Intervista di Hubert Seipel a Edward Snowden per la tv tedesca NDR

Intervista di Hubert Seipel a Edward Snowden per la tv tedesca NDR (traduzione dall’inglese di Alessandra Neve)

Mosca, 26 gennaio 2014

Signor Snowden, ha dormito bene negli ultimi giorni? Ho letto che ha richiesto la protezione della polizia. Ha ricevuto delle minacce? 

Sì, ho ricevuto minacce di una certa entità, ma ho dormito molto bene. È uscito un articolo interessante su un sito che si chiama BuzzFeed: i giornalisti hanno intervistato dei funzionari del Pentagono e dell’NSA concedendo loro di restare anonimi perché potessero sentirsi liberi di dire quello che pensavano, e questi signori hanno dichiarato che sarebbero felici di uccidermi. Stiamo parlando di funzionari del governo in servizio. Hanno detto che che gli piacerebbe molto ficcarmi una pallottola in testa, oppure avvelenarmi mentre rientro a casa dopo aver fatto la spesa e lasciarmi morire sotto la doccia.

Per fortuna è ancora qui con noi. 

Sì, sono ancora vivo e non perdo il sonno perché ho fatto quello che dovevo e che pensavo fosse giusto fare e non ho intenzione di farmi intimidire.

La cito. “La mia più grande paura riguardo alle conseguenze di queste rivelazioni è che non cambi nulla”. Di questo si preoccupava qualche tempo fa, ora però c’è un vivace dibattito attorno alla situazione dell’NSA, non solo in America ma anche in Germania e in Brasile, e il presidente Obama è stato costretto a rilasciare dichiarazioni pubbliche in difesa dell’operato dell’NSA.

La prima reazione del governo di fronte alle rivelazioni è stata quella di stringersi attorno all’NSA. Invece di proteggere i diritti dei cittadini la classe politica si è schierata a protezione dei diritti dello stato di sicurezza. È interessante però constatare che ora, rispetto a quella prima risposta, assistiamo a un ammorbidimento delle posizioni. Il Presidente prima ha dichiarato “siamo stati equilibrati, non ci sono stati abusi”, poi lui e i suoi funzionari hanno dovuto ammettere che ce ne sono stati. Ci sono state ogni anno migliaia di violazioni dei diritti dei cittadini, da parte dell’NSA come di altre agenzie governative.

Il recente discorso di Obama può dare il via a un serio processo di regolamentazione?

Dal discorso del Presidente è emerso chiaramente che intende apportare solo piccole modifiche che consentano di mantenere in piedi delle autorità di cui non abbiamo bisogno. Della commissione istituita dal Presidente fanno parte alcuni suoi amici personali, dei dipendenti dell’NSA, e un ex vicedirettore della CIA: tutte persone che avrebbero ogni motivo per essere clementi verso quei programmi e vederli sotto la luce migliore. Eppure la commissione ha scoperto che questi programmi non hanno alcun valore, non sono mai serviti a fermare un attacco terroristico ai danni degli Stati Uniti e in altre circostanze la loro utilità è stata solo marginale. Il programma di raccolta di metadati telefonici basato sulla Sezione 215 del Patriot Act, che è in sostanza un più vasto programma di raccolta di massa di metadati (e raccolta di massa non significa altro che sorveglianza di massa) è servito a una sola cosa: impedire – o forse solo individuare – il trasferimento di 8.500 dollari da parte di un tassista californiano [N.d.T.: un somalo, accusato di aver finanziato con quei soldi Al Shabaab]. Questa commissione composta da insider ha scritto nel suo rapporto che questi programmi non ci servono e non ci rendono più sicuri, che drenano una quantità spaventosa di risorse senza offrire in cambio alcun beneficio e che andrebbero modificati. L’NSA opera sotto l’autorità esecutiva diretta del Presidente, lui può chiudere questi programmi, può modificarli o cambiarne le regole in qualsiasi momento.

Per la prima volta il Presidente Obama ha ammesso che l’NSA raccoglie e immagazzina miliardi di dati.

Tutte le volte che rispondiamo al telefono, componiamo un numero sulla tastiera, scriviamo una e-mail, compriamo qualcosa online, prendiamo l’autobus col cellulare in tasca, usiamo una tessera magnetica, noi lasciamo una traccia e il governo ha pensato che fosse una buona idea raccoglierle tutte, anche se non ci sospetta di alcun crimine. Un tempo il governo, individuata una persona da indagare, si rivolgeva a un giudice dicendo “sospetto che questa persona abbia commesso un crimine”, otteneva un mandato e poi era libero di usare tutti i mezzi a sua disposizione per proseguire l’indagine. Oggi invece il governo vuole utilizzare tutti i mezzi a sua disposizione in maniera preventiva, prima ancora che vi sia un’indagine.

Questo dibattito è partito da lei. Edward Snowden è ormai sinonimo di whistleblower nell’era di Internet. Lei ha lavorato per l’NSA fino all’estate scorsa e mentre era in servizio ha raccolto in segreto migliaia di documenti riservati. Qual è stato il momento decisivo? Ha maturato gradualmente questa decisione o è accaduto qualcosa di improvviso? Perché l’ha fatto?

Il momento decisivo è stato il giorno in cui ho sentito il direttore della National Intelligence, James Clapper, mentire sotto giuramento davanti al Congresso. Non c’è salvezza se l’intelligence di un paese pensa di poter mentire sia ai cittadini che ai legislatori, ovvero a coloro che devono potersi fidare dell’intelligence e regolarne le attività. In quel momento ho capito che non sarei più tornato indietro. E mi sono reso conto con angoscia del fatto che, se non avessi agito io, nessun altro l’avrebbe fatto. L’opinione pubblica aveva il diritto di sapere di questi programmi. I cittadini devono sapere ciò che il governo fa per loro e ciò che fa contro di loro, ma a noi non era concesso di discuterne. Nemmeno ai nostri rappresentanti eletti era concesso di conoscere o discutere questi programmi, e questo è molto pericoloso. L’unico tipo di controllo su di noi era esercitato dai tribunali FISA, dei tribunali segreti composti da passacarte privi di qualunque autorità.

Quando ci sei dentro, tutti i giorni arrivi in ufficio, ti siedi alla tua scrivania e ti rendi conto del potere che hai: puoi intercettare il Presidente degli Stati Uniti, puoi intercettare un giudice federale, e se lo fai bene nessuno verrà a saperlo, perché l’unico canale attraverso cui l’NSA viene a conoscenza degli abusi perpetrati al suo interno è l’autodenuncia.

Non stiamo parlando solo dell’NSA: c’è un accordo multilaterale di cooperazione fra i servizi di diverse nazioni. Questa alleanza fra le operazioni di intelligence è nota col nome di Five Eyes (i cinque occhi); quali agenzie di quali paesi fanno parte dell’alleanza e qual è il suo scopo? 

L’alleanza dei Five Eyes è una creatura del secondo dopoguerra in cui i paesi anglofoni si sono uniti per trovare il modo di collaborare e condividere i costi delle infrastrutture di intelligence.

Comprende il GCHQ inglese, l’NSA per gli Stati Uniti, il C-Sec canadese, l’australiano Signals Intelligence Directorate e il DSD della Nuova Zelanda. Il risultato di questa collaborazione che dura da svariati decenni è una specie di organizzazione di intelligence sovranazionale che non risponde alla leggi dei paesi membri.

In molti paesi, compresa l’America, alle agenzie di intelligence non è permesso spiare i propri cittadini quando si trovano all’interno dei confini nazionali. Quindi, ad esempio, gli inglesi possono spiare chiunque ma non gli inglesi stessi, però l’NSA può condurre attività di sorveglianza nel Regno Unito quindi alla fine basta che si scambino i dati e da un punto di vista strettamente legale sono a posto.

Se provasse a fare questa stessa domanda a dei funzionari di governo, negherebbero e le farebbero notare che ci sono degli accordi fra gli stati membri dell’alleanza nei quali ogni stato si è impegnato a non spiare i cittadini degli altri stati, ma vale la pena di notare alcune cose importanti. La prima è che quando parlano di spiare non si riferiscono alla raccolta di dati: il GCHQ sta raccogliendo una quantità incredibile di dati di cittadini britannici, così come l’NSA sta raccogliendo enormi quantità di dati di cittadini americani. Quello che intendono è solo che non useranno i dati relativi a certe persone: non cercheranno fra i dati quelli relativi a cittadini americani o britannici. Per giunta, le regole dell’alleanza che stabiliscono il divieto per gli inglesi di spiare i cittadini americani e viceversa non sono legalmente vincolanti. Il testo degli accordi è chiaro: non pone vincoli legali all’operato di nessun governo. Sono accordi da cui si può prescindere e che si possono violare in qualunque momento. Se vogliono spiare un cittadino britannico possono farlo e possono anche condividere i dati relativi a quel cittadino con il governo britannico che per legge non lo può spiare; si tratta sostanzialmente di rapporti di scambio che non avvengono alla luce del giorno ma sono in qualche modo sottintesi. Infine, quel che è fondamentale ricordare è che le agenzie non commettono un abuso quando usano i dati, bensì prima, quando li raccolgono.

Quanto è stretta la collaborazione fra il servizio segreto tedesco BND e l’NSA o i Five Eyes? 

La definirei intima. La prima volta che gliene ho parlato, nell’intervista scritta, le ho detto che i servizi tedeschi e quelli americani vanno a braccetto. Non solo condividono le informazioni e i risultati delle indagini di intelligence, condividono anche gli strumenti e l’infrastruttura, e lavorano insieme su obiettivi condivisi; questo è molto pericoloso. Uno dei programmi dell’NSA a cui vanno imputati gli abusi peggiori si chiama “XKeyscore”. Si tratta di un motore di ricerca che ha a disposizione tutti i dati raccolti ogni giorno in tutto il mondo.

Immagini di essere seduto al loro posto: cosa potrebbe fare con uno strumento simile per le mani? 

Potrei leggere i messaggi di chiunque al mondo abbia un indirizzo e-mail. Potrei monitorare il traffico in entrata o in uscita da qualunque sito web, potrei spiare l’attività di ogni computer, potrei tracciare gli spostamenti di un laptop in giro per il mondo. Potrei avere accesso a tutte le informazioni dell’NSA. Non solo: usando XKeyscore si possono “etichettare” le persone. Le faccio un esempio: io e lei ci siamo incontrati una volta e io ho pensato che il suo lavoro fosse interessante o che lei potesse avere accesso a informazioni preziose, facciamo l’ipotesi che lei lavori per una grossa azienda tedesca e che io voglia accedere alla rete della sua azienda; potrei tracciare il nome utente con cui si è registrato su un sito, risalire al suo vero nome, analizzare la sua rete di amicizie e costruire una specie di impronta digitale, ovvero un segnale di attività in rete in grado di identificarla in maniera univoca. Questo significa che ovunque lei vada e per quanto possa cercare di nascondere la sua identità e la sua presenza online, l’NSA sarà in grado di trovarla e tutti coloro con cui l’NSA condivide questi strumenti potranno fare la stessa cosa. La Germania è uno dei paesi che hanno accesso a XKeyscore.

Davvero inquietante. La domanda successiva è: il BND trasmette all’NSA i dati relativi ai cittadini tedeschi? 

Che il BND lo faccia attivamente e consapevolmente o meno, l’NSA ottiene quei dati. Non posso dirle se vengono forniti direttamente perché si tratta di informazioni riservate e preferisco che siano i giornalisti a decidere quali informazioni siano di pubblico interesse e debbano essere pubblicate. Tuttavia non è un segreto che l’NSA possieda dati relativi ai cittadini di qualunque stato al mondo. Milioni e milioni e milioni di dati relativi alla vita quotidiana dei cittadini tedeschi: chiamate con i cellulari, sms, dati di accesso a siti web, acquisti online, tutte queste informazioni arrivano all’NSA ed è ragionevole sospettare che il BND ne sia consapevole, almeno fino a un certo punto. Ma non sta a me dire se le fornisca direttamente o meno.

La risposta prevedibile del BND è “se accade è accidentale, i nostri filtri non hanno funzionato”.

D’accordo, in questo caso si parla di filtrare la raccolta dei dati, il che significa che quando l’NSA mette un server segreto all’interno di un’azienda di telecomunicazioni tedesca oppure accede a un router tedesco e ne devia il traffico in modo da essere in grado di fare ricerche nei dati raccolti, dovrebbe poi dire “se vediamo che una conversazione ha tutta l’aria di avvenire fra due tedeschi, la ignoriamo”, ma come può saperlo con certezza? Potrebbe ragionare così: “queste due persone stanno parlando in tedesco”, “questo è l’indirizzo IP di un’azienda tedesca e sta comunicando con l’indirizzo IP di un’altra azienda tedesca”, ma non può dedurne delle certezze, quindi non scarterà tutto quel traffico, perché potrebbe comunque comprendere informazioni su persone che desidera sorvegliare, che in quel momento sono in Germania e si servono di mezzi di comunicazione tedeschi. Quindi quel che più realisticamente accade è che quando l’NSA dichiara di non spiare i cittadini tedeschi non significa che non stia raccogliendo informazioni sui cittadini tedeschi, non significa che non stia acquisendo o rubando dati, significa che non sta intenzionalmente cercando in quei dati informazioni su cittadini tedeschi. Ha tutta l’aria di una bugia detta con le dita incrociate dietro la schiena, come ci si può fidare?

E cosa succede in altri paesi europei, in Norvegia e in Svezia, per esempio? Ci sono un sacco di cavi sottomarini che attraversano il mar Baltico, no? 

Si tratta semplicemente di estendere il ragionamento. Se l’NSA non raccoglie informazioni sui tedeschi quando sono in Germania, lo farà appena escono dai confini nazionali? La risposta è sì. Ogni comunicazione che viaggi sulla rete può essere intercettata dall’NSA in più punti: la può vedere in Germania, la può vedere in Svezia, in Norvegia o in Finlandia, la può vedere in Gran Bretagna o negli Stati Uniti. Se quell’informazione transita per uno qualunque di questi luoghi, verrà raccolta e aggiunta al database.

Parliamo allora dei nostri vicini del sud Europa. Cosa mi dice dell’Italia, della Francia e della Spagna? 

Il meccanismo è lo stesso in tutto il mondo.

L’NSA spia la Siemens, la Mercedes o altre aziende tedesche di successo per avere un vantaggio competitivo o per sapere quello che accade all’interno della comunità scientifica o economica del paese?

Non voglio precedere le decisioni editoriali dei giornalisti, ma le posso dire che è fuor di dubbio che gli Stati Uniti facciano anche spionaggio economico.

Se la Siemens ha delle informazioni che l’NSA ritiene possano essere utili all’interesse nazionale, badi, non alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, le cercheranno e le prenderanno.

In buona sostanza si può ritenere che l’NSA faccia qualunque cosa sia tecnicamente fattibile.

Di questo parlava il Presidente l’anno scorso quando ha detto che solo perché siamo in grado di fare una cosa – e si stava riferendo all’intercettazione del telefono di Angela Merkel – non significa necessariamente che dovremmo farla, ma è esattamente quello che succede. Le possibilità tecnologiche di cui disponiamo per via degli scarsi standard di sicurezza dei protocolli Internet e delle comunicazioni cellulari hanno permesso che i servizi di intelligence costruissero sistemi in grado di vedere ogni cosa.

La cosa che più ha infastidito il governo tedesco è proprio il fatto che l’NSA abbia intercettato per dieci anni il telefono privato del Cancelliere Merkel. Questa sorveglianza invisibile è stata all’improvviso associata a un volto noto anziché a oscuri terroristi che tramano nell’ombra. Obama ha promesso di smettere di ascoltare le telefonate della Merkel, ma la domanda che sorge spontanea è: l’NSA avrà spiato anche governi precedenti e cancellieri precedenti? E se sì, quando e per quanto tempo? 

Questa per me è una domanda particolarmente difficile. Io credo fortemente che certe informazioni debbano essere portate a conoscenza del pubblico e tuttavia, come ho detto prima, preferisco che siano i giornalisti a prendere questo tipo di decisioni, a passare in rassegna il materiale e decidere se il valore di queste informazioni per il pubblico bilancia il danno di reputazione arrecato ai funzionari che hanno ordinato la sorveglianza. Quello che le posso dire è che sappiamo che Angela Merkel è stata sorvegliata dall’NSA. Quindi possiamo chiederci; quanto è ragionevole pensare che sia l’unico funzionario tedesco a essere stato sorvegliato? Quanto è ragionevole pensare che sia l’unico personaggio di spicco della scena politica tedesca finito nel mirino dell’NSA? Mi permetto di suggerire che se lo scopo era quello di conoscere le intenzioni della leadership tedesca mi sembra abbastanza improbabile che sia stata spiata solo Angela Merkel e non i suoi assistenti, non altri funzionari di rilievo, non ministri o governatori.

Come ha fatto un ragazzo cresciuto a Elizabeth City, nel North Carolina, a trovarsi a soli trent’anni in un posto di così grande responsabilità in un settore tanto delicato?

Che domanda difficile. Mette bene in luce i pericoli che derivano dalla privatizzazione delle funzioni di governo. In un primo momento io ho lavorato per la CIA come funzionario interno, come dipendente del governo, ma molto più spesso sono stato impiegato dal governo come terzista, e quindi ero alle dipendenze di un’azienda privata. Questo significa che ci sono aziende private che svolgono compiti di stretta pertinenza del governo, come lo spionaggio mirato, la sorveglianza o l’hackeraggio di sistemi stranieri, e che chiunque abbia delle buone capacità e riesca a convincere un’azienda privata di essere sufficientemente qualificato può trovarsi a svolgere compiti molto delicati, sui quali c’è pochissima supervisione, pochissimo controllo.

Lei era il classico ragazzino che intorno ai dodici, quindici anni passava notti intere davanti a un computer, col papà che ogni tanto bussava alla porta dicendo “è tardi, spegni la luce e vai a dormire!”? Le sue competenze informatiche vengono da lì? Quando ha avuto a che fare la prima volta con un computer? 

Sì, in effetti ho avuto… possiamo dire un’educazione informale ma approfondita su computer e tecnologie elettroniche. Mi hanno sempre affascinato e interessato. E trovo che l’immagine del ragazzino a cui i genitori dicono di andare a dormire sia abbastanza adeguata.

Dando un’occhiata alle poche informazioni di dominio pubblico sulla sua vita si scopre che lei nel maggio del 2004 ha provato a entrare nelle Forze speciali per andare a combattere in Iraq. Qual era all’epoca la sua motivazione? Sa, le forze speciali significano combattere duramente e probabilmente anche uccidere… c’è mai arrivato in Iraq?

No, non ci sono arrivato. Ma sa, i Berretti Verdi sono un corpo interessante: non sono destinati al combattimento diretto, li si definisce normalmente un moltiplicatore di forze. Si tratta di squadre con molteplici specializzazioni che vengono mandate oltre le linee nemiche per insegnare alla popolazione locale a resistere o a supportare le forze americane, in modo da offrire loro l’opportunità di determinare il proprio destino; all’epoca mi sembrava una causa nobile. Col senno di poi mi rendo conto che alcune delle ragioni per cui siamo andati a combattere quella guerra non erano ben fondate, e penso che alla fine nessuno ne abbia tratto beneficio.

E a lei come è andata? È rimasto a lungo nelle forze speciali?

No, mi sono rotto le gambe durante un allenamento e mi hanno congedato.

Quindi è stata un’esperienza breve. 

Sì, è stata breve.

Nel 2007 lei si trova a Ginevra, in Svizzera, per conto della CIA, con una copertura diplomatica. Perché è entrato alla CIA?

Non penso di poter rispondere pubblicamente a questa domanda.

D’accordo, non intendevo riferirmi alle sue mansioni all’interno dell’agenzia, ma alle motivazioni che l’hanno portata a entrarvi. 

Penso che fosse sostanzialmente un altro tentativo di perseguire il bene pubblico nella maniera più efficace, ed è in linea con il resto della mia carriera al servizio del governo: ho sempre cercato di usare le mie capacità tecniche nei ruoli più difficili che potessi trovare, e la CIA mi ha offerto un’opportunità di farlo.

Ripercorrendo le tappe, dalle Forze speciali alla CIA prima e poi all’NSA, non sembra proprio il curriculum di un attivista per i diritti umani o di qualcuno che a un certo punto decide di diventare un whistleblower. Cosa le è successo? .

Il mio percorso racconta una storia, e la morale è che, a prescindere da quanto una persona sia organica al governo, a prescindere da quanto sia fedele al suo governo, a prescindere da quanto creda nelle cause del suo governo, come ci credevo io durante la guerra in Iraq, quella persona può imparare, può scoprire il limite che separa un comportamento appropriato da un comportamento illecito. A un certo punto a me è parso chiaro che quel limite era stato superato.

Lei ha svolto il suo lavoro presso l’NSA alle dipendenze di un contractor privato che si chiama Booze Allen Hamilton, uno degli attori più importanti sulla scena. Qual è il vantaggio per il governo americano o per la CIA di lavorare con un contractor privato e dare in appalto una funzione tanto delicata? 

La cultura degli appalti nelle agenzie per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti è un tema complesso. Ci sono diversi interessi in gioco: dalla volontà di limitare il numero dei dipendenti diretti del governo a quella di mantenere delle lobby forti all’interno del Congresso, specialmente se di queste lobby fanno parte aziende molto ricche, come appunto Booze Allen Hamilton. Il problema è che così facendo si finisce per lasciare che le politiche del governo vengano influenzate da aziende private i cui interessi sono totalmente divergenti rispetto al bene della collettività. Il risultato è quello che si è verificato presso Booze Allen Hamilton: che una persona che aveva accesso a quelli che il governo stima essere milioni e milioni e milioni di dati ha potuto portarli fuori senza dover rendere conto a nessuno, senza nessuna supervisione o controllo, e senza che il governo se ne rendesse nemmeno conto.

Alla fine della storia si ritrova qui, in Russia. Molti all’interno dell’intelligence sospettano che lei abbia stretto un patto con i russi promettendo loro informazioni riservate in cambio dell’asilo. 

Il capo della task force che indaga su di me a dicembre ha confermato che le indagini non hanno portato ad alcuna prova o indizio del fatto che io possa aver avuto qualche aiuto o contatto esterno o che abbia preso accordi con qualcuno prima di fare quello che ho fatto. Io ho lavorato da solo. Non mi serviva l’aiuto di nessuno, non sono legato in alcun modo a nessun governo straniero, non sono una spia al soldo della Cina o della Russia né di qualunque altro paese. Se sono un traditore, bisogna che mi diciate chi avrei tradito. Ho dato tutte le mie informazioni ai cittadini americani, a giornalisti americani che lavorano su argomenti che riguardano l’America. Se questo è tradimento, allora molte persone dovrebbero cominciare a domandarsi per chi lavorano veramente. I cittadini dovrebbero essere i loro datori di lavoro, non dei nemici. Al di là di questo, per quanto riguarda la sicurezza della mia persona, non sarò mai completamente al sicuro finché questi sistemi non saranno cambiati.

Dopo le sue rivelazioni, nessun paese europeo le ha offerto una concreta possibilità di asilo. A quali paesi ha mandato la richiesta? 

Non ricordo nel dettaglio la lista di tutti i paesi, erano davvero tanti, ma di sicuro c’erano la Francia e la Germania, e anche il Regno Unito. Erano proprio tanti, e tutti, purtroppo, hanno pensato che fare la cosa giusta fosse meno importante che non assecondare le preoccupazioni politiche degli Stati Uniti.

Uno degli effetti delle rivelazioni sull’NSA consiste nel fatto che in questo momento paesi come la Germania stanno pensando di creare reti locali per cercare di costringere le aziende a conservare i dati all’interno dei confini nazionali. Questa cosa ha senso?

Non per fermare l’NSA. Mettiamola così: l’NSA va dove ci sono i dati. Se l’NSA è in grado di acquisire sms dalle reti di telecomunicazione cinesi, probabilmente è in grado di appropriarsi dei messaggi che i tedeschi si scambiano su Facebook. La soluzione non consiste nel tenere tutto all’interno di un “walled garden”, anche se ciò aumenta la difficoltà e la sofisticazione dei mezzi necessari per impossessarsi delle informazioni. Sarebbe molto meglio cercare di mettere al sicuro le informazioni a livello internazionale, piuttosto che spostarle. Spostare i dati non risolve il problema, il problema è come riuscire a renderli sicuri.

Il presidente Obama e l’NSA al momento non sembrano granché interessati al contenuto delle sue rivelazioni, sembrano molto più preoccupati di riuscire a catturarla. Obama ha chiesto ripetutamente al presidente russo la sua estradizione, ma Putin non ha acconsentito. Vista così, lei sembra destinato a trascorrere il resto della sua vita in Russia. Come vede questa ipotesi, pensa che ci sia una soluzione? 

Penso che stia diventando sempre più chiaro a tutti che le mie rivelazioni non hanno causato nessun danno ma hanno contribuito all’interesse pubblico. Per questo motivo credo che alla lunga sarà difficile mantenere viva una campagna di criminalizzazione nei confronti di una persona che i cittadini ritengono abbia fatto loro un favore.

Il New York Times ha pubblicato un articolo molto lungo in cui perora la sua causa. Il titolo è “Edward Snowden, Whistle-Blower”, ne cito un brano: “Il pubblico ha saputo, con dovizia di particolari, come l’agenzia ha superato i limiti del proprio mandato e abusato della propria autorità”. E la conclusione: “il Presidente Obama dovrebbe dire ai suoi collaboratori di cominciare a pensare a come mettere fine alla campagna di denigrazione del signor Snowden e concedergli un incentivo a tornare a casa”. Ha ricevuto qualche telefonata dalla Casa Bianca? 

Non ho mai ricevuto una telefonata dalla Casa Bianca e non sto seduto accanto al telefono ad aspettare. Sarei però felice di discutere di come si possa arrivare a una conclusione che sia nell’interesse di tutte le parti in gioco. Penso sia chiaro che ci sono circostanze in cui quello che è legale non è anche giusto. Ci sono stati momenti simili nel corso della storia e non sarà difficile a un americano come a un tedesco ricordare altre occasioni nella storia del suo paese in cui la legge ha portato il governo a fare cose legali ma ingiuste.

Il Presidente Obama al momento non sembra molto convinto di questa cosa. Recentemente ha ricordato che lei è accusato di tre crimini e ha aggiunto (lo cito): “se lei, Edward Snowden, crede nella giustezza di quello che ha fatto, dovrebbe tornare in America, presentarsi al cospetto di una corte accompagnato da un legale ed esporre le sue ragioni”. Potrebbe essere una soluzione? 

Molto interessante, il Presidente parla dei tre crimini di cui sono accusato ma dimentica di dire che la natura di quei crimini non mi permette di esporre le mie ragioni. L’Espionage Act, che risale al 1918, non è stato scritto pensando agli informatori, a persone che forniscono informazioni ai giornali nell’interesse pubblico. È stato scritto pensando a persone che vendono documenti riservati a governi stranieri, mettono bombe sotto i ponti o sabotano sistemi di comunicazione, persone che non agiscono nell’interesse della collettività. Quindi il fatto che il presidente dica che dovrei affrontare le conseguenze delle mie azioni quando sa benissimo che quello che mi troverei ad affrontare sarebbe un processo-farsa parla da sé.

 

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