“Le rivelazioni di Snowden e il pubblico” di Alan Rusbdriger

The Snowden leaks and the public

Alan Rusbridger/New York Review of Books

(traduzione dall’inglese di Alessandra Neve)

1.

“Distruggere un MacBook Pro secondo le disposizioni del governo britannico è più difficile di quanto si possa pensare. In un mondo ideale gli agenti, trovandosi a dover distruggere una di quelle apparecchiature, la lascerebbero cadere dentro un tritatutto gigante che in un attimo la ridurrebbe in polvere. In mancanza di un tale strumento, il 20 luglio di quest’anno il Guardian si è munito di trapano elettrico e flessibile e – sotto lo sguardo attento di due testimoni –ha reso inutilizzabili alcuni suoi computer.

Questo sporco lavoro è stato fatto nel seminterrato del Guardian. Quel sabato meriterebbe di essere ricordato in una nota a piè di pagina nella storia dei rapporti burrascosi fra i governi e gli organi di stampa. Lo stato britannico quel giorno ha deciso che si era parlato abbastanza del materiale divulgato a fine maggio dall’ex dipendente dell’NSA Edward Snowden. Se il Guardian avesse rifiutato di consegnare o di distruggere i documenti io, in qualità di direttore del giornale, avrei rischiato di ricevere un’ingiunzione o una visita della polizia – non si è mai capito esattamente quale delle due. Lo stato, in ogni caso, stava minacciando di agire preventivamente contro la diffusione o la discussione di certi argomenti da parte della stampa, a prescindere dalla loro rilevanza per l’interesse pubblico. Un modo di procedere sicuramente accettabile nel ‘700, un po’ meno al giorno d’oggi.

Prima di quel giorno, discutendo con gli agenti del governo, abbiamo tentato di fargli capire che, oltre a essere sbagliato in linea di principio, il loro tentativo di imbavagliare un organo di stampa era inutile. C’erano, gli abbiamo detto, altre copie del materiale di Snowden custodite in altri paesi. Abbiamo spiegato loro che il Guardian stava collaborando con dei giornali americani, che Glenn Greenwald, il giornalista che per primo aveva avuto a che fare con Snowden, viveva a Rio. Che Laura Poitras, la documentarista che era stata a sua volta in contatto con Snowden, conservava altro materiale a Berlino. Cosa pensavano di ottenere distruggendo qualche hard disk a Londra?

Gli agenti ci hanno risposto che purtroppo erano consapevoli dell’esistenza di altre copie del materiale, ma che avevano l’ordine di far cessare l’attività del Guardian a Londra distruggendo i computer che contenevano le informazioni provenienti da Snowden. Sospetto che a un certo punto i nostri interlocutori si siano resi conto che la partita si giocava a tutt’altro livello. La tecnologia che tanto piace alle spie – che permette loro di sbirciare nell’intimità di milioni di persone – è virtualmente impossibile da controllare o da contenere. Ma le vecchie abitudini sono dure a morire, quindi non hanno resistito alla tentazione di ricorrere a un’ordinanza per bloccare le pubblicazioni. L’Espionage Act americano, datato 1917, e il British Official Secrets Act, del 1911 – entrambi nati in tempo di guerra, durante l’epoca d’oro dello spionaggio – proiettano ancora ombre lunghissime.

Anche l’America ha i suoi problemi con i giornalisti e le loro fonti ma resta comunque un ambiente più amichevole per chiunque tenti di dar vita al tipo di dibattito pubblico sui temi della sicurezza e della privacy che, almeno dopo le rivelazioni di Snowden, tutti sembrano volere. Il vantaggio principale negli Stati Uniti è che è impensabile, o almeno spero, che il governo provi a impedire a priori la pubblicazione di qualcosa. La costituzione, il Primo Emendamento e la sentenza del 1971 della Corte Suprema sul caso dei Pentagon Papers hanno contribuito a creare delle protezioni che nel Regno Unito mancano. Jill Abramson, direttrice esecutiva del New York Times, almeno per il momento non si troverà a dover comprare trapani elettrici o flessibili.

Quindi le pubblicazioni continuano ma la maggior parte del materiale viene pubblicata a New York dalla direttrice dell’edizione americana del Guardian, Janine Gibson. Quello che si sta gradualmente scoprendo è che nell’arco degli ultimi dieci anni i governi di Gran Bretagna e Stati Uniti, lavorando in stretta cooperazione, hanno cercato di imporre una qualche forma di sorveglianza su ampi strati della popolazione, apparentemente al fine di riuscire a raccogliere e immagazzinare “qualunque segnale in qualunque momento”, ovvero tutta la nostra vita digitale, incluse le ricerche che facciamo in Internet e tutte le telefonate, gli sms e le e-mail che ci mandiamo l’un l’altro.

In alcuni casi si tratta di dati, in altri dei cosiddetti metadati – informazioni relative a chi ha comunicato con chi e da dove a dove, non relative ai contenuti specifici della comunicazione. Ma come ha detto durante una recente discussione a New York Stewart Baker, l’ex responsabile dell’ufficio legale dell’NSA, la distinzione è abbastanza labile. “I metadati possono dirti tutto della vita di una persona,” ha ammesso con ammirevole candore. “Se disponi di sufficienti metadati puoi fare a meno dei contenuti… noi essere umani siamo prevedibili in una maniera quasi imbarazzante.”

Iniziamo lentamente a comprendere come fanno. L’NSA e la sua controparte inglese, il GCHQ, lavorano a stretto contatto con i provider di servizi Internet e le aziende di telecomunicazioni per raccogliere enormi quantità di dati che ci riguardano. Una parte della raccolta avviene per vie ufficiali – tramite richieste formali e legali. Un’altra parte invece è fatta a monte delle aziende – per esempio intercettando segnali in transito. Le agenzie hanno attaccato delle sonde ai cavi sottomarini e sono riuscite a succhiare direttamente da lì i dati di milioni di utenti che vivono su entrambe le sponde dell’Atlantico. Lo scorso anno il GCHQ era in grado di gestire 600 milioni di “eventi telefonici” al giorno, aveva messo sotto controllo più di duecento cavi in fibra ottica e poteva processare simultaneamente i dati provenienti da almeno quarantasei di questi cavi.

Abbiamo anche scoperto che le agenzie hanno speso enormi somme di denaro per minare l’integrità di Internet, indebolendone i sistemi di sicurezza con metodi che dovrebbero impensierire ogni individuo, istituzione o azienda che ne fa uso. Una trapdoor che permette all’NSA di accedere ai tuoi messaggi è, secondo gli esperti, facilmente sfruttabile anche da altri. Se sei preoccupato del fatto che i tuoi dati bancari e le tue cartelle cliniche sono custoditi online, probabilmente fai bene a esserlo.

Se fossero stati i cinesi ad agire in questo modo ai danni di Internet e di piattaforme social diffuse e utilizzate in tutto il mondo, l’Occidente avrebbe contenuto a stento la sua ira. Non c’è da stupirsi del fatto che Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, non si sia lasciato impressionare dal presidente Obama quando quest’ultimo ha ripetutamente assicurato che nessuno stava spiando gli americani. Il suo commento è stato che tali rassicurazioni non sono un grande conforto per un imprenditore americano che stia cercando di mettere in piedi un’impresa globale.

Sono lontani i tempi in cui le agenzie di intelligence sono nate: molte di esse, come le leggi che le tutelano, sono vecchie di cent’anni. Nel Regno Unito è iniziato tutto col cuoio delle scarpe – cercando di individuare le spie tedesche che curiosavano nei cantieri navali. Nel giro di poco tempo le spie stavano cercando il modo di intercettare i segnali wireless di Marconi. I giornali dell’epoca ci dicono che i funzionari governativi e i parlamentari erano veramente ignoranti in fatto di nuove tecnologie, e questo è indubbiamente vero anche oggi.

Per buona parte del ventesimo secolo l’idea che ci siamo fatti del lavoro di una spia è stata plasmata dalle storie di Ian Fleming, John le Carré o Robert Ludlum. Quel mondo era visto sostanzialmente come lo scenario di una lotta di spie contro spie e le tecnologie coinvolte assomigliavano più che altro a dei gadget: lanciarazzi portatili, impronte digitali false, sigarette stordenti o dentifrici esplosivi, cose così.

La nostra immaginazione si è poi colorata di una diversa sfumatura grazie a George Orwell, che non ha scritto spy story ma è riuscito a dar vita a una visione terribilmente inquietante di come le tecnologie onniscienti possano far degenerare un contesto sociale. Più di recente il film tedesco Le vite degli altri ha rappresentato con grande efficacia gli orrori che la Stasi, la polizia segreta della Germania Est, era in grado di infliggere ai cittadini usando le tecnologie a disposizione negli anni ’80. Il romanzo del 2009 di Henry Porter, The Dying Light descrive con una certa preveggenza lo scenario della sorveglianza britannica che l’autore ha avuto modo di studiare a lungo.

Edward Snowden, un terzista ventinovenne impiegato all’NSA e residente alle Hawaii, ha avuto un posto in prima fila da cui osservare quello che le agenzie di intelligence stanno oggi realmente facendo, e sembra che abbia davvero poco in comune con il mondo dell’agente 007 o di George Smiley. Snowden ha avuto accesso a milioni di documenti top secret dell’NSA e del GCHQ e quello che ha visto deve averlo turbato profondamente. “Anche se non stai facendo nulla di male sei osservato e registrato” ci ha spiegato all’inizio di giugno, quando ci ha rivelato la sua identità. In una video intervista ha detto:

La capacità di archiviare dati in questi sistemi aumenta in misura esponenziale anno dopo anno e alla fine non sarà più rilevante che tu abbia fatto qualcosa di male oppure no. Basterà che qualcuno abbia dei sospetti su di te, anche per un errore banale. Allora potranno utilizzare il sistema e mettere sotto la lente d’ingrandimento tutte le decisioni che hai preso in passato, gli amici con cui hai discusso di qualsiasi cosa. Troveranno il modo di attaccarti e creeranno un individuo sospetto da una vita del tutto innocente, dipingendole attorno un contesto criminale.

Per motivare la sua decisione di rivelare quello che sapeva, pur prevedendo le conseguenze che questa scelta avrebbe avuto sulla sua vita, ha aggiunto: “ti rendi conto che il mondo che hai contribuito a creare continuerà a peggiorare, generazione dopo generazione, perché questa struttura oppressiva si estenderà sempre di più”.

Secondo Snowden le attuali forme di controllo – tribunali segreti unilaterali e comitati parlamentari o congressuali chiusi – sono inadeguate, anche perché spesso dispongono di informazioni parziali, non sono in grado di capire bene le questioni tecniche e possono essere ingannati. Forse stava pensando a quando, in marzo, il direttore della National Intelligence, James Clapper, ha dichiarato di fronte al Congresso che l’NSA non stava intenzionalmente raccogliendo “alcun tipo di dato” su milioni di americani. Quell’affermazione si è rivelata falsa e Clapper si è giustificato dicendo di aver dato “la risposta meno falsa” che potesse dare. Orwell l’avrebbe certamente definita una risposta arcipiùbuona.

Non fidandosi quindi dei tribunali né del Congresso, Snowden si è rivolto alle sole altre persone che, in ogni democrazia moderna, hanno il compito di scoprire la verità, suscitare dibattiti e mettere le persone di fronte alle proprie responsabilità: i giornalisti. Quando Daniel Ellsberg, poco più di quarant’anni fa, ha diffuso i Pentagon Papers, lui o chi lo rappresentava si è rivolto al Washington Post e al New York Times. Al giorno d’oggi un informatore ha un sacco di alternative. E a ben vedere non ha necessariamente bisogno di rivolgersi a qualcuno: potrebbe pubblicare da solo le informazioni in suo possesso. Non sappiamo cosa abbia pensato Snowden mentre si preparava a mettere nelle mani di Greenwald, di Poitras e del Guardian la più imponente mole di materiale riservato della storia, ma possiamo immaginare qualcosa del genere:

  • • Questo materiale è di difficile comprensione per i non addetti ai lavori. Ci vorrà una squadra di persone che lo studi per migliaia di ore per decifrare completamente quello che desidero che il mondo sappia. I grandi giornali a volte fanno lavori del genere, e li fanno abbastanza bene.

 

  • • Però voglio che questo materiale venga maneggiato da persone appassionate, quasi ossessionate da questi argomenti. Persone che capiscano al volo la portata di queste rivelazioni, che ne intuiscano le ricadute legali e politiche e che possano tornare ripetutamente sul tema approfondendolo senza fretta. Blogger e documentaristi fanno questo genere di cose.

 

  • • Il materiale è segretissimo e scottante. Ogni giornale che ne entrerà in possesso subirà pressioni enormi, anche da un punto di vista penale e anche da parte del governo, per indurlo a non pubblicare o persino a restituire il materiale. Certi giornali in passato hanno ceduto alle pressioni, oppure hanno temporeggiato per mesi o addirittura anni prima di decidere cosa fare con del materiale confidenziale. Quindi mi devo assicurare che più di un giornale ne prenda visione.

 

  • • Vista la probabilità che vengano intentate azioni legali e che i governi esercitino pressioni, l’ideale sarebbe poter conservare i documenti in più di un paese. Mi ci vorrebbe un giornale autorevole e indipendente con una buona tradizione di giornalismo investigativo.

Qualunque cosa abbia veramente pensato, ha certamente agito con intelligenza. Si è rivolto, tramite Greenwald, al Guardian, un giornale con un pubblico enorme (il terzo giornale di lingua anglosassone al mondo per numero di lettori) e una comprovata esperienza nell’attaccare persone e organizzazioni potenti. Ha poi fatto avere alcuni documenti a Barton Gellman del Washington Post, e ha coinvolto due giornalisti – Greenwald e Poitras – che non solo vivono fuori dagli Stati Uniti ma vengono da tradizioni di giornalismo completamente diverse.

Il Guardian inoltre occupa – nel panorama dei giornali americani – uno spazio tutto particolare. I giornali inglesi hanno storicamente una minore riverenza verso i concetti di obiettività e distacco che – a ragione o a torto – preoccupano tanto alcuni nostri colleghi americani. Il giornale all’inizio si chiamava The Manchester Guardian ed era un outsider rispetto al confortevole piccolo mondo di Fleet Street e anche se la parola “Manchester” è sparita da un pezzo dalla testata la mentalità resta quella dell’outsider e non esagero se dico che alcuni giornalisti britannici lo considerano ancora con la stessa diffidenza con cui i membri di un club scrutano un visitatore.

Ci siamo anche avvicinati in modo diverso alle nuove tecnologie digitali che stanno così radicalmente sovvertendo gli attuali modelli editoriali e commerciali. Abbiamo, penso, creduto più di altri nell’idea che un giornale possa offrire un’interpretazione più completa del mondo se riesce a raccogliere il contributo delle molte e diverse voci, non necessariamente solo di giornalisti tradizionali, che oggi pubblicano su molte piattaforme diverse e in molti diversi modi.

È così che Greenwald è approdato al Guardian. Ci affascinava questo avvocato trasformatosi in blogger, spesso erudito e talvolta polemico, che si era guadagnato un seguito notevole occupandosi a più riprese di temi riguardanti la privacy, le libertà civili, la guerra e le tecnologie. Alcuni hanno mostrato diffidenza verso quello che etichettano come “attivismo” o “giornalismo di parte”, noi no.

Il recentissimo film prodotto dalla Dreamworks su Julian Assange e WikiLeaks è stato furbamente intitolato The Fifth Estate, titolo che tenta di inquadrare in una definizione formale le nuove forme di editoria digitale che hanno ormai trasceso i limiti familiari del quarto potere. Greenwald non ama essere considerato un membro di questo quinto potere – soprattutto perché la politica e la giurisprudenza, nonché il giornalismo, tentano ancora di limitare la protezione (per esempio delle fonti e della segretezza) accordata a persone che ritengono – ma faticano ancora a definire ufficialmente – giornalisti a tutti gli effetti.

Bill Keller, l’ex direttore esecutivo del New York Times, ha confermato questo mese al New Yorker che il suo giornale si sarebbe comportato in modo diverso dal Guardian, nei confronti di Snowden:

Se uno dei nostri editorialisti ci avesse portato una storia di quelle dimensioni – qualcosa che di certo non si esaurisce in un editoriale – l’avremmo passata alla squadra di reporter della redazione. E raccontando la storia avremmo poi detto “è Nick Kristof che ha ottenuto questi documenti”. Ma non avremmo fatto scrivere a Nick Kristof la storia da pubblicare in prima pagina sul New York Times.

Anche noi abbiamo messo lo staff della redazione al lavoro sui documenti di Snowden, ma non abbiamo bandito il nome di Greenwald dalle pagine del giornale. Oltre ad impedirci di approfittare dell’esperienza legale e delle conoscenze accumulate da Greenwald, una simile distinzione l’avrebbe relegato al ruolo di semplice fornitore di documenti segreti, con tutti i rischi legali connessi e senza nessuna delle protezioni di cui invece avrebbe beneficiato l’autore dell’articolo.

L’ironia sta nel fatto che le possibilità, per Bill Keller, di trovarsi di fronte a un simile dilemma erano davvero poche. Pare che Snowden abbia deliberatamente scelto di non affidare i documenti al New York Times, ed è certo che Greenwald non avrebbe mai accettato le regole di Keller. Con ciò non intendo affatto screditare il duro e ammirevole lavoro fatto dal New York Times e da altri giornali sul materiale di Snowden. E d’altro canto, alcuni direttori di giornali inglesi si sono quasi spinti ad affermare che sfidare i servizi segreti non è cosa da giornalisti. Questo però ci aiuta a capire come Greenwald – che ha appena annunciato l’intenzione di lasciare il Guardian per fondare una  nuova testata giornalistica indipendente online – si sia trovato per le mani la più grande quantità di materiale di intelligence della storia. Sarà interessante vedere come si svilupperà questa nuova impresa, generosamente finanziata con 250 milioni di dollari da un miliardario della Silicon Valley. Ci vuol poco a immaginare che sarà guardata con una certa preoccupazione dai vertici dell’NSA e del GCHQ, che probabilmente penseranno sia un mostro uscito dai loro incubi peggiori.

 

2.

Ma torniamo nel seminterrato del Guardian e all’ingrato compito di distruggere un computer. Come ci siamo arrivati?

Una risposta plausibile è quella che ha proposto il governo: non era sicuro, per il Guardian, esaminare dei documenti tanto scottanti nei propri uffici, a prescindere da qualunque precauzione potessimo adottare. In effetti eravamo abbastanza d’accordo su questo punto: volevamo evitare a tutti costi una fuga di notizie accidentale. Gli agenti governativi che ci hanno fatto la paternale però erano totalmente impermeabili all’ironia del fatto che la sola organizzazione che fino a quel momento avesse perso il controllo di quelle informazioni non fosse un giornale ma la stessa NSA. Uno degli agenti, all’idea che 850.000 persone potessero avere accesso a quei dati, ha alzato gli occhi al cielo.

Ma allora verrebbe da chiedersi perché, se la questione era di tale importanza, i migliori agenti del governo abbiano impiegato cinque settimane per arrivare agli uffici del Guardian. E perché, quasi tre mesi più tardi, nessuno abbia ancora “messo al sicuro” tutti i documenti che il New York Times ha avuto dal Guardian, né si sia messo in contatto con Greenwald, Poitras, ProPublica o gli uffici del Guardian a New York.

Una risposta più plausibile è che i servizi segreti britannici semplicemente trovano molto difficile avere a che fare con i giornalisti. E questa è un’ottima metafora del più ampio problema di conciliare le esigenze di sorveglianza con le libertà civili. Come si può conciliare qualcosa che deve restare segreto con qualcosa che chiede di essere pubblico?

Fino a tempi relativamente recenti era proibito nominare i vertici dei servizi segreti britannici. Poi la stampa inglese si è arrangiata mettendo in piedi un sistema volontario – il Defence Advisory (DA) Notice system – che permette ai giornalisti di chiedere consiglio in via non ufficiale in materia di sicurezza. Il tenente colonnello in pensione che gestisce il sistema dice che più o meno l’80 o il 90 percento dei giornalisti è felice di sottoporgli i propri testi prima della pubblicazione.

Le due principali agenzie di intelligence, l’MI5 e l’MI6 non commentano mai ufficialmente, in genere preferiscono avere a che fare con uno o due giornalisti per ciascuna testata, scelti secondo criteri imperscrutabili. È capitato che si rifiutassero di avere a che fare con questo o quel giornalista perché aveva scritto articoli da loro considerati insoddisfacenti. E il GCHQ è ancora meno a suo agio nel gestire i rapporti con la stampa. Recentemente l’NSA è stata felice di parlare con Der Spiegel, il GCHQ no. Nei miei diciotto anni da direttore non ho mai (almeno che io sappia) incontrato un agente dell’agenzia di Cheltenham.

Il capo di un’altra agenzia una volta mi ha detto: “Siamo un’organizzazione segreta. Non vi è motivo di parlare di quello che facciamo e non sentiamo il bisogno di cambiare le cose.”

Questo desiderio di giocare tenendo le carte ben strette sul petto sembra accomunare il governo e il British National Security Council (Consiglio nazionale per la sicurezza) – un consiglio presieduto dal primo ministro che si riunisce con cadenza settimanale e si autodefinisce “il luogo deputato alla discussione collettiva degli obiettivi del governo in tema di sicurezza nazionale”.

Secondo l’ex ministro liberaldemocratico Chris Huhne, né il gabinetto né l’NSC erano al corrente dei programmi PRISM e Tempora, rivelati da Edward Snowden. Huhne ha scritto recentemente sul Guardian che “Il gabinetto non sapeva niente… delle loro incredibili capacità di acquisire e immagazzinare e-mail, contatti, dati delle attività sui social network e persino delle ricerche su Internet”.

Huhne si è detto molto stupito di essere stato tenuto all’oscuro di certe informazioni mentre era al governo, a maggior ragione avendo partecipato alle discussioni relative a un altro “progetto di super sorveglianza” di cui vi parlerò più diffusamente più avanti. “Forse,” rifletteva, “i burocrati della sicurezza pensavano che 1,8 miliardi di sterline fossero un prezzo modesto per raddoppiare quello che stavano già facendo”.

Man mano che il materiale di Snowden viene reso pubblico diventa sempre più evidente che oggi i servizi di sicurezza dipendono, sia in maniera ufficiale che non, dai servizi commerciali che usiamo tutti: provider di connessione a Internet, compagnie telefoniche e social network. Sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito la cappa di segretezza che ammanta queste attività è tale che nessuna azienda osa discutere apertamente delle proprie relazioni con i servizi segreti. Non possono farlo, è illegale. E i governi su entrambe le sponde dell’Atlantico sono terrorizzati all’idea che le aziende possano tirarsi indietro se i consumatori dovessero scoprire quanto generose sono state nel disporre dei loro dati.

Sono riuscito a raccogliere (in forma anonima, naturalmente) le confidenze di un alto dirigente di una grossa azienda della West Coast che ha ammesso che né lui né l’amministratore delegato sono autorizzati a sapere quali accordi abbia stretto la loro azienda con il governo americano. “È come se ci fosse un’azienda dentro l’azienda?” gli ho chiesto. Ha fatto un gesto sprezzante: “conosco la persona che se ne occupa, mi fido”.

Ci sono molti rapporti basati sulla fiducia nel mondo su cui Edward Snowden ha sollevato il sipario. Chiunque si avvalga dei servizi di questa azienda deve confidare nel fatto che uno sconosciuto (che non ne è l’amministratore) intrattenga una relazione corretta con il suo governo (che potrebbe non essere il governo del cliente). Altri documenti ci dicono che certe compagnie telefoniche fanno ben più di quel che viene loro legalmente richiesto di fare. E qui in Inghilterra ci dobbiamo fidare di un comitato governativo i cui membri vengono tenuti all’oscuro delle attività del più importante sistema di sorveglianza del mondo.

C’è poco da stupirsi che lo stato mandi degli agenti nelle redazioni dei giornali per cercare di convincere i direttori a tacere su tutto questo. E gli argomenti che usano sono esattamente quelli che vi aspettereste: avrete le mani sporche di sangue, perché il mondo “sta diventando un posto malvagio”.

Questo tema del “posto malvagio” è stato discusso con grande perizia da Peter Swire, primo consulente per la privacy della Casa Bianca sotto Clinton e ora, sotto Obama, membro del comitato di controllo dell’NSA. In un saggio pubblicato nel 2011 faceva notare che l’FBI e l’NSA dagli anni ’90 in poi si sono sempre lamentate delle proprie diminuite capacità di sorveglianza a causa della sempre maggiore diffusione della crittografia.

Dopo aver spiegato perché la crittografia è “vitale per la crescita economica, la creatività individuale, le azioni del governo e molte altre attività”, Swire invita gli americani a considerare con un certo scetticismo le proteste delle agenzie governative:

Col cambiare delle tecnologie le forze dell’ordine e le agenzie di intelligence hanno effettivamente perso alcune specifiche capacità. Tuttavia queste perdite sono più che compensate da altri enormi vantaggi. Si dovrebbe riconoscere pubblicamente che questa è un’età dell’oro per la sorveglianza. Una volta capito questo potremo respingere con serenità ogni richiesta di indebolimento dei sistemi di crittografia. Più in generale, dovremmo porci in maniera critica di fronte a un gran numero di proposte e costruire un’infrastruttura informatica e di comunicazione più sicura.

Così parla un esperto di crittografia su Internet. E un recente editoriale dell’Economist ha messo in luce con preoccupazione le pressioni dell’NSA volte a indebolire la sicurezza della rete:

Qualsiasi intenzionale sovvertimento dei sistemi di crittografia da parte dell’NSA è semplicemente una cattiva idea, e dovrebbe essere impedito. Renderebbe più difficile la vita delle spie [governative], è vero, ma ci sono molte altre tecniche mirate da utilizzare come alternativa che non riducono la sicurezza di Internet a danno di tutti i suoi utenti, non compromettono l’immagine dell’industria tecnologica americana e non fanno apparire il governo inaffidabile e ipocrita.

Devo confessare una cosa: non ho scoperto da solo, analizzando i documenti del GCHQ e dell’NSA, il modo in cui le agenzie governative cercano di manomettere i sistemi di crittografia. Anzi, quando i due giovani giornalisti specializzati in tecnologia che ne hanno intuito l’importanza me l’hanno spiegato, non l’ho nemmeno capito subito. È stato imbarazzante: ho dovuto fare un disegnino molto infantile per essere sicuro di aver compreso quello che Jeff Larson, sviluppatore e reporter di ProPublica e James Ball, il nostro ventisettenne esperto di informatica, mi stavano spiegando.

I deputati e i membri del congresso hanno una comprensione delle potenzialità della tecnologia migliore della mia? Sarebbero in grado di decifrare questi documenti? Un paio di settimane fa ho posto questa domanda a un membro anziano del gabinetto, che ha seguito distrattamente la storia di Snowden e le cui esperienze in tema di intelligence apparentemente risalgono agli anni ’70. “Il problema dei deputati”, ha ammesso “è che la maggior parte di noi non capisce bene come funziona Internet”.

Ecco di nuovo la fiducia. In assenza di giornali che scoprano, analizzino e spieghino queste cose, dobbiamo fidarci di comitati di sorveglianza parlamentari e congressuali o di tribunali segreti unilaterali. Negli Stati Uniti siamo nelle mani della senatrice Dianne Feinstein e nel Regno Unito ci affidiamo a Malcolm Rifkind, un ex segretario alla difesa. Nessuno dei due è, per dirla con garbo, un nativo digitale. Forse faccio loro un torto, ma credo che sia Feinstein che Rifkind avrebbero faticato non poco a comprendere i documenti decifrati da Jeff, con o senza l’aiuto del mio disegnino. Sento in questo gli echi dei burocrati inglesi che cent’anni fa si affannavano per cercare di decifrare i segnali lanciati nell’etere da Marconi.

I documenti di Snowden ci dicono che l’NSA e il GCHQ impiegano ingegneri di talento che mettono a frutto la loro creatività per inventare maniere sempre più originali per tenere sotto controllo milioni e milioni di persone. Il solo mettere in discussione i loro metodi, non parliamo di scriverne, fa sollevare immediatamente l’obiezione che si rischia di regalare la partita al nemico. Le spie insistono nel dire che loro lavorano entro i limiti imposti dalla legge. E ti spiegano con pazienza la differenza fra il pagliaio – che loro devono essere autorizzati a controllare – e l’ago, che possono cercare solo se hanno il controllo del pagliaio.

Nessuno dubita della necessità del loro lavoro. Abbiamo bisogno di agenzie di intelligence capaci. Le democrazie liberali hanno nemici determinati e ricchi di risorse. C’è una contrapposizione evidente fra la segretezza che molto del lavoro di intelligence richiede e la trasparenza che la democrazia esige. Anche un giornalismo attento e responsabile è necessario. Il Guardian, il Washington Post, ProPublica e il New York Times hanno usato ogni cautela nel pubblicare il materiale di Snowden. In privato – ma inevitabilmente non in pubblico – coloro che sono a conoscenza della natura di quel materiale lo ammettono. (Vale la pena notare che in una recente intervista concessa al New York Times Snowden ha negato di aver portato dei documenti in Russia, e ha aggiunto “non c’è nessuna possibilità che i russi o i cinesi siano entrati in possesso di questi documenti”. La Reuters ha recentemente confermato che gli agenti americani non hanno nessuna prova del fatto che uno dei due paesi sia in possesso del materiale di Snowden.)

La ragione per cui questo tema è così importante  è che, col progredire della tecnologia, la polizia e le agenzie di intelligence (e altri con loro) vorranno sempre più pagliai, li vorranno sempre più grandi e vorranno poterli conservare più a lungo. E poi vorranno creare algoritmi spaventosamente potenti che siano in grado di trovare gli aghi.

Nel Regno Unito c’è, lo accennavo prima, un altro programma di sorveglianza in attesa di essere lanciato ma fortunatamente per il momento sospeso che attribuirebbe al segretario per gli affari interni il potere di ordinare la raccolta di ogni tipo di comunicazione o di metadato da ogni tipo di fonte per una durata di dodici mesi. Questo includerebbe, per la prima volta, anche i dettagli relativi ai messaggi postati sui social media, le web mail, Skype e altri servizi di telefonia via Internet e i siti di giochi online, oltre a tracciare ogni invio di e-mail e di messaggi di testo e l’uso di tutti i telefoni. Includerebbe informazioni su chi ha mandato cosa, a chi, da dove e quando.

Se questa proposta dovesse passare, la polizia, i servizi di sicurezza la guardia di finanza e diversi altri enti pubblici non avrebbero bisogno di alcun mandato per chiedere ai provider di servizi di consegnare loro dei dati. E la proposta è formulata in modo da avere valore anche sulle tecnologie che saranno adottate in futuro. E tutto questo in aggiunta a quello che il GCHQ fa già. Un certo numero di politici inglesi recentemente ha protestato per essere stato tenuto all’oscuro della potenza delle agenzie di intelligence, e soprattutto per il fatto che siano stati tenuti all’oscuro anche coloro che erano incaricati di esaminare le richieste di maggiori capacità di intrusione.

Senza un ampio dibattito su questi temi è difficile immaginare cosa possa impedire all’intelligence di volere di più. Si stima che nel Regno Unito ci siano circa cinque milioni di telecamere a circuito chiuso. È certamente solo una questione di tempo prima che qualcuno suggerisca di associare le riprese di queste telecamere a un software per il riconoscimento facciale (del tipo che persino Google è restia a rilasciare) e forse anche di attivare dei microfoni in modo da poter ascoltare le conversazioni per la strada.

Con ogni probabilità ci diranno che questo potrebbe aiutare i buoni a sorvegliare i cattivi e forse potrebbe impedire un nuovo attacco terroristico sul suolo britannico. E qualcuno in futuro sicuramente dirà al direttore di un giornale: “racconta queste cose e avrai le mani sporche di sangue. I terroristi eviteranno le strade principali e tutti i luoghi in cui ci sono delle telecamere a circuito chiuso. Il mondo diventerà un posto malvagio”.

Gli ingegneri di talento saranno sempre un passo più avanti della legge. Le rivelazioni del Guardian sugli ordini segreti emessi per raccogliere i dati telefonici degli abbonati di Verizon hanno suscitato un grande sgomento nell’estensore del Patriot Act, il membro del congresso Jim Sensenbrenner. Non era quello che intendeva quando aveva redatto la legge, dodici anni prima. Sensenbrenner ha scritto subito, per protestare, al procuratore generale Eric Holder: “Sono molto turbato dal modo in cui l’FBI ha interpretato questa legge… raccogliere i dati telefonici di milioni di persone innocenti è eccessivo e antiamericano”.

Perché i tribunali FISA, per quel che ci è dato di sapere, non hanno mai espresso preoccupazione di fronte a ordini di quel tipo, ordini che hanno certamente approvato più e più volte? (A quanto pare però protestano se li si accusa di essere solo dei passacarte.) Perché la senatrice Feinstein non ha mai manifestato alcun turbamento? Ora che l’estensore della legge ha dichiarato di non aver mai pensato che potesse servire a questo, i tribunali cambieranno il loro modo di agire? Lo sapremo mai?

Diversi intellettuali e giuristi dubitano fortemente che l’attuale sistema di controllo possa essere efficace. L’ex giudice di corte d’appello Sir Stephen Sedley, in un articolo apparso di recente sulla London Review of Books, ha espresso il suo sconforto di fronte a questo regime statutario di sorveglianza coperto dal segreto, parte di un modello costituzionale la cui evoluzione ha portato alcuni di noi a domandarsi se la tradizionale separazione dei poteri – legislativo, giudiziario ed esecutivo – mutuata da Locke, Montesquieu e Madison sia ancora valida.

In molte democrazie al giorno d’oggi l’apparato di sicurezza è in grado di esercitare sugli altri organismi dello stato un potere tale da rasentare l’autonomia: può far approvare leggi che fanno prevalere i suoi interessi sui diritti dei cittadini, può orientare i processi decisionali dell’esecutivo, può escludere i suoi antagonisti dai processi giudiziari e operare quasi completamente al riparo dal giudizio dell’opinione pubblica.

L’uso arbitrario degli ampi poteri di fermo, perquisizione e interrogatorio che il Terrorism Act (precedente all’11 settembre) attribuisce alle forze dell’ordine è recentemente assurto agli onori della cronaca con la detenzione di David Miranda a Heathrow e ci dimostra che è in corso un cambiamento di lungo termine sia nella percezione di cosa è costituzionalmente ammissibile che nella percezione di cosa è costituzionalmente accettabile. La prima questione può forse essere lasciata al parlamento, ma la seconda riguarda tutti noi.

Io penso che abbia ragione.”

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