#Jan25

Ogni anno, il 25 gennaio faccio qualcosa per segnare l’anniversario della rivoluzione egiziana. Studio, scrivo, riguardo materiali, sento persone. Di solito me lo tengo per me. Ma quest’anno, nel pieno della scrittura del mio libro, nel settimo anniversario che coincide col secondo della scomparsa di Giulio Regeni, mi è capitato di lavorare per gran parte della giornata sui materiali del 5 marzo 2011, un momento epocale che sembrò per un attimo segnare la possibilità di una reale trasformazione del paese. Dimessosi l’odiato Shafiq, Essam Sharaf giurava da nuovo primo ministro a Tahrir, portato a braccia dalla folla. E la sera, seguiti pochissimo dai media internazionali, centinaia di attivisti circondarono la sede della Sicurezza Nazionale e polizia segreta a Nasr City, la presero d’assalto, sfondarono cancelli e porte e riuscirono ad arrivare fino al secondo dei piani sottoterra dell’edificio. Tutto questo lo vivemmo in diretta su Twitter. Voci insistenti li avevano messi in allarme – l’apparato di sicurezza stava distruggendo dossier, documenti e archivi su arresti, detenzioni e torture. Una volta dentro, trovarono enormi sacchi neri dell’immondizia pieni di documenti fatti a striscioline, aprirono gli schedari, trovarono i dossier su molti di loro (compreso quello di Khaled Said), e qualcuno di loro, fra celle putride e macchinari per le torture, rivide la stanza dov’era stato detenuto nel 2003 e pianse. Questo è un video in cui la testata Al Masry al Youm raccolse una minima parte dei video amatoriali girati quella sera da attivisti e avvocati. Solo per dire della mostruosità contro cui questo popolo ha provato a battersi con tutto il suo coraggio. E per dire che è indecente che due anni dopo non abbiamo ancora i colpevoli della morte di Giulio, perché li abbiamo avuti sotto il naso per tutti questi anni e non è un segreto.

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