Il Grande Rancore

Quando lavoravo alla radio, il nostro terrore era la chiamata senza filtro dell’ascoltatore rancoroso. Al suo rancore di partenza – per la politica, i partiti, gli intellettuali, i giornali, i sindacati, la crisi economica – si aggiungeva il rancore per aver atteso più del dovuto il proprio turno al telefono, per la telefonata in diretta che aveva preceduto la sua, ma soprattutto, il rancore perché “di questo argomento i giornali non parlano mai” (falso), “non ne parla nessuno” (falso), “voi non ne parlate mai” (ne stavamo parlando giusto adesso), e poi “nessuno ci ascolta”, “la nostra opinione non conta” e diverse varianti dello stesso concetto.

L’ascoltatore rancoroso brucia tutto il tempo che potrebbe usare per esprimere la propria opinione per lamentarsi del fatto che non può esprimere la propria opinione. Letteralmente occupa e vandalizza uno spazio a sua disposizione per dire che non glielo lasciano usare. Ma se lo ascolti, il più delle volte si calma, diventa più mansueto e fa retromarcia. Se ci parli ancora un po’, scopri che di solito soffre perché non riesce a esprimersi: è confuso, si sente sopraffatto, e teme di non avere gli strumenti per parlare con cura e con calma di quello che lo preoccupa, e quindi ha la sensazione di non avere il tempo sufficiente per spiegarsi. Chiunque di noi diventa aggressivo quando si sente così.

Con mio sgomento, visto che ho vissuto e lavorato sui social con un’enorme fiducia nello spazio che danno alla voce di tutti, questo soggetto che credevo isolato e minoritario è diventato maggioritario. Un giorno mi sono svegliata e il rancoroso era ovunque. È al bar, è sul tram, e non c’è inibizione sociale o principio di educazione civica che lo trattenga. Gli piace l’ordine ma non si ferma sulle strisce pedonali, è il commentatore seriale pieno d’odio e frustrazione, l’aspirante vigilante di quartiere. Prova un senso di ingiustizia ma non dà mai la colpa ai veri potenti – che invece invidia e cerca di imitare.

Il rancoroso – come la signora con le perle al collo e gli ori alle dita che sul tram ho sentito pronunciare il fatidico “vengono qui a rubarci il lavoro” – è raramente un vero spodestato, ma più spesso un deluso; ha perso del tutto contezza dei propri piccoli privilegi ed è convinto di essere assediato da qualcun altro – il senzatetto, il “negro”, il forestiero, per non parlare dei “rompipalle che li difendono”.

Il desiderio d’ordine del rancoroso è uno specchio del disordine che percepisce dentro di sé. Il rancoroso confonde i diritti con la capacità di consumo, percepisce chiaramente che c’è qualcosa che non va, che gli hanno venduto una fregatura (il televisore gigante, il Suv, il figlio all’università, la villetta con le telecamere, il rottweiler, la fabbrichetta, le tasse, il centro commerciale, la mentalità vincente, il lifting, e in genere il comprare come protezione da ogni cosa), ma non sapendo con chi prendersela – e annaspando in cerca di un mondo che in realtà non è mai esistito – nel dubbio se la prende con te.

Il rancoroso ha vari livelli di aggressività, di sicuro non tutti gravi. Ma basta una lite per un parcheggio per capire che possono essere anche letali. Ascoltarlo e accettare il confronto funziona sempre, stempera e ravvicina, solo che la scala su cui ognuno di noi dovrebbe farlo ogni giorno per tenere in pace il proprio ecosistema è diventata troppo grande. Il Grande Rancore è una nuova specie di conformismo, ma non unisce nessuno. Il rancoroso è spiritualmente denutrito, e siamo tutti a rischio. E l’epidemia di rancore è ormai oggetto di studi di neurobiologia e antropologia.

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Questo grande rancore non è nato sui social, qualcosa lo ha messo in moto molto tempo fa. Me lo ricorda ogni giorno la maschera mortuaria di Berlusconi, un uomo autoritario il cui unico successo è stato di far soldi senza rispettare le regole, che non riesce a mettere in fila due frasi in italiano eppure veniva giudicato da sinistra “simpatico”, “furbo”, “intelligente”, “uno che ci sa fare” (Olgettine comprese, sì). Siede sul trono, ormai non più esclusivo, degli accapigliamenti nei talk show e nei reality, del taglio del Tg4 e di molte trasmissioni finta-cronaca di Retequattro, anch’esse per due decenni giudicate “divertenti, dai”, “paradossali”, “grottesche”, con tanto di contraltare sprezzante nei talk show “di sinistra”, finché non sono diventate il linguaggio imperante. Perché una fake news lava l’altra e ci rende “tutti camerieri”, nessuno più nobile di altri (come presagiva Saviano qualche anno fa), nessuno che meriti di essere creduto, nessuno che possa davvero aspirare a qualcosa di più elevato.

Non sono più così divertenti, questi linguaggi, vero? quando si trasformano in petardi sotto le redazioni, minacce di morte a consiglieri comunali, diffusa insensibilità sociale, marketing vuoto che lascia a casa i lavoratori, mostrificazioni del povero, cacciate di migranti dai paesini, omicidi a botte in pieno giorno, fascismo. E quando si rivela qual è, a lungo andare, l’effetto dell’erosione della cultura, quello strumento che serve a collegare cause ed effetti apparentemente lontani fra loro, a tenere insieme memoria e presente, a esprimerci compiutamente – quell’argine naturale che costa tempo, fatica e pazienza e che no, non si può comprare. Raso al suolo per inseguire il linguaggio di altri sperando di batterli alle elezioni. Finché non si diventa, gli altri – anzi, una copia di serie B.

Tutte queste cose le capivo anche prima, almeno d’istinto. Ma poi ho passato questi ultimi tre anni a cercare di raccapezzarmi nel disagio terribile che mi provocavano il mio lavoro e il mio spaesamento politico. Ora va meglio, lavoro bene, lavoro con passione anche quando devo occuparmi di cose durissime, ma sto ancora tentando di decifrare quel disagio. Ho scoperto che le notizie, le “breaking news”, e il tempo passato compulsivamente davanti allo schermo, mi facevano malissimo, disintegravano la mia capacità di concentrarmi, mi rendevano nervosa e confusa 24 ore su 24. Prima insieme ai miei compagni di lavoro, e poi per conto mio, ho cercato di capire perché. Intanto vedevo amiche, amici e colleghi soffrire di sindrome da stress post traumatico secondario, cercare aiuto, cambiare mestiere – per non parlare di chi in vari modi è morto di crepacuore.

Con molta fatica, ho provato a riavviare la macchina. A togliere le miriadi di notifiche dal telefono. A non ascoltare la rassegna stampa proprio tutte le mattine. A tornare a leggere dei libri, a giocare, a cucinare, ad ascoltare la musica – occupazioni che ti sembrano gratuite e autoindulgenti se pensi costantemente che il mondo sta andando a fuoco. A stare il più possibile con persone che fanno, che allevano, che costruiscono nonostante tutto.

Così, ho scoperto che ho un limite. Non posso gestire, elaborare, processare più di una certa quantita di informazioni al giorno – soprattutto se contengono sofferenza, morte, sangue, ingiustizia, sopruso – senza perdere la lucidità, la calma, e in fin dei conti, la capacità di comprenderle e di inserirle in un sistema di collegamenti, senza la quale le informazioni non servono a niente, nè a me né agli altri.

E ho scoperto che negli altri esseri umani, nei libri, nella natura, nell’arte, c’è una possibilità di rigenerazione e trasformazione che è essenziale a processare quelle stesse informazioni e a mantenere un certo livello di empatia e di ragionevole impegno politico a lungo termine. Il fiato che mi danno quelle interazioni, non letterali, lontanissime dall’informazione stretta, è anche quello che mi permette di partecipare alla vita sociale con pazienza e fiducia, di apprezzare il fatto che le nuove connessioni ci hanno dato anche enormi opportunità, e che in questi anni ho conosciuto senza ombra di dubbio molti più generosi e più creativi che rancorosi.

***

Capire la radice di quel disagio in me mi ha aiutato a capire il disagio che mi circonda. E un giorno ho letto (merito di una recensione di Giovanni Boccia Artieri) questa affermazione di Luciano Floridi nel suo libro La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo: “Le ICT stanno rendendo l’umanità sempre più responsabile, dal punto di vista morale, per il modo in cui il mondo è, sarà e dovrebbe essere”. Floridi la esprime, secondo me giustamente, come una bellissima utopia del nostro mondo iperconnesso. Ma io ci vedo anche la ragione stessa del Grande Rancore.

La causa del rancore non è soltanto la sensazione di essere stati fregati dal tanto celebrato “nostro stile di vita”. O di ritrovarsi per sovrapprezzo con una lingua povera, un esercizio intellettuale rattrappito, un vocabolario minuscolo, incapaci di esprimere quel disagio compiutamente, e quindi sempre frustrati. Qui siamo alle prese con un gigantesco spavento e rifiuto: per la soffocante quantità di informazioni sul mondo a cui siamo esposti, e per il modo in cui queste ci dimostrano continuamente che siamo tutti connessi, che nessuno può tirarsi indietro a meno di una profonda rimozione.

Mentre cerchiamo di andare avanti con le nostre giornate, ci interpella di continuo la povertà di qualcun altro, la disperazione che spinge ad attraversare il mare anche a prezzo della vita, la vastità dei mondi più poveri del nostro, l’effetto delle scelte dei nostri governi sulla vita di persone in altri paesi, l’abisso dell’ingiustizia sociale, le emergenze climatiche, le iniquità del mercato, l’ansia della competizione, i bambini degli altri, i guai degli altri, gli attentati che colpiscono gli altri.

Tutte cose di cui prima si poteva ancora far finta di non sapere niente. Si erigono protezioni del cuore, perché la scala su cui è richiesta la nostra solidarietà è troppo grande, sproporzionata rispetto alle energie dell’individuo e alla quantità di informazioni che deve processare ogni giorno. Sembra di udire un unico, grande interrogativo rancoroso: “ma cosa vuoi da me?”

Ma soprattutto, se si segue il filo del pensiero di Floridi, sta diventando sempre più difficile non sentirsi chiamati a fare qualcosa – lottare, partecipare, donare, aiutare, studiare, sottrarsi alla cultura dominante, cambiare. E pochi vogliono farlo, o sanno come farlo. E così puntano i piedi, con tutto il rancore che hanno. La tragedia è che questa chiamata globale alla responsabilità è arrivata proprio nel momento di massima erosione della cultura diffusa. La cultura profonda, quella che si impara piano sui libri, ma anche la saggezza che precede i libri, quella della terra. Entrambe avrebbero potuto darci forza, e anticorpi, e idee.

Adesso sappiamo che avere a disposizione praticamente tutta l’informazione del mondo non ci rende più informati, né cittadini più responsabili, né esseri più empatici o realmente connessi. Anzi. Infantilizzare i formati per “raggiungere un pubblico più ampio” non fa che distribuire a più persone un’informazione in pillole che ha perduto tutti i suoi nutrienti, ma non crea affatto un maggior numero di persone informate. Ci sono passaggi dell’assorbimento dell’informazione che non si possono saltare, e sono personali, e lenti, non c’è niente da fare. Una delle semplificazioni drammatiche provocate dall’erosione della cultura è la letteralità, l’incapacità di digerire informazioni, il tracciare solo rapporti diretti di causa-effetto, come imputare il proprio impoverimento all’arrivo del migrante mentre questi, in realtà, è spinto a migrare proprio dalle conseguenze del nostro benessere a scapito del suo, soltanto che non ci va di indagare quali siano le nostre responsabilità indirette.

Leggere il mondo a questo livello, anche ammesso di impegnarsi in prima persona facendo volontariato e donazioni, non può che lasciare un pericoloso senso di impotenza. La politica nel senso più nobile è proprio quella cosa che dovrebbe portare – con lo studio e l’azione paziente, concertata e indiretta – a trasformazioni reali. È anche quella dimensione collettiva che dovrebbe metterci in grado di trascendere i nostri limiti individuali e i nostri corpi. Il suo fallimento è una delle cause del Grande Rancore, ma niente come il Grande Rancore ci mostra che sarebbe il momento di tornare a farla sul serio.

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13 Comments Il Grande Rancore

  1. Giordano Mariani

    Un testo da leggere e da rileggere, da meditare profondamente.
    Uno scritto di un acume bruciante.
    Grazie infinite per questo sorso di aria libera e fresca,
    Giordano Mariani

  2. Pingback: Tutta l'informazione del mondo non ci rende più informati - Luigi Mozzillo

  3. Nadia Bertolani

    Leggo su indicazione di Giulio Mozzi, non conoscevo Marina Petrillo e la sorpresa per quello che ho letto, e che mi ha insegnato molto, è stata grande e piacevole. Sono naturalmente d’accordo con queste analisi e vorrei aggiungere che al Grande Rancore, pericolosissimo, si aggiunge, a volte e di sicuro nel mio caso, un tremendo senso di impotenza dovuto all’età, forse, ma anche a un impegno profuso in passato e rivelatosi un deludente insuccesso.

  4. Anna Rusconi

    Hai trovato le parole nonostante tutto. Nel tuo faticoso interrogarti, l’ostinazione e Il rispetto della vita ti hanno offerto un filo che hai saputo risalire sino alla fonte. Grazie. Stampo, fotocopio, regalo per Natale.

  5. marinamarina

    grazie per tutti i bellissimi messaggi, fanno sentire meno sola anche me, e aggiungo che sono preziose per me anche le vostre osservazioni, come quella di Nadia, perché questa è una riflessione aperta, in cui le nostre varie esperienze si mescolano e a volte amplificano alcuni aspetti. Insomma, per me è una riflessione collettiva, di cui fate parte.

  6. Samuel

    Grazie, Marina.
    Ti seguo a periodi alterni dall’inizio di Alaska a RP, e ho trovo ora che il tuo lavoro è per me uno dei più profondi contributi all’analisi del nostro tempo che abbia trovato.
    Almeno per quello che riguarda il mio vissuto, ti ringrazio per avere la capacità e il coraggio di cercare e trovare le parole per dar voce a sensazioni che da solo non sono capace di esprimere.

  7. Lucia Cardella

    Ho trovato nel tuo commento l’analisi efficace e puntuale della sensazione che provo ormai da qualche anno di un impoverimento ed imbarbarimento delle relazioni sociali e politiche. Dallo sdoganamento dei linguaggi e dei comportamenti volgari, favorito dalle tivvu Mediaset ( secondo me scelto deliberatamente in concomitanza con la ascesa di Berlusconi e la proposta del suo “modello etico” di vita)alla diffusione dell’intolleranza e della insofferenza verso il diverso (di razza, di colore, di opinione politica, di religione, di età perfino, e penso al “successo” della parola ROTTAMAZIONE ).

  8. cesare

    Letto solo oggi, non conoscevo il sito.
    Molto bello, grazie. La prima parte (la fenomenologia del rancore) è una piccola perla, la salvo è me la rileggo ogni tanto.
    Sulle cause forse non sono completamente d’accordo, accanto a quello che dice Lei – forse anche di più – mi pare che la “cifra” di questo tempo e di quello che sarà (ma non di quello che dovrebbe essere) sia la paranoia, la paura che qualche entità (dalle scie chimiche ai vaccini, dall’euro alle banche) che non conosciamo ci sottragga qualcosa che di diritto dovrebbe appartenerci. Soprattutto mi sembra che ci tolga una vitalità positiva per restituirci una vitalità “rancorosa”, appunto. Ma sono dettagli, mi sono permesso di esprimerli perché spero aiutino questa nostra riflessione collettiva. Come le sue parole hanno stimolato, credo, chi le ha lette (me, di sicuro)

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