lettera dal carcere di Alaa Abd El Fattah del 24/12/13

Lettera di Alaa Abd El Fattah alle sue sorelle, carcere di Tora, 24 dicembre 2013 (traduzione dall’inglese di Alessandra Neve)

A Mona e Sanaa.?
Mi mancate tanto, anche se vi vedo più spesso quando sono in carcere che quando sono fuori. Forse perché quando sono libero posso decidere di venirvi a trovare quando mi pare e posso tenermi al corrente da solo di quello che vi capita. Quando sono in carcere invece dobbiamo decidere in anticipo come usare il poco tempo delle visite e di quali argomenti parlare. Dobbiamo frazionare il tempo con cura e non ne resta mai abbastanza per farmi dire tutte quelle piccole cose che fanno di voi Mona e Sanaa. Per farmi raccontare le battaglie di Mona su Twitter e le sue fasi romantiche, per sapere se Sanaa ha visto l’ultima partita dell’Ahly e per farmi raccontare le situazioni divertenti in cui si va sempre a cacciare senza volerlo.??Forse è questa la cosa più brutta dello stare in galera: il fatto che qualcuno controlla il tuo tempo fino a questo punto. Fino al punto di privarmi del semplice diritto di preoccuparmi, perché riesco a sapere che Khaled si è preso un raffreddore solo quando ormai è guarito. È sempre qualcun altro a determinare il coincidere o meno delle nostre emozioni. Prendiamo per esempio l’ondata di freddo che c’è stata di recente: io ho capito come è stata solo dopo che è finita. Tutto il paese per quattro giorni di fila non ha parlato d’altro che della neve, ma quando finalmente noi siamo riusciti a vederci, ho potuto solo dirvi che qui dentro in qualche modo ce l’eravamo cavata e che stavamo tutti bene, non abbiamo potuto guardarci in faccia e dirci, un po’ eccitati, “ma che freddo fa?”.
?Quando ho dovuto mettermi addosso tutti i vestiti e tutte le coperte che avevo, ho pensato alle persone che vivono in alloggi di fortuna o per strada e al fatto che loro hanno meno vestiti e meno coperte di me. Dopo la notte più fredda, però, ho deciso che avrei dovuto cercare di chiudere la finestra della mia cella (per impedire al freddo di entrare). È stato allora che mi sono reso conto che un senzatetto è libero di alzarsi all’ora che gli pare e di fare qualcosa per non sentire troppo freddo. Non è detto che trovi un rimedio, ma nel mio caso solo un’autorità può decidere se e quando la porta della mia cella si può aprire o quando potrò cercare un pezzo di cartone per tappare la finestra o quando una guardia potrà prendere una scala e chiudermi la finestra (per impedire al freddo di entrare), e questo è opprimente.
?Immagino che voi abbiate la stessa sensazione quando vi date da fare per portarmi quello che vi chiedo, dovendo sottostare a tutte le regole del carcere. Vestiti pesanti, ma bianchi e senza segni o scritte. Ho sentito che Maha Maamoun ha dovuto risistemare alcune delle giacche perché fossero accettate e quando finalmente mi sono arrivate c’erano di nuovo 20 gradi.
?E non so neanche chi sia andato a piedi fino in centro per cercare un negozio che ancora vendesse una radio che riceve una sola frequenza, e perché vi siate dati la pena di farlo.
?Tutte queste piccole cose confermano la realtà della mia carcerazione e il fatto che non sono padrone della mia volontà: c’è qualcuno che controlla il mio tempo e il mio corpo. Il problema è che quel qualcuno controlla anche la mia anima, limitando le occasioni in cui posso vedere Manal e Khaled e stabilendo quando e per quanto tempo li posso baciare e abbracciare.
?Quello che mi spaventa è il rischio che la frequenza delle visite passi da una alla settimana a una ogni 15 giorni. Sui giornali si discute anche della possibilità di fare in modo che le visite avvengano attraverso una parete di vetro e un telefono. Se dovesse succedere, non sarei più in grado di toccarvi, non riuscirei più a stabilire una connessione con Khaled.
?E quel che è più opprimente è che l’altro ieri qualcuno scriveva sul giornale che le visite di mogli e figli dovrebbero essere vietate, per impedire ai Fratelli musulmani di trasmettere ordini e incarichi! Come se i detenuti non fossero degli esseri umani (e non avessero dei diritti)!
?Poi ci sono quelli che fingono di fare dei ragionamenti logici e scrivono che le condanne di Maher, Douma e Adel sono il risultato di decisioni politiche sbagliate prese dal movimento 6 aprile e della sua perdita di popolarità, come se Ahmed Maher fosse solo un’idea, come se la persona che è stata arrestata rappresentasse solo il concetto astratto del 6 aprile e non fosse invece un uomo che ha una bambina di 5 anni a cui fa fatica a spiegare dove si trova, perché non può stare con lei e quando potrà tornare a casa.
?Leggere i giornali, in generale, questa volta è più frustrante delle altre volte che sono stato dentro, eppure aiuta a passare il tempo. Se non sei tu ma è qualcun altro che controlla il tuo tempo, finisce che ti ritrovi con un sacco di tempo libero e non sai cosa fartene.

Non preoccupatevi di quello che dico, le nostre condizioni sono buone rispetto alle altre volte, stiamo abbastanza comodi. Quando ci fanno fare esercizio stiamo tutti insieme, poi metà della giornata la passiamo a parlarci attraverso i muri delle celle e per il resto leggiamo.
?Negoziando riusciamo a migliorare la nostra situazione. Abbiamo trattato per una settimana per avere i giornali e la radio, e ora stiamo trattando per le lettere: mi hanno promesso che questa ve la faranno avere. E sono settimane che cerchiamo di ottenere il diritto di pubblicare articoli e di intervenire in voce nei programmi tv. Forse prima o poi ci lasceranno anche ricevere lettere dagli amici, e magari anche telegrammi. Mi sento come Saeb Erekat, la mia vita è tutta una negoziazione. La vita qui dentro va avanti, ma l’oppressione dell’anima è difficile da sopportare.
?Il giorno in cui hanno fatto irruzione in casa mia e mi hanno arrestato, Khaled era malato e non riusciva a dormire. L’ho tenuto in braccio per un’ora, finché non si è addormentato. Ad aggravare il senso di oppressione che sento c’è il fatto che questa incarcerazione mi sembra inutile: non sto facendo resistenza, non c’è nessuna rivoluzione. Il fatto che ci siano persone che continuano a negoziare anche se non si trovano in carcere non è sufficiente a compensare nemmeno un’ora trascorsa lontano da mio figlio. La volta scorsa aveva un senso, sentivo che ero in carcere per mia scelta e che lo facevo per ottenere qualcosa. Adesso ho la sensazione di non sopportare più la gente di questo paese e l’unico vantaggio che ho stando in carcere è che non provo il senso di colpa che proverei se fossi libero e non trovassi il modo di oppormi all’oppressione e all’immane ingiustizia che gravano su di noi.
?Anche qui dentro sono impotente, è vero, ma almeno sono un oppresso fra tanti, non devo niente a nessuno e non mi sento in colpa. Però, a essere sincero, anche solo un’ora passata con Khaled mi farebbe stare meglio. Non riesco nemmeno a concepire l’idea di vivere senza di lui, né quella di vivere senza Manal. Quando ho ricevuto l’ordine di comparizione davanti al pubblico ministero, Manal ha iniziato pragmaticamente a predisporre le cose in modo che il nostro lavoro non subisse ritardi; il suo comportamento e una visita di Maysara che è venuta a prendersi una parte del mio lavoro e ad accordarsi su chi si sarebbe fatto carico delle altre responsabilità, mi hanno molto turbato. Sapevo che sarei stato arrestato, ma non volevo pensare a come sarebbero andate avanti le nostre vite quando non saremmo più stati insieme. Ma la vita va avanti. Solo perché la mia volontà e il mio controllo sul tempo sono sospesi, non significa che il tempo si sia fermato.
?Un pensiero mi spaventa: su di me pendono due accuse, è chiaro che hanno deciso di emettere delle sentenze ed è chiaro che la rivoluzione non se la passa bene. Se ci condanneranno, il tempo per me si fermerà, mentre per voi continuerà a scorrere per anni e questo significa che Khaled crescerà senza di me. Significa che gli verranno tanti raffreddori e io non potrò farlo addormentare fra le mie braccia.
?O forse fra un mese o due mi rilasceranno, o forse lo faranno quando avranno completato il loro maledetto piano di transizione. Dipende da loro e dipende dal tempo, che dipende da loro.
?Scusatemi per questi pensieri deprimenti. Sapete che detesto la retorica del “tu sei libero, stare in carcere non ti piegherà”. Ogni volta che entro in carcere qualcosa dentro di me si spezza, come ogni volta che qualcun altro viene incarcerato si spezza qualcosa dentro di noi. Come ogni volta che un martire muore sanguiniamo tutti. La sua famiglia e i suoi cari sanguinano di più, ma anche noi sanguiniamo e anche noi ne paghiamo il prezzo.
?Io sto bene. Sapete che questo senso di oppressione è qualcosa che mi accompagna anche quando sono fuori dal carcere, come accompagna tutti voi. Le notizie che ci arrivano ogni giorno affaticano i nostri cuori, li indeboliscono e mettono alle strette le nostre anime. Qui dentro, semplicemente, ho molto più tempo per pensare e finisce che mi concentro di più sul senso di oppressione.
?Sono stanco e sfibrato, ma passerà, come è passato le altre volte e prima o poi tornerò a vedervi di meno, ma mi mancherete di meno perché saprò che Mona sarà impegnata a combattere le sue battaglie, a vivere le sue storie romantiche e a giostrarsi nei suoi tanti ruoli, Sanaa sarà presa dai suoi mille progetti e dalle avventure in cui si va sempre a cacciare senza volerlo e io sarò occupato con Manal e Khaled e con ogni nuovo motivo che avremo per arrabbiarci e per resistere.

Vi voglio bene,

Alaa

Penitenziario di Tora
24/12/2013

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