce o non le avalla; che il maschilismo patriarcale è ancora strisciante e diffuso, e solo aggravato dalla vulnerabilità consumistica inculcata a uomini e donne sul corpo delle donne; che lo spazio pubblico sia sempre da sfruttare in proprio, imbrattare in proprio, trasgredire in proprio, in base a priorità individuali da lotta per la sopravvivenza, per poi disabitarlo quando non serve; che si possa prendere a sassate virtuali chiunque ma poi non voli una mosca quando accadono fatti pubblici gravissimi; e, infine, che una grande maggioranza di persone preferisca consumarsi nel proprio livore di utente passivo anziché provare a intervenire nella conversazione in modo costruttivo, con proprie proposte, propri interessi, la propria voce. Non è solo un problema italiano, ma se esiste un imbarbarimento della conversazione, noi ne siamo i campioni; siamo un paese dove questo imbarbarimento e questo disagio sono stati perseguiti per decenni, e si vede, e fa male. Che non esistano ambienti virtuali al riparo da questo, alla fine lo trovo istruttivo. Possiamo sempre scegliere: andarcene da Twitter rimpiangendo i bei tempi andati in cui ci parlavamo in modo educato, oppure restare, scrivendo e discutendo con toni civili e incoraggiando altri a farlo. Ma non c’è un bottone per far finta che non abbiamo un problema – o che il problema sia la “troppa democrazia nei social media”, ecco.

 

2 Comments non è che se ne va

  1. Sergio

    Quando la soluzione più semplice (non l’unica, però) sarebbe quella di scegliersi con più cura i following; anche se è difficile controllare il flusso delle citazioni per le VISP (Very Important Social Person).
    Il mio metodo è quello di non avere più following di quanti ne possa seguire senza avere un’inutilità di fatto della timeline. Ecco perché credo che il numero di following debba essere sempre più basso di quello dei follower, non per spocchia, ma per concreta utilità del mezzo Twitter.
    Resta il problema di fondo: l’educazione civica di un popolo. E quella non la si cambia con le leggi o i divieti. Anche se, ahimè, vige sempre la regola del multavelox. Se non esistessero sanzioni, sulle strade provinciali vedremmo sfrecciare Matiz a 150km/h. E questo vale per l’umanità tutta.

  2. Eloisa

    Sono tematiche su cui mi soffermo spesso a riflettere… specie dopo certe discussioni estenuanti intrattenute sui social network.
    Credo che 1) l’essere dietro a un monitor o a un qualunque dispositivo e 2) la tanto lodata “libertà del Web” siano diventati per molti, ormai, una buona scusa per essere maleducati, aggressivi e pressapochisti (le tre qualità spesso vanno a braccetto).
    Per quel che mi riguarda, ho sempre considerato gli spazi virtuali (anche quello di Twitter, dai contorni così labili) comunque come spazi personali – che come tali andavano vissuti. Dietro a un account, a un blog post, alla compilazione di uno status c’è sempre un presenza concreta, dotata di pensieri e opinioni, che dovrebbe essere rispettata.
    Oggi, invece, il dibattito (quello reale… e in misura ancora maggiore, se possibile, quello virtuale) vira sempre di più verso la prevaricazione, l’insulto pronunciato (scritto) più o meno fra le righe. E allora… via con gli insulti e le diffamazioni verso tutte le “categorie” considerate fastidiose: le donne, gli insegnanti, i vegeteriani, gli omosessuali… ecc.
    La difesa, poi, è sempre la stessa: «Oh, ti sei offesa? Scusa tanto, non era mia intenzione… Sai, parlavo IN GENERALE…».
    Non so… ma a mio avviso siamo diventati ormai incapaci di percepire la realtà altrui, le vera esistenza dell’interlocutore. Per questo, ormai, viviamo di dialoghi stranianti – e il Web non fa che evidenziare questa situazione.

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