lettera di Carl Bernstein ad Alan Rusbridger

lettera aperta di Carl Bernstein al direttore del Guardian Alan Rusbridger prima della sua audizione davanti alla commissione sorveglianza della Camera dei Comuni britannica.

(traduzione di Alessandra Neve)

Caro Alan,
ci sarà tempo e non mancheranno le sedi opportune per discutere del ruolo storico, del destino giudiziario, della moralità delle azioni del signor Snowden e della portata delle informazioni che ha scelto di rivelare.
Penso però che la tua apparizione di oggi davanti a una commissione della camera dei Comuni sia qualcosa di diverso e di potenzialmente pericoloso: un tentativo, da parte delle autorità britanniche, di spostare l’attenzione dalle politiche dei governi di Stati Uniti e Regno Unito e dall’eccessiva segretezza con cui le hanno ammantate alla condotta della stampa nel gestire le informazioni fornite dal signor Snowden, condotta che – in particolare nel caso del Guardian – è stata responsabile e ammirevole.

Parlando in generale, a partire dalla seconda guerra mondiale, la condotta dei giornalisti britannici e americani nel gestire informazioni relative alla sicurezza nazionale evitando di danneggiare le nostre democrazie e di trasmettere segreti al nemico è stata molto più responsabile dell’eccesso di segretezza, della malizia e delle (talvolta) esplicite menzogne con cui una serie di governi, primi ministri e presidenti, specialmente negli ultimi anni, hanno occultato informazioni che, in una società libera, avrebbero tutto il diritto di essere conosciute e dibattute pubblicamente.
Nel momento in cui tu sei chiamato a rendere testimonianza, i governi di Washington e Londra sembrano intenti a erigere contro il legittimo diritto di cronaca le più imponenti (ed egoistiche) barriere che si siano viste da qualche decennio a questa parte.
Le storie finora pubblicate dal Guardian, dal Washington Post e dal New York Times e basate sulle informazioni fornite dal signor Snowden non sono irresponsabili divulgazioni di specifici segreti di sicurezza nazionale che potrebbero avvantaggiare terroristi o governi ostili oppure rendere possibile l’identificazione di agenti sotto copertura mettendone a rischio le vite e i mezzi di sussistenza. Nelle storie che il Guardian e altre pubblicazioni hanno scritto basandosi sul materiale del signor Snowden, i dati sensibili sono stati omessi con ogni cura. I terroristi sono sicuramente già consapevoli di essere sottoposti a un’intensa sorveglianza, non c’è bisogno che un signor Snowden o il Guardian glielo rivelino. Piuttosto, quello che gli articoli pubblicati dal Guardian – e dal New York Times e dal Washington Post – descrivono sono forma e dimensioni della raccolta di informazioni elettroniche (perlopiù indiscriminata, vista l’evoluzione delle moderne tecnologie) che i nostri governi hanno messo in atto e di cui alti funzionari della Casa Bianca e di Downing Street, confidando nell’anonimato, avevano già ampiamente discusso informalmente con la stampa.
Oltretutto, prima di pubblicare certe informazioni, il Guardian (come hanno fatto il Times e il Post negli Stati Uniti) si è consultato a lungo con Downing Street, la Casa Bianca e le agenzie di intelligence, dando loro tutto il tempo di sollevare obiezioni e di discuterne.
Ciò che di nuovo e di importante si ricava dalle informazioni fornite dal signor Snowden è il fatto che le agenzie di intelligence hanno agito senza un adeguato controllo – specialmente negli Stati Uniti – da parte dei poteri deputati, sia quello legislativo che quello giudiziario, soprattutto da quando le possibilità di raccolta delle informazioni sono diventate tanto pervasive e, se non adeguatamente regolate, potenzialmente lesive dei diritti dei cittadini. La “collaborazione” delle aziende di telecomunicazioni e di altri colossi di Internet in alcune di queste attività dovrebbe essere oggetto di specifica attenzione da parte di organi legislativi come la camera dei Comuni e il Congresso americano.
Come abbiamo appreso dalle recenti rivelazioni, le agenzie di intelligence, in special modo l’NSA negli Stati Uniti, hanno costantemente cercato di eludere ogni controllo, rendendosi deliberatamente indisponibili e spesso mentendo alle massime autorità incaricate di sorvegliare la loro attività e prevenire possibili abusi. È questo l’argomento chiave del dibattito pubblico, giusto e necessario, che sta avendo luogo negli Stati Uniti, nel Regno Unito e altrove.
Invece di sottoporre a interrogatorio i giornalisti e cercare di intimidirli, la camera dei Comuni dovrebbe incoraggiare il dibattito e parteciparvi, per trovare il modo di impiegare le grandi capacità di raccolta di informazioni digitali dei moderni stati di sicurezza senza rivelare nulla ai terroristi o ad altri nemici, di usare al meglio ogni strumento tecnologico che abbiamo a disposizione per proteggerci e di prendere ogni precauzione per evitare che se ne abusi, violando i diritti e la privacy di tanti cittadini rispettosi della legge.
Ci sono sempre state tensioni su questi argomenti nelle nostre democrazie, specialmente in merito al ruolo della stampa. Ma, come abbiamo imparato negli Stati Uniti con i Pentagon Papers e lo scandalo Watergate, è essenziale che il governo non imponga un bavaglio preventivo alla stampa e non eserciti alcun tipo di intimidazione, altrimenti si corre il rischio che le nostre democrazie cadano preda del dispotismo, della demagogia e persino di condotte criminali da parte di leader democraticamente eletti e di funzionari di governo.

I miei più cordiali e ammirati saluti,
Carl Bernstein

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