“Internet è buono o cattivo? Sì”, di Zeynep Tupefkci

“Internet è buono o cattivo? Sì,

È tempo di aggiornare i nostri incubi sulla sorveglianza”

di Zeynep Tupefkci per Matter/Medium.

traduzione integrale italiana di Alessandra Neve

Internet è buono o cattivo? Sì.

Il gas lacrimogeno mi ha insegnato molte cose. Mi ha insegnato che, come si usa dire, le circostanze peggiori tirano fuori il meglio dalle persone. Mi ha insegnato che ci si abitua a quasi tutto, anche a sentirsi soffocare e quasi morire. Mi ha insegnato a godere del semplice piacere dell’aria pulita.

Il gas lacrimogeno mi ha insegnato qualcosa anche a proposito di un argomento che da docente all’università ho studiato per anni: i social media. Nel giugno del 2013 ero nel bel mezzo di Gezi Park, a Istanbul. Dopo ogni lancio di lacrimogeni vedevo i manifestanti prendere i telefoni e collegarsi ai social media, per capire cosa stesse accadendo o per dare il proprio contributo alla cronaca degli eventi. Twitter era diventata la struttura nevralgica di un movimento che non aveva leader a rappresentarlo né una struttura istituzionale. Un movimento che non aveva neanche un nome.

Sono andata a Gezi Park per studiare la protesta, una vera rivolta dell’era digitale, ma la mia mente era distratta. Erano uscite da pochi giorni le prime rivelazioni di Edward Snowden, in tutto il mondo non si parlava d’altro e in breve tempo si sarebbero scoperte molte cose che l’NSA era in grado di fare: accedere ai dati di Skype e Facebook, intercettare i flussi di dati che viaggiano lungo i cavi sottomarini, decifrare standard di crittografia condivisi a livello mondiale e infiltrarsi nelle reti che collegano Google e Yahoo ai loro giganteschi database. Non solo: l’agenzia si avvaleva di mandati emessi da tribunali segreti per ottenere la collaborazione delle grandi aziende e per mettere a tacere i dissenzienti.

I fatti in sé non erano poi così sorprendenti, dopotutto lo scopo dell’NSA è anche quello di raccogliere “signal intelligence”. Le dimensioni del fenomeno però erano scioccanti. E tutto ciò è stato possibile perché le aziende di telecomunicazioni e di Internet hanno raccolto per anni enormi quantità di dati relativi ai propri clienti. Snowden non ha solo svelato i dettagli dell’attività dell’NSA, ci ha permesso di scoprire come i governi e i giganti della rete si sono alleati per sorvegliare noi cittadini.

Quest’alleanza è potenzialmente in grado di monitorare ogni clic, e spesso lo fa. (A dire il vero si dedicano anche ai non-clic: Facebook studia i post che gli utenti hanno iniziato a scrivere e poi cancellato, per capire meglio perché hanno deciso di non pubblicarli). I nostri clic sono sempre più spesso collegati alla nostra vita offline. Chi vende database elettorali si vanta di conoscere l’indirizzo IP di quasi tutte le persone che votano negli Stati Uniti. Ma i dati collegati a un indirizzo IP possono essere messi in relazione con le statistiche di voto, con informazioni finanziarie, acquisti effettuati online, fedine penali, stipendi e molto altro.

Perché diamo loro i nostri dati? Per la stessa ragione per cui i manifestanti di Gezi Park tiravano fuori i telefoni dopo un lancio di lacrimogeni: i canali digitali sono uno dei mezzi di comunicazione più comodi che abbiamo, e in certi casi l’unico. Ci sono poche cose più gratificanti del comunicare con un’altra persona. Non è un caso che negli stati moderni la punizione più severa per un crimine, dopo la pena di morte, sia l’isolamento. Gli esseri umani sono animali sociali, interagire con gli altri per noi è fondamentale.

Ma più ci connettiamo gli uni con gli altri online più rendiamo visibili le nostre azioni ai governi e alle grandi aziende. In qualche modo perdiamo la nostra indipendenza. Eppure, quando mi sono trovata nel mezzo di Gezi Park ho capito in che misura la comunicazione digitale è diventata una forma di organizzazione. Ho visto in che modo ha potenziato il dissenso e la protesta.

Resistenza e sorveglianza. Il modo in cui gli strumenti digitali sono progettati al giorno d’oggi le rende inseparabili: ripensarli sarà una vera sfida. Tendiamo spesso ad affrontare le sfide del futuro armati degli strumenti del passato. La nostra comprensione dei pericoli della sorveglianza oggi è filtrata dal modo in cui in passato siamo stati abituati a concepire le minacce alla nostra libertà. Ma le minacce di oggi sono diverse. Ci troviamo in un ambiente nuovo che richiede nuovi strumenti per essere compreso.

Il mondo è scosso dalle proteste. Tahrir. Occupy. Piazza Syntagma ad Atene, il movimento 15-M in Spagna, ora l’Ucraina. E sono solo le proteste di piazza più evidenti. Ci sono tanti altri movimenti, non tutti alfieri di cause condivisibili: Anonymous, il movimento antivaccinale, Slow Food, i Tea Party. La possibilità di incontrare persone affini, di trarre forza da esse, di contrastare la narrazione dominante: sono queste le cose che fanno crescere i movimenti. Proprio come è successo a Gezi Park.

Tutto è cominciato alla fine di maggio, con una piccola protesta contro quello che sembrava essere uno schiacciasassi inarrestabile: il partito al governo, l’AKP, un partito di successo ma polarizzante. Gezi è un parco relativamente poco conosciuto ma è l’unico fazzoletto di verde rimasto a piazza Taksim, nel cuore di quella parte di Istanbul che è famosa per l’arte e per la vita notturna. Il primo ministro Recep Tayyip Erdogan voleva di costruire qualcosa al posto del parco: la riproduzione di una caserma dell’epoca ottomana – c’era effettivamente una caserma in quel punto, una volta – con appartamenti di lusso e un centro commerciale. Per molti è stato difficile digerire l’idea che si potesse voler trasformare il cuore pulsante di piazza Taksim in una simile accozzaglia di sfarzo e cattivo gusto. Il piano di Erdogan ha suscitato le immediate proteste dei residenti della zona a cui si sono presto uniti numerosi artisti, molti giovani professionisti e la piccola ma tenace comunità LGBT della città.

La protesta ha avuto una certa risonanza. L’AKP è generalmente apprezzato, l’economia ha prosperato sotto la sua guida, almeno fino a ora, e il partito ha portato avanti diverse politiche di successo, come ad esempio quella per l’estensione dei programmi di welfare. Alle più recenti elezioni nazionali, che si sono svolte nel 2011, l’AKP è stato riconfermato per la terza volta con un vantaggio piuttosto ampio sugli oppositori. Poi però ha creato qualche turbamento negli equilibri del potere affidando a suoi fedelissimi diversi posti chiave in aree cruciali del governo. Inoltre, i progetti di rinnovamento urbano, che pure hanno portato denaro all’economia, hanno spesso sostituito l’antica ma fragile vivacità di Istanbul con l’anonimato di grossi centri commerciali e appartamenti di lusso. E quel che è peggio, gli appalti per questi lavori sono stati spesso assegnati a chi meglio ha saputo ingraziarsi il governo.

Si è discusso molto poco di questi temi sui media generalisti turchi, e questo è in parte dovuto al fatto che molte televisioni e testate giornalistiche sono di proprietà di grossi gruppi aziendali che le usano per fare l’apologia del governo. Le poche grandi testate che osano parlare di corruzione vengono minacciate mediante l’imposizione di tassazioni esose, nell’ordine di miliardi di dollari, che svaniscono regolarmente nel nulla non appena la testata ammorbidisce le critiche.

Ma la Turchia è un paese sempre più connesso. Ormai a Istanbul è difficile trovare un ragazzo che non abbia un cellulare e nella maggior parte dei casi si tratta di smartphone in grado di collegarsi a Internet. Così è successo che, quando i piccoli gruppi di manifestanti che cercavano di fermare i bulldozer mandati a sradicare gli alberi di Gezi Park sono stati attaccati con gas urticanti e le loro tende sono state bruciate, la gente lo ha saputo da Internet, non dalla televisione. Twitter non è una testata giornalistica tradizionale, non c’è un direttore che si possa corrompere o su cui fare pressione. Quando poi le persone sono diventate qualche centinaio e ad affrontarle c’era la polizia con i gas lacrimogeni e i cannoni ad acqua, ancora una volta la gente l’ha saputo dai social media. Così la protesta si è ingigantita e alla fine i manifestanti alle prese con la polizia nel centro della piazza più centrale della più grande città della Turchia son diventati decine di migliaia.

E in televisione ancora non si vedeva niente.

A quel punto la resistenza, coordinata solo tramite i social media e il passaparola, aveva assunto dimensioni tali che la CNN International ha deciso di iniziare a seguirla in diretta. In quel momento la CNN Turchia stava trasmettendo un documentario sui pinguini. Qualcuno ha messo due televisori uno accanto all’altro, uno coi pinguini e l’altro con la diretta di CNN International da piazza Taksim, e ha scattato una foto. La foto ha fatto subito il giro del mondo e i pinguini sono diventati loro malgrado il simbolo della rivolta.

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Quando sono esplose le proteste io ero a Philadelphia per partecipare a Data-Crunched Democracy, un raduno organizzato dalla Annenberg School for Communication dell’Università della Pennsylvania. Mi aspettavo un’esperienza interessante e anche un po’ combattuta. Ma sono anche una studiosa di movimenti sociali e nuove tecnologie, ho visitato Tahrir, il cuore della rivoluzione egiziana, e Zuccotti Square, il luogo in cui è nato il movimento Occupy, e in quel momento le nuove tecnologie stavano dando sostegno a una protesta proprio nella mia città. L’epicentro, Gezi Park, si trova a pochi isolati di distanza dall’ospedale in cui sono nata.

Quindi mi sono ritrovata a Philadelphia, a una conferenza che avevo atteso per mesi, seduta in fondo alla sala a twittare di lacrimogeni a Istanbul.

Alla conferenza partecipavano diversi responsabili dei team di elaborazione dati delle campagne elettorali di Romney e Obama, in sala c’erano dunque diverse persone a cui non dovevo essere molto simpatica. Qualche mese prima, in un editoriale sul New York Times, avevo sostenuto che più dati finivano nelle mani degli organizzatori delle campagne elettorali e meno democrazia ci sarebbe stata per i cittadini. Queste persone sanno un sacco di cose sugli elettori e le usano per confezionare messaggi su misura, per dirci quello che vogliamo sentirci dire riguardo ai candidati e ai programmi e nasconderci quello che potrebbe non piacerci.

Si tratta di tattiche vecchie come la politica, naturalmente, ma nell’era del digitale sono cambiati i modi di metterle in atto. L’aver sollevato questi temi non mi ha certo guadagnato la simpatia degli organizzatori delle campagne. L’ex direttore della squadra di elaborazione dati della campagna di Obama, intervenendo a sua volta sul Times, ha prima ridicolizzato e poi accantonato le mie preoccupazioni. Ha detto che, se avessero dato retta a me, le persone avrebbero pensato che lui “frugasse nella spazzatura in cerca di pagine strappate dai loro diari” e ha liquidato una simile ipotesi come “un mucchio di sciocchezze”. Infatti ha ragione: chi lavora alle campagne elettorali non fruga nella spazzatura: non ne ha bisogno. Le informazioni che gli servono sono online, e di sicuro in quelle ci fruga.

Quel poco che sappiamo del modo in cui i “big data” vengono utilizzati – con “big data” ci si riferisce comunemente alle enormi quantità di dati disponibili su ciascuno di noi – è preoccupante. Nel 2012, sempre sul Times, il giornalista Charles Duhigg ha rivelato che la catena di grandi magazzini Target spesso riesce a capire se una delle proprie clienti è incinta, in genere entro le prime 20 settimane di gravidanza e sovente prima ancora che lei l’abbia detto a qualcuno. Si tratta di un’informazione preziosa perché la nascita di un bambino è un momento di grandi cambiamenti, anche nelle abitudini di consumo. Per chi vende certi prodotti si tratta di un’ottima occasione per conquistare un nuovo cliente, e facilmente un cliente fedele per decenni, perché un genitore molto occupato tende ad affidarsi all’abitudine nella scelta dei prodotti da acquistare. Duhigg ha raccontato la storia di un padre che, offeso per il fatto che Target avesse mandato a sua figlia adolescente dei coupon di prodotti relativi a gravidanza e prima infanzia, era andato al negozio più vicino e aveva chiesto di parlare con il direttore. Il direttore si è scusato con lui, poi però è toccato a quel signore scusarsi, perché sua figlia era davvero incinta. Analizzando i cambiamenti nelle sue abitudini di acquisto, piccoli dettagli come la scelta di una crema idratante o di un integratore alimentare, Target aveva scoperto la gravidanza della ragazza prima di lui.

Il marketing personalizzato non è certo una novità. Oggi però aziende e governi, con i dati a loro disposizione, possono fare molto di più. Uno studio recente, pubblicato negli atti della National Academy of Sciences ha mostrato che anche solo sapere a quali cose una persona ha messo un “Mi piace” su Facebook può essere sufficiente per tracciarne un profilo molto accurato, che comprende le inclinazioni sessuali, l’appartenenza razziale e religiosa, le idee politiche, i tratti caratteriali, l’intelligenza, il grado di felicità, l’eventuale uso di sostanze stupefacenti, la separazione o meno dei genitori, l’età e il genere. In uno studio parallelo un gruppo di ricercatori è stato in grado di diagnosticare con una certa attendibilità dei disturbi della personalità – psicopatia, narcisismo, ecc. – basandosi solo sugli aggiornamenti postati su Facebook. Un terzo gruppo ha rivelato che i dati ricavati dai social media, se analizzati nel modo giusto, sono in grado di evidenziare l’esordio di una depressione.

Non va dimenticato che questi ricercatori non hanno posto nemmeno una domanda alle persone di cui hanno tracciato i profili, hanno solo analizzato le briciole che lasciamo in giro durante la nostra attività online. Ed è probabile che gli studi pubblicati siano solo la punta dell’iceberg: la maggior parte dei dati è di proprietà di aziende private che di certo non ci dicono cosa ne fanno.

Nel mio intervento ho citato uno studio recente pubblicato su Nature relativo ai comportamenti di voto. I ricercatori hanno dimostrato che, semplicemente alterando un messaggio propagandistico elettorale in modo tale da far sembrare che sia l’affermazione di una persona su un social network e quindi non più un messaggio totalmente impersonale, si può indurre a votare un maggior numero di persone. Combinando questo tipo di stimoli con i profili psicologici derivati dai dati disponibili online una campagna elettorale potrebbe raggiungere dei livelli di manipolazione infinitamente maggiori di un semplice spot televisivo.

Cosa si potrebbe fare, concretamente? Consideriamo ad esempio il fatto che alcune persone, se messe di fronte a scenari preoccupanti, sono più propense a esprimere un voto conservatore. Se il tuo profilo psicologico dovesse corrispondere a quel tipo di persona, una campagna elettorale potrebbe trasmetterti un messaggio che fomenti le tue paure. Cosa potrebbe fare invece per la tua vicina, che non tollera gli allarmismi? Le potrebbe comunicare che il candidato è attento a una tematica minore che lei ritiene molto importante e potrebbe enfatizzarla fino a dare l’impressione che sia uno dei temi chiave della campagna. Tutto diventa personalizzato, tutto diventa opaco: tu non vedi quello che vede lei, lei non vede quello che vedi tu.

Considerati i margini risicati con cui si vince un’elezione – un fatto ben noto agli addetti ai lavori che riempivano la sala – ho suggerito che qualche piccolo ritocco agli algoritmi di Facebook o di Google potrebbe cambiare il risultato di un’elezione.

Difficile dire se gli addetti ai lavori fossero tanto entusiasti di quella prospettiva quanto io ne ero spaventata.

Durante una pausa ho poi messo alle strette il capo degli analisti della campagna di Obama, un signore che prima faceva l’analista per un catena di supermercati. Gli ho chiesto se il fatto di vendere uomini politici nello stesso modo in cui si vendono le merci su uno scaffale non lo turbasse. Non sto parlando di Obama o di Romney, gli ho detto, queste tecniche prima o poi saranno usate da tutti, e allora vincerà sempre la campagna più ricca, chi potrà spendere di più.

Si è stretto nelle spalle e si è rifugiato nel cliché più sfruttato da chi non vuole riconoscere l’impatto delle nuove tecnologie: “è solo uno strumento,” mi ha detto, “lo si può usare bene oppure male”. (Oggi dice di non ricordare quella conversazione.)

Quante volte mi sono sentita dire “è solo uno strumento”. La frase contiene una parte di verità, ma nasconde l’impatto che le tecnologie hanno sulle nostre vite. Spesso, a chi mi rispondeva così, ho chiesto se pensava che anche le armi nucleari fossero solo uno strumento. Gli uomini hanno sempre combattuto, ma pochi oserebbero sostenere che combattere con dei bastoni, dei coltelli, delle pistole o delle armi nucleari sia esattamente la stessa cosa.

Quel giorno ho fatto un sospiro e ho lasciato correre, avevo fretta di tornare su Twitter. Avevo fretta di tornare a casa.

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Pochi giorni dopo ero di ritorno a Istanbul. Sono andata a Gezi e subito i residenti mi hanno raccontato di aver tentato di opporsi ai progetti di Erdogan per vie legali. Si sono trovati di fronte un labirinto di burocrazia che avrebbe fatto invidia a Kafka. Le richieste di visionare i progetti sparivano dalle scrivanie, i funzionari che si mostravano compiacenti venivano rimossi, le petizioni dei residenti svanivano nel nulla. Non sono nemmeno riusciti a sapere esattamente cosa si stesse costruendo, nonostante il terreno fosse di proprietà pubblica e soggetto alle leggi di tutela dei beni storici.

Molte persone mi hanno detto che era stato proprio il divario fra le informazioni che passavano in televisione e quelle che circolavano su Twitter a indurle a scendere in piazza. “Sapevo che alla televisione le notizie erano un po’ censurate,” mi ha detto una persona, “ma solo quando ho iniziato a usare Twitter mi sono resa conto dell’entità del problema. Essere presi in giro con discrezione è una cosa, essere insultati apertamente è un altro paio di maniche. Ho dovuto scendere in piazza.”

Ho chiesto alle persone che erano in piazza cosa intendessero fare, molti non lo sapevano. Sulle prime avevano solo voluto far sentire la loro presenza. Avevano sentito il bisogno di vedere come stavano davvero le cose, di verificare la discrepanza fra i social media e la televisione.

Tanti mi hanno detto di essere grati dell’esistenza di Internet. C’erano genitori che giuravano che si sarebbero scusati con i figli per averli rimproverati perché passavano troppo tempo davanti al computer. “Avevano ragione loro,” mi ha detto una donna, “non abbiamo capito i nostri figli. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza Internet. Internet è uno strumento di libertà”.

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Questa storia turca era tutta diversa da quella che si stava svolgendo negli Stati Uniti. Con l’uscita di nuove rivelazioni sulle attività dell’NSA il numero di copie vendute su Amazon di 1984, il romanzo distopico di George Orwell, ha subito un incremento del 6000%. Molti hanno iniziato a paragonare gli Stati Uniti di oggi, dotati di tecnologie digitali evolute, a Oceania, lo stato di sorveglianza onnipresente e terrificante rappresentato nel romanzo, come se il 1984 fosse finalmente arrivato, con soli trent’anni di ritardo.

Ma non è quello il modo corretto di interpretare ciò che sta succedendo. La sorveglianza, capillare e pervasiva, è reale, probabilmente è peggiore di quello che pensiamo e peggiora ogni giorno di più ma 1984 c’entra veramente poco.

C’è chi si è affidato a un’altra metafora, quella del Panopticon, un esperimento concettuale del riformatore sociale del XVIII secolo Jeremy Bentham, esperimento reso in seguito popolare dal filosofo francese Michel Foucault. Bentham aveva immaginato una prigione con un’alta torre collocata al centro in modo che le guardie potessero vedere all’interno di ogni cella. Secondo Bentham lo sguardo dei sorveglianti – in grado di vedere tutto ma invisibili ai carcerati – avrebbe fatto in modo che i prigionieri interiorizzassero la disciplina della prigione. Foucault più tardi estese il concetto fino a farne una metafora dell’effetto della sorveglianza sulla società.

Neppure questa immagine funziona: il Panopticon ha poco a che vedere con il tipo di sorveglianza in atto nelle moderne democrazie liberali.

Queste metafore non sono soltanto sbagliate, possono essere anche molto fuorvianti.

Winston Smith, l’antieroe di 1984, vive in condizioni miserevoli. Tutto intorno a lui è grigio. Mangia pane nero stantio. Informatori e telecamere sono ovunque. Il sesso è proibito. I bambini spiano i propri genitori. Se un cittadino osa sfidare le rigide regole di Oceania gli mettono una gabbia piena di topi attorno alla faccia.

Questo futuro immaginario è l’allegoria di uno stato governato dal terrore, ispirato dalla percezione che Orwell aveva della Germania nazista o dell’Unione Sovietica. 1984 parla della sorveglianza in una società in cui il potere dello stato opprime ogni giorno i cittadini; in altre parole, parla di totalitarismo.

Il Panopticon invece è un esperimento concettuale, una prigione modello progettata per controllare una società di prigionieri. Ma noi non siamo prigionieri. Non siamo rinchiusi in una cella, non siamo privi di diritti e abbiamo voce in capitolo nel governo dei nostri paesi.

Nel nostro mondo il piacere non è bandito, anzi, è incoraggiato e celebrato, anche se ammantato della bandiera del consumo. La maggior parte di noi, quando svolge le normali attività quotidiane, non ha paura dello stato. (Ci sono delle eccezioni, come certe comunità di immigrati indigenti o alcune minoranze che soffrono gli effetti di leggi oppressive.)

Per capire davvero in che tipo di stati di sorveglianza viviamo non bastano le allegorie o gli esperimenti concettuali, soprattutto se ispirati a sistemi di controllo molto diversi. Dobbiamo capire in che modo il potere della sorveglianza viene immaginato e usato, oggi, dai governi e dalle aziende.??Dobbiamo aggiornare i nostri incubi.

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Gezi Park era allo stesso tempo un luogo di resistenza e di festa. Aveva la vivacità vibrante di uno sciopero selvaggio e il clima di profonda solidarietà umana che in genere si viene a creare dopo una catastrofe.

Un pomeriggio, mentre chiacchieravo con un gruppo di ragazzi, una signora anziana vestita con abiti islamici tradizionali si è avvicinata a noi ed è scoppiata a piangere. “Sparano lacrimogeni contro i ragazzi, non ci posso credere”, singhiozzava. Una ragazza in calzoncini e scarpe da ginnastica con un anello al naso e diversi tatuaggi si è alzata per consolarla. Poco dopo una signora di mezz’età mi ha offerto del börek, un dolce turco. “Io non so come si fa a protestare, lo sanno i ragazzi”, mi ha detto, “però so fare i dolci”.

Più tardi, quando ormai era quasi buio, ho intervistato un gruppo di ragazzi che aveva appeso dei cartelli con scritte contro la censura dei media. Gli slogan erano stati tradotti in una ventina di lingue. Quando è calato il buio e la probabilità di una carica della polizia si è fatta più concreta, ho visto una ragazza prendere un pennarello e scriversi sul braccio il gruppo sanguigno. “Sei disposta a tanto?” le ho chiesto. “Noi siamo un arcobaleno e lui (Erdogan) sta tentando di dipingerci tutti di nero,” mi ha risposto. “Siamo un arcobaleno, non ci arrenderemo”.

Gezi Park era veramente un arcobaleno. Mi sono persa il derviscio che roteava indossando una gonna rosa e una maschera antigas ma sono riuscita a vedere i drum circle (anche loro con caschi e maschere antigas). C’erano anche tanti tifosi di calcio. E molti gay e lesbiche, ed erano più rispettati di quanto mi fosse mai capitato di vedere in Turchia. La comunità LGBT era persino riuscita a convincere i tifosi a smettere di usare la parola “fag” in senso spregiativo – come è la norma nei cori delle curve – e a scandire invece assieme a loro lo slogan “Erdogan sessista!”. Dei musulmani devoti offrivano cibo per celebrare la nascita del Profeta mentre alcune femministe distribuivano adesivi con la scritta “Il corpo è mio, decido io”. Ho persino visto un gruppo di curdi ballare disposti in file attorno a un falò, mentre un uomo avvolto in una bandiera turca li guardava e di tanto in tanto batteva un piede al ritmo della musica – una scena che mai mi sarei aspettata di vedere, considerato il pessimo stato delle relazioni fra vari i gruppi etnici in Turchia.
Erano tutti determinati a resistere al crescente autoritarismo dell’AKP e decisi a mantenere viva un’aura di pluralismo. E la loro unione era quasi sempre molto salda. Succede questo quando le persone si rendono conto di non essere sole. È l’effetto di una protesta di strada: ti fa capire che non sei solo. Dovremmo dimenticare la sterile contrapposizione fra proteste di piazza e proteste online. Internet e le piazze hanno una cosa in comune: ci rendono visibili gli uni agli altri. È questo il loro potere.??In effetti la capacità di abbattere l’“ignoranza pluralistica” – ovvero l’errata convinzione che le tue idee ti rendano parte di una minoranza, quando invece sono condivise dalla maggior parte delle persone – è forse il principale contributo dato da Internet ai movimenti sociali. I “Mi piace” su Facebook vengono spesso considerati insignificanti, ma possono far sì che una persona si renda conto che la rete sociale che la circonda condivide il suo modo di sentire – e questa è una cosa potente sia dal punto di vista sociale che politico.

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Si può imparare a resistere i lacrimogeni. Impari a restare calmo mentre ti allontani in cerca di aria pulita. Ripeti a te stesso che probabilmente il gas non ti ucciderà. Certo, il candelotto può uccidere se colpisce la testa o un organo interno, ma io indossavo sempre un casco da bicicletta. La maggior parte dei dimostranti intorno a me indossava elmetti da cantiere, li vendevano gli ambulanti, che a Istanbul sono in prevalenza rom. (Fin dal primo giorno della protesta gli ambulanti hanno iniziato a vendere vernice spray, occhiali protettivi e altri oggetti utili ai manifestanti. C’è qualcun altro al mondo capace di cambiare il proprio assortimento di merci con la stessa rapidità di questi poveri venditori ambulanti?)

L’unica cosa che mancava erano delle maschere antigas decenti. Le poche disponibili in città erano andate a ruba in brevissimo tempo e gli ambulanti avevano solo mascherine da chirurgo, di quelle che indossano i medici nei telefilm, che non servono a niente contro i lacrimogeni.

Chi respirava troppo gas finiva per vomitare o si accasciava a terra piegato in due dal dolore. Squadre mediche improvvisate accorrevano con barelle di fortuna, talvolta ricavate da vecchie porte. La maggior parte dei feriti si riprendeva rapidamente. Alcuni finivano in ospedale. Qualcuno, colpito in testa dai candelotti di gas, è morto.

I manifestanti erano diventati degli esperti di lacrimogeni. Gli bastava un’occhiata a un candelotto per dirti che gas conteneva, che effetti aveva e chi lo produceva. “Questo è uno dei peggiori, ti fa sempre vomitare”, mi ha detto un manifestante indicando uno dei tanti candelotti che aveva messo in fila fuori dalla sua tenda. C’era sempre qualcuno che discuteva del rimedio migliore da adottare. L’aceto e il limone, solitamente ritenuti utili contro il gas, erano disdegnati a favore di una miscela di acqua e antiacidi. Mi fidavo, perché si trattava di un gruppo di persone istruite e ben organizzate e fra loro c’erano anche dei chimici e dei medici. (Un esempio che mi è stato riferito: quando le munizioni di un altro strumento di controllo della folla – i cannoni ad acqua – hanno iniziato a bruciare sulla pelle, i manifestanti ne hanno mandati ad analizzare dei campioni e hanno scoperto che il governo aveva aggiunto all’acqua dello spray al peperoncino. Mesi dopo, un portavoce del governo ha dovuto ammettere la cosa).

Quando il dolore tremendo che prendeva i polmoni, gli occhi e la gola diminuiva un po’ tiravamo fuori i telefoni e aprivamo Twitter. Non era per vanità o per informare gli amici che stavamo bene –ma anche quello era importante, naturalmente. Il fatto è che stando nel mezzo degli scontri era difficile farsi un’idea di cosa stesse succedendo altrove, fosse anche solo dall’altra parte del parco. I social media erano un’ancora di salvezza, e Twitter si rivelava il più utile, per la semplicità d’utilizzo e la brevità dei messaggi. Un altro punto di forza di Twitter sta nel fatto che le relazioni non sono necessariamente reciproche: io posso seguire te senza che tu debba per forza seguire me. Di conseguenza ogni utente può interagire con molte persone, la sua rete non si limita ai pochi disposti a ricambiare la sua “amicizia”.

Prima di arrivare a Gezi avevo curato per qualche tempo il flusso di tweet provenienti dal parco e da altre zone della Turchia. Ora passavo il tempo ad ascoltare e osservare, e mi sentivo un po’ persa. Mi mancava la visione allargata che si ha quando si segue con continuità un evento su Twitter. Degli amici residenti all’estero mi chiedevano: “cosa ne pensi dell’ultima dichiarazione del primo ministro Erdogan?” e io non sapevo rispondere. Gli dicevo: “sono nel parco, non su Twitter”.

Come dicevo, ci collegavamo a Twitter ogni volta che potevamo. La connettività era generalmente buona, forse perché le principali aziende di telefonia avevano piazzato dei furgoni ripetitori nelle strade lì attorno. Twitter ci serviva per verificare se il più recente lancio di lacrimogeni fosse un episodio isolato o l’inizio di un’operazione di sgombero del parco. C’erano dei blindati che venivano verso di noi? Dov’era in quel momento il governatore? La situazione politica si stava deteriorando o si andava verso un negoziato? Le notizie, le conversazioni, le immagini, le ricette di antidoti contro i gas, gli appelli per le donazioni, la notizia di qualche celebrità venuta in visita al parco – i social media erano pieni di queste cose, ed erano parte integrante di Gezi.

Questo non significa che in Turchia ci sia meno sorveglianza di quanta ce ne sia negli Stati Uniti o in Europa. Anzi, probabilmente ce n’è di più. Durante il suo primo anno al potere, l’AKP ha sostituito i vecchi registri polverosi con dei database. Oggi ogni cittadino ha un numero identificativo nazionale che gli consente di accedere a un sito governativo in cui è registrata ogni sua interazione con lo stato, dai dati sulla proprietà di immobili alle tasse da pagare. Per molti è stato un sollievo liberarsi del vecchio sistema burocratico, ma i database permettono una maggiore sorveglianza. Oggi i cittadini turchi devono usare il numero identificativo se vogliono acquistare una scheda SIM o prendere un appuntamento con un medico attraverso il sistema sanitario pubblico.

I giornalisti, i politici e quasi tutte le persone di un certo rilievo sono convinti che il governo faccia di peggio: che intercetti le loro telefonate (spesso i vignettisti ritraggono lo stato sotto forma di un orecchio gigante). Ed è opinione diffusa fra i manifestanti che il governo non abbia solo permesso che la rete funzionasse durante le proteste, ma ne abbia incoraggiato il buon funzionamento. È probabile che i furgoni ripetitori abbiano registrato i numeri identificativi dei manifestanti. Da qualche parte negli archivi digitali del governo probabilmente c’è una lista di tutti i cittadini turchi che sono passati per il parco nei giorni delle proteste.

Eppure la rivolta di Gezi è stata un successo, almeno nel breve termine. I manifestanti sono stati dispersi, ma un tribunale ha stabilito che il progetto di Erdogan violava le leggi di tutela dei beni storici. E la rivolta ha avuto un altro esito importante: la gente in Turchia ha ripreso a parlare di politica e i social media sono diventati un fulcro del dibattito politico. Le proteste di Gezi hanno scalfito l’immagine dell’AKP, che non è più considerato imbattibile, e sulla scia di questo spirito di opposizione sono stati violati altri tabù: nel dicembre del 2013 uno scandalo di corruzione, mescolato alle lotte intestine fra alcune fazioni un tempo alleate con il governo, ha scosso il panorama politico. Anche questa volta le notizie relative allo scandalo sono circolate prima sui social media, mentre il governo tentava invano di insabbiare le indagini.

La successiva reazione del governo non sorprende affatto. Al principio di febbraio il parlamento ha approvato una legge sulla censura e la sorveglianza su Internet che rende più facile per il governo far chiudere un sito web senza l’autorizzazione della magistratura. E i provider di servizi Internet sono costretti per legge a raccogliere i dati di traffico dei propri utenti e – nel caso in cui venga loro richiesto – consegnarli alle autorità.

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Dopo la primavera araba tante persone mi hanno posto questa domanda: Internet è buono o cattivo?

Io rispondo sempre che è allo stesso tempo buono e cattivo, in modi complessi e sempre nuovi.

Ma la parte negativa non è una versione annacquata di Oceania o del Panopticon, almeno non nelle democrazie moderne. In un’epoca in cui il concetto di cittadinanza e i diritti civili sono profondamente radicati nella società, la coercizione basata sulla violenza non è più molto usata. La sola coercizione non potrebbe indurci a fare quello che gli stati moderni e le grandi aziende hanno bisogno che facciamo perché il sistema continui a funzionare: votare per i loro partiti, consumare i loro prodotti, lavorare nelle loro aziende.

Per capire il reale (e davvero inquietante) potere della sorveglianza può essere utile rivolgersi a un pensatore che di prigione ne sapeva qualcosa: lo scrittore, politico e filosofo italiano Antonio Gramsci, che fu incarcerato da Mussolini e scrisse in cella la maggior parte delle sue opere. Gramsci aveva capito che il più potente mezzo di controllo a disposizione di uno stato capitalista moderno non sta nella coercizione o nella detenzione ma nella capacità di plasmare il mondo delle idee. L’essenza di alcuni degli argomenti di Gramsci si può ritrovare in un altro grande romanzo distopico del ventesimo secolo. Ne Il mondo nuovo Aldous Huxley immagina uno stato che utilizza una droga, chiamata “soma”, per prevenire l’angoscia esistenziale dei cittadini e mantenerli docili e felici.

Plasmare le idee è naturalmente una cosa più facile a dirsi che a farsi. Bombardare la gente con la pubblicità non è un metodo molto efficace. A nessuno piace sentirsi dire cosa pensare e alla lunga diventiamo resistenti ai metodi di persuasione di cui conosciamo i meccanismi. Provate a pensare alle pubblicità di qualche decennio fa e a come ci sembrano ridicole oggi: all’epoca funzionavano, ma oggi ne comprendiamo chiaramente i meccanismi. Oltretutto, il panorama dei media oggi è tanto frammentato che è difficile ottenere una copertura a tappeto. Su quanti canali può fare pubblicità un’azienda? E poi ormai le pubblicità in tv si possono saltare. Inoltre, anche se fosse possibile raggiungerci tutti attraverso i mass media, i messaggi che funzionano per una persona spesso non sono utili a persuaderne altre.

La sorveglianza effettuata mediante i big data è pericolosa proprio perché fornisce una soluzione a questi problemi. Se un messaggio è sottile e personalizzato, è meno probabile che produca una reazione cinica, in special modo se la raccolta di dati che rende possibile la creazione di tale messaggio rimane ignota al pubblico. Per questa ragione non è solo l’NSA a fare di tutto per mantenere segrete le sue attività di sorveglianza: anche la maggior parte delle aziende di Internet vorrebbe continuare a controllarci di nascosto. Gli accordi di licenza che dobbiamo firmare prima di usare i loro sevizi sono pieni di noticine scritte in legalese. Noi alziamo gli occhi al cielo spazientiti e cediamo tutti i nostri diritti con un clic. Analogamente, le campagne elettorali non dicono ai cittadini quali informazioni possiedono su di loro o come le usano. I database commerciali a volte ci offrono la possibilità di accedere ai nostri dati ma fanno di tutto per renderlo difficile e dal momento che non abbiamo il potere di decidere cosa le aziende possono o non possono fare con i nostri dati, spesso è del tutto inutile.

Ecco perché il metodo migliore per plasmare le idee al giorno d’oggi non è la coercizione esplicita ma la seduzione implicita, sulla base di una conoscenza acquisita. Questi metodi non producono un messaggio pubblicitario, creano invece un ambiente che ci stimola in maniera impercettibile. L’anno scorso un articolo su Adweek metteva in evidenza il fatto che le donne si sentono meno attraenti di lunedì, quindi il lunedì potrebbe essere il giorno ideale per sottoporre alla loro attenzione delle pubblicità di cosmetici. “Fra le ragioni della loro vulnerabilità dal punto di vista estetico le donne indicano anche il sentirsi sole, grasse o depresse,” aggiungeva l’articolo. Quindi perché limitarsi al lunedì? L’analisi dei big data ci permette di individuare le donne che si sentono sole, grasse o depresse. Ci si potrebbe concentrare su di loro. E perché limitarsi a sfruttare queste condizioni? Ci vuole poco a passare dalla scoperta di una vulnerabilità all’idea di suscitarne una. La vendita di cosmetici potrebbe essere solo la punta dell’iceberg.

Le aziende vogliono sfruttare queste potenzialità per indurci a comprare i loro prodotti. I partiti politici cercano di attrarre sostenitori creando presentazioni personalizzate dei loro programmi e dei loro candidati. Il loro scopo è darci l’illusione di selezionare volontariamente, tramite un clic, un’opzione che in realtà è stata progettata apposta per noi. I diplomatici lo chiamano “soft power” ma di soft ha soltanto il nome e dato che non induce resistenza è di sicuro più efficace di qualunque totalitarismo.

Internet ci permette di interagire gli uni con gli altri, umano con umano, superando facilmente molti strati di separazione e di distrazione. I potenti studiano le nostre interazioni per cercare di capire come renderci più docili. Per questo la sorveglianza, quando è al servizio della persuasione, può essere più potente e più spaventosa degli incubi di 1984.

Eppure eccoci qua: noi continuiamo a parlarci. E loro ci ascoltano.

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