libertà di espressione?

Mentre sulla stampa americana si litigano l’Egitto (se il Wall Street Journal pensa che gli farebbe bene “se i suoi leader militari ricalcassero il modello del generale Pinochet”, per il New York Times bisogna cominciare a stringere il rubinetto degli aiuti militari per spingerlo a una maggiore democrazia), il blogger egiziano Alaa Abd el Fattah, da poco rilasciato su cauzione con una condanna a 15 anni di carcere ancora pendente per aver violato la legge anti-manifestazioni, è stato prima pubblicamente candidato al Premio Sakharov dalla commissione di parlamentari europei che lo assegna, e poi altrettanto pubblicamente rimosso dalla rosa dei candidati dopo una fulminea campagna di diffamazione del Wall Street Journal – che il 30 settembre aveva scritto che “candidare il signor Abdel Fattah fa parte di un ricorrente tentativo di sovvertire il premio Sakharov per mettere in imbarazzo certi sostenitori poco popolari della libertà di espressione, come gli Stati Uniti o Israele” (trovando eco il giorno stesso in Italia sul Giornale, al quale avrebbe poi risposto Paola Caridi) – campagna basata sul fatto che un tweet di Alaa di due anni fa su Gaza fosse la dimostrazione del suo “antisemitismo” e un incitamento a uccidere “ebrei”. E’ davvero ironico che un premio per la libertà di espressione punti i riflettori su un attivista pacifico perseguitato per le sue opinioni, per poi revocargli la propria solidarietà sotto gli stessi riflettori, mettendolo di fatto in ulteriore pericolo. E questo senza pubblicare né tradurre letteralmente quel vecchio tweet che sarebbe bastato a farlo cadere in disgrazia, né dargli la possibilità di spiegarsi – cosa che Alaa fa in questo scritto che ho tradotto per voi.

“di Alaa Abd el Fattah

6 ottobre, 2014, ore 17.59

E’ stato con gioia che ho ricevuto la notizia della mia candidatura al premio Sakharov, la stessa gioia che ispira ogni gesto di solidarietà.

Da quando sono stato rilasciato su cauzione in Egitto, il mio destino ancora legato ai Tribunali Speciali Anti-Terrorismo e alla draconiana Legge Anti-Manifestazioni, ho affrontato costanti molestie da parte di rappresentanti del regime ufficiali e non. Ogni pochi giorni spuntano nuove accuse criminali inventate. Orde di politici ospiti dei talk-show su presunti canali tv indipendenti discutono di tweet vecchi e decontestualizzati, travisando le mie parole e assegnando loro sinistri significati. E’ in atto una insistente campagna di diffamazione per preparare l’opinione pubblica al mio eventuale ritorno in carcere. Non c’è bisogno di dire che a me è vietato comparire sulle tv locali, e che mi è proibito viaggiare fuori dall’Egitto.

Per queste ragioni, è una solidarietà come quella della GUE/NGL (NdT: Sinistra Europea Unita/ Sinistra Verde Nordica) a creare il tipo di pressione che mi mantiene incolume e fuori di prigione. E’ stato anche un conforto trovare compagni in luoghi inaspettati  – la posizione della GUE/NGL contro le politiche neo-liberiste e contro la distorsione della democrazia europea sembrava in linea con le aspettative dei rivoluzionari perseguitati in Egitto e nel più ampio contesto arabo.

Ero fiero di essere stato candidato insieme al rapper tunisino Weld el 15 e al rapper marocchino El 7aqed, entrambi incarcerati per aver insultato la polizia nelle loro popolari canzoni. Ero sollevato che i parlamentari che ci avevano candidato comprendessero il punto di commettere violenza simbolica/verbale contro l’immagine di potenti che sistematicamente compiono violenze reali sui corpi e le anime e la vita di chi non ha potere; sollevato che i parlamentari comprendessero il significato di mettere in discussione l’umanità di coloro che derivano il proprio potere dalla disumanizzazione dei loro oppositori.

Non sono rimasto sorpreso quando alla notizia della mia candidatura è stata lanciata una campagna di calunnie. La mia famiglia ha già affrontato questo tipo di campagne in passato, da parte di sostenitori dell’occupazione israeliana e dell’apartheid israeliano. L’occasione più recente è stata quando mia sorella, Mona Seif, è stata candidata per il Martin Ennals Award.  Ma sono rimasto sì sorpreso quando il presidente della GUE/NGL ha deciso di ritirare la mia candidatura basandosi su una mention in un tweet di due anni fa riportato fuori contesto. E sono rimasto sì sorpreso quando questo è stato fatto senza fare alcun tentativo per contattarmi perché fornissi chiarimenti, e senza alcun riguardo per le conseguenze di una simile condanna pubblica sulla mia sicurezza e la mia libertà. Il presidente della  GUE/NGL ha ora mandato un chiaro messaggio alle autorità egiziane: qualunque solidarietà e sostegno internazionale io abbia è fragile – facilmente distrutto da un tweet.

Naturalmente la GUE/NGL è libera di farsi la propria opinione basandosi sulle informazioni che sceglie – comprese quelle di ben noti neo-conservatori che scrivono sul Wall Street Journal a proposito di un tweet fuori contesto. Però, visto che hanno scelto loro di candidarmi, e di farlo pubblicamente, era loro la responsabilità di accertarsi di come il modo in cui avrebbero ritirato la candidatura avrebbe influito sulla mia incolumità. Avevano altre opzioni a disposizione: avrebbero potuto chiedere a me di ritirarmi, o avrebbero potuto discretamente lasciar cadere il mio nome dalla lista dei candidati.

Nella sua dichiarazione, il presidente della GUE/NGL sostiene che io avrei “invocato l’uccisione di un numero cruciale di israeliani”. Per quel che vale, ecco cosa avrei detto se chiunque della GUE/NGL o un qualunque altro parlamentare mi avesse chiesto chiarimenti:

Il tweet in questione è sicuramente scioccante se preso fuori dal suo contesto, ma nemmeno in quel caso può essere inquadrato come una “richiesta” di alcun tipo. Era una “mention” diretta a due amici, parte di una conversazione privata, un thread che si è sviluppato lungo molti tweet – che si è svolta su una piattaforma pubblica (limitata a 140 caratteri) la prima notte dell’attacco israeliano del 2012 su Gaza. Una conversazione fra amici che sapevano abbastanza gli uni degli altri da rendere superfluo chiarire ed elaborare, per esempio, la distinzione fra civili e combattenti – come invece si farebbe nel caso di una dichiarazione pubblica. E poiché questa non era una dichiarazione pubblica, a vederla apparire nella loro timeline alle 2 del mattino del 15 novembre 2012 sono stati solo coloro che seguono tutti noi tre. E perfino dopo la campagna diffamatoria, quel tweet è stato retwittato solo 4 volte (NdT: Alaa ha più di 600mila follower).

Fingere di poter interpretare questo tweet due anni dopo senza consultare le persone direttamente coinvolte in quella conversazione, e sostenere che quel tweet costituisse un’incitazione ad agire, è semplicemente ridicolo. Che io debba sentire adesso il bisogno di chiarire e spiegare una cosa che non è mai stata intesa per il pubblico, ed essere condannato per i miei pensieri e non per i miei gesti in questo modo, è un chiaro attacco alla mia libertà personale. L’effetto raggelante di dovermi adattare a una simile molestia e condanna dovrebbe risultare perfettamente evidente a coloro che onorano l’eredità di Sakharov.

Quella conversazione riguardante la guerra a Gaza era cominciata con un’amica che esprimeva i propri dubbi sul fatto che il conflitto potesse mai essere risolto dalle parti in campo. Io e l’altro amico che partecipava a quella conversazione abbiamo replicato insistendo che come molti conflitti dello stesso tipo si sarebbe risolto a livello locale. Il tweet affermava quella che sembra la strategia di base della maggior parte dei movimenti nazionali di liberazione, specialmente di quelli che optano per la resistenza armata: rendere il prezzo dell’occupazione/colonizzazione/apartheid troppo oneroso per la società che lo sostiene. La strategia dei palestinesi è esattamente quella – sia con mezzi violenti che nonviolenti (per esempio le campagne di boicottaggio e sanzioni e la resistenza armata). Poiché quella conversazione avveniva in tempo di guerra, avevo in mente la resistenza armata. Pensate al Vietnam o all’Algeria; molti direbbero che questo è esattamente ciò che è avvenuto laggiù: dopo un numero critico di vittime in guerre asimmetriche, la popolazione civile che sosteneva l’occupante si è rifiutata di continuare a sostenerlo – nonostante il fatto che il numero di vittime patito dalla società che resisteva alla colonizzazione fosse massicciamente più alto.

Il mio tweet non era un’invocazione a fare nulla, non era nemmeno una dichiarazione di opinione. Era la constatazione di uno dei fatti del conflitto. Se la GUE/NGL mi avesse chiesto quali sono le mie opinioni, avrei indicato loro il mio dibattito del marzo 2012 sulla Deutsche Welle:

Andrebbe forse ricordato che il primo ad essere insignito del premio Sakharov fu Nelson Mandela nel 1988, quando lui e l’ANC erano considerati terroristi da molti governi democratici. All’epoca, le sue opinioni sulla necessità della violenza per resistere all’apartheid devono aver richiesto e ispirato complesse discussioni su quali fossero le tattiche e strategie appropriate, le regole d’ingaggio e i limiti morali, politici e sociali che andavano messi alla violenza rivoluzionaria. Si sarebbero trovate in abbondanza dichiarazioni attribuibili a lui o ai suoi compagni – compreso il famoso discorso al processo di Rivonia in cui Mandela ammette di aver pianificato sabotaggi – che se presi fuori dal loro contesto avrebbero potuto fare molta paura.

Infine: quasi mai io invoco soluzioni o azioni per mio conto. Come individuo ho sempre espresso le mie opinioni e posizioni nel linguaggio più chiaro e forte possibile. Ma come attivista ho sempre lavorato per qualunque causa con e tramite il più ampio fonte unitario possibile. Quando si trattasse di invocare soluzioni o azioni, e per il bene della più ampia condivisione, farei proprio quegli stessi compromessi che mi rifiuto di fare quando parlo solo a titolo personale.

Ancora più importante, non incito mai a niente che non sia per una causa nella quale sono direttamente coinvolto. Ho una posizione di solidarietà con i palestinesi ma non presumo mai di dire loro cosa dovrebbero fare.

Se le mie opinioni sulla violenza – specificamente sulla violenza contro i civili – sono ciò che è in discussione qui, le risposte si possono trovare nelle mie azioni e nelle mie opinioni pubblicate nel mio contesto locale e nella mia lotta: in Egitto.”

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