il ruggito

(this article was originally posted on Alaska at Radio Popolare)

(il leone di pietra sul ponte Kasr el Nil al Cairo, ieri sera. Via al-Dostour)

Da mille persone sabato mattina per proteggere un sit-in di 50 feriti della rivoluzione di gennaio, a centomila persone la notte scorsa. Settantadue ore ininterrotte di scontri con la polizia nella via Mohammed Mahmoud che porta al Ministero degli Interni. Contro i manifestanti gas lacrimogeni da guerra, proiettili di gomma, domenica proiettili veri. 40 morti confermati, più di 1700 feriti, la maggior parte dei quali agli occhi (qui una gallery straordinaria di The Atlantic) Mentre Amnesty International dirama un comunicato di denuncia sugli abusi delle forze di sicurezza egiziane, i manifestanti si difendono con pietre e molotov. In piazza, soprattutto quando c’è una grande massa di persone, tutto tranquillo, un’isola messa in sicurezza dai checkpoint interni, con tre ospedali da campo, una staffetta in moto che funge da ambulanza, un punto media che ha contribuito a diffondere i video impressionanti delle violenze dei primi giorni, e continui rifornimenti di cibo, medicinali e coperte per la notte dal resto della città che prosegue nel suo lavoro. Ma se sabato si difendeva il diritto di manifestazione, oggi, 40 morti più tardi, la richiesta della piazza è chiara, per quanto difficile: via l’esercito dal governo ad interim e dentro un governo di emergenza nazionale fatto solo di civili; le elezioni sono ostaggio del documento con cui l’esercito si mette già in una posizione sopracostituzionale fino al 2013, svuotando il senso dell’assemblea che si dovrebbe eleggere lunedì 28. Ieri le dimissioni del PM civile Essam Sharaf e di tutto il suo gabinetto ad interim. Oggi l’esercito che tiene in standby le dimissioni per cercare un nuovo PM; si parla di trattative con El Baradei (che dovrebbe così rinunciare alla sua candidatura alle elezioni), ma due giorni fa l’ex presidente dell’agenzia per l’Energia Atomica era stato il primo a chiedere un governo di emergenza nazionale, ed è difficile che possa semplicemente sostituire Sharaf come paravento civile della giunta militare. A Tahrir, su cui oggi dovrebbero confluire diversi cortei, si giura che la gente, come a gennaio, resterà in piazza finché le sue richieste non verranno soddisfatte. Le elezioni di lunedì (primo di tre turni previsti fino a gennaio), fin qui confermate,  sono a rischio, pochissime le reazioni internazionali, e intanto i Fratelli Musulmani, pur condannando fermamente l’attacco ai manifestanti, intendono proseguire la campagna elettorale senza partecipare alle manifestazioni di piazza. Ma a Tahrir, a dimostrazione che a condurre la rivoluzione è un’intera generazione, i giovani laici e socialisti stanno morendo accanto ai giovani salafiti e ai giovani Fratelli Musulmani, a nutrire coi loro corpi una rivoluzione temibile che non è affatto sopita. Tutto questo, naturalmente, in attesa dell’evolversi degli eventi, lo stiamo seguendo da tre giorni in tempo reale su Twitter, di cui Tahrir  – manifestanti e reporter fianco a fianco – detiene da tempo il segreto di una comunicazione intensa, precisa ed efficace sia verso l’interno che verso l’esterno, con un monitoraggio accurato delle azioni di strada, delle necessità della piazza, di quello che succede all’obitorio e negli ospedali, e con la distribuzione delle notizie politiche. Siccome la situazione è molto fluida, a maggior ragione per chi di voi ascolta la puntata in replica o in podcast, voglio proporvi alcuni post di riflessione generale.  Paola Caridi sul suo Invisible Arabs sulla rabbia che ha condotto alla ripresa di Tahrir, e Evan Hill, che è al Cairo per Al Jazeera ed è l’unico in queste ore ad analizzare le possibili discordanze tra Consiglio Supremo dell’Esercito e Ministero degli Interni nella gestione della piazza da parte delle forze di sicurezza.

? Le musiche di oggi erano “Tahrir song” di Tarek geddawi e “East Harlem” di Beirut

Ecco la puntata di oggi:

[audio:alaska 22 nov 11p.mp3]

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