Graffiti per due – Alaa e Douma

Graffiti per due… Alaa e Douma

(dal carcere di Tora, Cairo, 24 gennaio 2014, originale in arabo, traduzione di Marina Petrillo e Alessandra Neve dalla versione inglese pubblicata su Mada Masr)

Graffiti per due … Alaa e Douma

(1)

Io so che disperarsi è tradire

ma nel mio paese il rivoluzionario

anche se è un profeta senza peccato –

vedendo il tiranno farsi più potente

comandando sugli oppressi,

e i poveri gioirne,

perderà fede.

Dicono che disperarsi è tradire. Questo slogan mi ha sempre messo a disagio. Ne comprendo la motivazione, ma mi preoccupa che la parola “tradimento” venga usata con leggerezza. Mi spaventa che si neghi un’emozione naturale.

Mi ricorda le folle rabbiose che facevano il giro della midan (piazza) portando una maglietta insanguinata, a caccia di qualunque traditore che permettesse alla disperazione di sussurrargli all’orecchio o nel cuore. Essi rovinano la dolcezza della midan. Quando tessiamo il mito di quei luminosi 18 giorni fingiamo di dimenticare quelle folle – ma nei miei incubi ci sono sempre.

Nei miei incubi, esse circondano mia madre; vogliono cacciarla fuori dalla midan. Laila Soueif resiste. Laila Soueif che è nata dal grembo delle sconfitte e così è scesa nella midan nel 1972 e non l’ha mai più lasciata da allora. La disperazione non ha mai osato avvicinarsi a lei – e nonostante questo, l’hanno chiamata traditrice per esorcizzare i loro stessi dubbi e le loro stesse paure.

Mia madre mi ha passato una torta di pietre e mio padre mia ha passato una cella di prigione. E per riguardo alle nostre tradizioni, a me è stata consegnata un’eredità migliore di quella delle mie due sorelle, perché loro hanno ereditato gli obitori e le vittime di tortura e l’abbraccio delle madri in lutto. Ho troppa paura perfino per chiedere quali siano i loro, di incubi.

Dicono che disperarsi è tradire. Ho capito ma non sono convinto. Mi hanno anche detto, “Fratello, dietro le sbarre tu sei libero”. Ed eccomi qui dietro le sbarre, spogliato della mia volontà e del mio sogno, e so per esperienza che un pezzo di me resterà dietro queste sbarre anche quando arriverà la decisione di lasciarmi andare.

I miti fanno parte della mia eredità. Dicevano, “Chi può mai – anche solo per un’ora – imprigionare l’Egitto?” Nonostante tutti sappiano che Tapioca e Alcazar e ogni – e qualunque – generale può imprigionare questa terra per tutte le ore degli orologi dalle lancette verdi che immagina nelle sue visioni.

Dicevano, “Non si può uccidere un’idea”. Ma a cosa servono le idee immortali, perdute nel rumore delle armi da fuoco?

Perché abbiamo paura di ammettere la debolezza? Di ammettere che siamo umani, che gli APC ci distruggono e che le prigioni ci fanno sentire soli e che i proiettili lasciano cicatrici sui nostri pensieri e i nostri sogni. Siamo umani che patiscono sconfitte, abbandonati dai nostri corpi, indeboliti dalle nostre imperfezioni, ustionati dai nostri sogni e paralizzati dai nostri incubi. Umani che guardano all’amore come sostegno contro la disperazione.

(2)

La speranza

come una chiave per il paradiso

se la possiedi

sei in salvo

Ma noi entriamo in paradiso

nei sogni

e quando muoriamo.

Se la disperazione è tradimento, che dire della speranza? Almeno la disperazione parla in modo franco. La speranza è ingannevole e ambigua. Esiste forse un tradimento più brutto di quello commesso in nome di una speranza che avevi?

L’esercito e il popolo una sola mano. Lo stato rispettoso della legge. La costituzione per prima cosa. Il popolo. Le istituzioni elette. I compagni di ieri. I combattenti reduci. L’apparato giudiziario che teme solo Dio. Le masse. I guardiani della midan. La coalizione. L’organizzazione. Il partito. I media indipendenti. Il consiglio nazionale. Gli ufficiali onesti …

C’è forse un tradimento peggiore di quello di sperare in qualcuna – o tutte, o una qualunque – di queste cose?

Esiste un tradimento peggiore che attaccarsi alla speranza che le cose migliorino dopo la ratifica di una costituzione che infrange la promessa fatta da coloro che l’hanno scritta: che non sarebbe stata completata finché fino all’ultimo dei prigionieri non fosse stato liberato?

C’è un tradimento peggiore che aggrapparsi alla speranza in uno stato le cui istituzioni sono specializzate nel tradimento, nell’assassinio e nella tortura?

C’è un tradimento peggiore che aggrapparsi alla speranza in elezioni in cui il dialogo nazionale cerca di garantire la minima quantità di competizione, la massima certezza del risultato?

C’è un tradimento peggiore del nutrire qualunque speranza nel “candidato della necessità” – benché le sue credenziali siano limitate a questa “necessità”?

Esiste tradimento più grande che mantenere una qualunque speranza in un candidato civile che non vuole dichiarare apertamente che competerà con il generale?

C’è tradimento più grande che aggrapparsi alla speranza nelle masse che levano immagini di assassini e torturatori? Che attaccarsi alla speranza nei compagni che negano la sconfitta per orgoglio e non per sfida – e quando l’infezione si diffonde e i rivoluzionari tornano nelle strade e nelle prigioni e negli obitori non trovano compagni al loro fianco?

Sperare, come disperarsi, è tradire. Ma anche la speranza, come la disperazione, è una normale debolezza umana. Qui nella mia cella lotto con i miei sogni e coi miei incubi, e non so quali dei due fanno più male. Mi dibatto fra la disperazione e la speranza – ma non sono mai un traditore.

(3)

Non siamo liberi

confessa

ma

ci aggrappiamo al domani.

La tragedia del popolo: ha commesso

il peccato di desiderare

senza limiti.

In una giornata limpida dopo due scioperi della fame e una tempesta di neve, il cielo s’acquieta e nei nostri cuori c’è calma.

Beviamo il tè nel cortile. Abbiamo superato la fase in cui discutevamo se ci fosse o no un valore nella nostra resistenza, una possibilità di venire liberati. Dopo un mese di scoperte non ne resta niente a parte i ricordi.

E mentre ci raccontiamo storie di passate carcerazioni, quando le celle sembravano più amichevoli e i compagni più leali, anche se la rivoluzione era – allora – “un sogno impossibile” – mi ricordo di me e mi ritrovo là – nel passato – in metropolitana con l’uniforme del liceo, con un amico a distribuire una relazione completa di fotografie della tortura di un vecchio “ladro di bestiame” a cui avevano dato fuoco col kerosene nel commissariato di Fayoum. Cambiamo treno rapidamente prima che qualcuno si riprenda dallo shock delle fotografie e ci arresti.

Non ho mai detto a mio padre, quel giorno, di aver preso in consegna la mia eredità. Non sembrava importante. Stavamo solo cercando di sbarazzarci di un po’ di quella rabbia, di buttare fuori di casa quella terribile fotografia. La speranza non c’entrava niente.

Là, nel passato, mi riscopro meno esperto ma più saggio. Scrivo di una generazione che ha combattuto senza disperazione e senza speranza, che ha ottenuto solo piccole vittorie e non è stata scossa da enormi sconfitte perché le sconfitte erano l’ordine naturale delle cose. Una generazione le cui ambizioni erano più basse di quelle di chi era venuto prima, ma che aveva un sogno più grande.

Ci sono molte cose sbagliate in me – ma non sono un traditore. Ho peccato di codardia e di egoismo, sono stato spesso impaziente e a volte brusco, sono stato orgoglioso e sono stato pigro, ma mai un traditore. Non tradirò la rivoluzione con la disperazione o con la speranza. Questa è una promessa.

(4)

Chi l’ha detto che eravamo

senza pari?

O che eravamo

una generazione incantata?

Siamo umani

ma nell’oscurità

desideriamo la luce

Il nostro peccato è stato l’orgoglio, non il tradimento. Abbiamo detto, “noi non siamo come quelli che ci hanno preceduto, perciò i giovani dei Fratelli Musulmani sono diversi, e i giovani nasseriani sono diversi e i giovani di sinistra sono diversi e i giovani liberal sono diversi”. La debolezza del nostro mito si è svelata quando ci siamo trovati contro i giovani agenti di sicurezza.

Oggi ci vedo come loro, vedo che abbiamo commesso gli stessi errori che commettevano loro. Nonostante tutte le nostre rivendicazioni di unicità e ribellione non siamo niente più che leali figli delle nostre famiglie e della nostra patria, attaccati alle loro costanti e virtù e abitudini e tradizioni. Ci attacchiamo a questa eredità, in modo da poterla passare ai nostri figli.

Diremo loro, “tu sei diverso, tu non ripeterai i nostri sbagli”, ma dimenticheremo di dire loro che si tratta di un desiderio, non di una profezia. Canteremo loro le canzoni di Ahmed Fouad Negm e Sheikh Imam, o gli inni di Sayyed Qutb e Rifai, ma dimenticheremo di dire loro che questa è un’eredità ancestrale, non resistenza. Loro si ribelleranno, ma alla fine torneranno a quell’eredità di loro spontanea volontà. Ma noi dimenticheremo di dire loro che questa è inerzia, non destino.

Come facciamo a non dimenticare, quando siamo così occupati col mito della midan che trascuriamo la rivoluzione, così occupati dal mito della nostra unicità da trascurare i nostri sogni? Come facciamo a non perderci quando siamo così occupati a difendere la seconda ondata che ci affoga?

Gridiamo loro, “non è una cospirazione contro di voi!” E dimentichiamo di dire a noi stessi, “ma è una cospirazione di entrambi voi contro di noi”. O forse, magari, una cospirazione nostra contro noi stessi? Non so più, ma sono sicuro che sia già accaduto prima.

Sostengono che le prime ondate fossero misteriose e oscure, ma io ne ho una assoluta certezza. Tutti i dettagli sono chiari ed espliciti e pubblici e calcolati. Ma è il mito, nel suo tentativo di cancellare la debolezza e l’ansia e la violenza e l’assurdità e l’angoscia del dolore e la fragilità del sogno, ad aprire loro la porta per trasmettere il loro mistero!

Sostengono che la seconda ondata sia stata franca e trasparente, ma fin dai primi momenti a me è sembrata avvolta in un mistero familiare, un mistero sparso nel mio patrimonio ereditario sotto forma di frasi terse: Settembre Nero – Sabra e Chatila – un’ala destra unita – il Naksa – Khamis e Baqari – il Defresoir – i colpi di stato e le guerre di campo e le guerre del Golfo… parole che abbiamo ereditato senza dettagli o canzoni illustrative o nemmeno delle battute di scherno. Come se queste parole rappresentassero soltanto una piccola parte della coscienza di chi è venuto prima di noi. Si sono dimenticati di dircelo e noi nella nostra ignoranza non abbiamo detto loro di averli ritenuti responsabili. E oggi facciamo finta di non vivere incubi simili ai loro. Non vogliamo ammettere che – come loro – siamo impotenti.

(5)

Le midan che si affollano

e i milioni

le rivoluzioni di folla

ci hanno fatto dimenticare:

che “la vera midan è il sogno”

e che la rivoluzione

vive nel sè.

Essere un adulto ha rigide regole. E’ importante non parlare di se stessi glorificandosi o ci si rivelerà boriosi e triviali. Ma in prigione non si ha niente di cui parlare tranne se stessi; il tempo si ferma e la tua volontà è limitata ai confini del tuo corpo. Ed è quando parli di te stesso con una libertà nata dal bisogno che trovi te stesso.

Là nel passato mi ritrovo chino su una tastiera, a costruire con mia moglie un sito che raccogliesse ogni blog egiziano,  rifiutandoci di farci costringere da regole, categorie o confini. I blog hanno trovato rifugio presso di noi quando sono stati rifiutati dall’aggregatore tunisino i cui amministratori erano sospettosi verso il patriottismo dei rifugiati e le persone che lottavano all’estero. Mi rivedo stampare una convocazione a fondare il citizen journalism e i media alternativi e distribuirla per anni a venire ovunque andassi.

Non cercavamo di formare un blocco o di reclamare un’identità unitaria; volevamo soltanto esprimerci. Non abbiamo mai mirato a dissolvere il mistero della nostra storia contemporanea, o a negarne la confusione, o la nostra ingenuità; volevamo solo assicurarci che quel mistero non potesse essere sfruttato per negare la nostra esperienza o per riscrivere le nostre storie – nonostante noi o per nostra mano – nel tentativo di cancellare ciò che turba le autorità, o che turba noi.

Là, nel passato, mi ritrovo, con meno esperienza e più saggezza, a scrivere dei nostri sé indipendenti che resistono all’isolamento attraverso il lavoro comune ma rifiutandosi di fondersi nel collettivo. Cooperiamo con coloro che sono venuti prima di noi, con la volontà di entrare nei loro progetti e nelle loro teorie fintantoché non siamo costretti a credere loro o a predicare per loro conto. Non avevamo guerre generazionali né reclamavamo di essere unici – ma insistevamo – e lo facciamo ancora – sull’utilizzo dei nostri strumenti.

In assenza di disperazione e di speranza, non rimane altro che il sé. Il nostro scopo era enfatizzare la volontà in un paese che mirava a distruggerti. Il nostro istinto era di avanzare verso l’ignoto in un paese il cui istinto era la stasi. Lottavamo per una giornata, una giornata che finisse senza la soffocante certezza che domani si sarebbe ripetuto come tutti gli altri giorni si erano ripetuti prima. L’unica ambizione che avevamo era che le autorità passassero la notte in ansia anche se questo disturbava i sonni di tutti – ma anche così sognavamo un sonno e un risveglio non disturbati dalle autorità.

(6)

Cosa accade a un sogno rimandato?

Si secca

come un’uvetta al sole?

O suppura come una ferita –

e poi scorre via?

Puzza come carne andata a male?

Oppure il suo sangue

ti ubriacherà

fermentato

come sciroppo?

Forse si accascia soltanto

come un carico pesante

Oppure esplode?

(Adattato dalla poesia “Harlem” di Langston Hughes)

Ci seducono quattro midan. Quattro midan litigano per noi. Fra quattro midan ci spacchiamo. Quattro midan dominano i sogni e gli incubi della loro gente; ogni midan una sirena e un labirinto, e la tua anima ci resta prigioniera anche quando il tuo corpo se ne va.

Quattro midan che si scontrano, ognuna che mette al bando le altre, o nega che siano mai esistite. Tutte le midan sono photoshoppate tranne la tua. Fuori dalle midan, un pubblico terrorizzato cerca stabilità. Ogni midan canta lodi di quel pubblico, levando slogan e richieste – alcune delle quali preoccupano il pubblico. Ma all’orizzonte non c’è stabilità, purché ciascuna nega l’esistenza dell’altra.

La prima midan, l’originale, è la nostra, Tahrir e la piazza della Rivoluzione. Lo diciamo con tutta boria e arroganza: la midan è nostra. Non la boria ingenua di cui ci accusano, non rivendichiamo di possederla, o di avere il monopolio della rivoluzione, ma sosteniamo che è lei a possedere noi e che la rivoluzione ha il monopolio dei nostri sogni. Questa boria non viene dal fatto di credere nelle lodi che ci dicono che siamo noi ad aver innescato la miccia della rivoluzione o ad esserne stati una delle cause, ma dal fatto che la rivoluzione ha liberato le nostre energie, e perché l’abbiamo presa come ragione per esistere. Non abbiamo predicato la rivoluzione e non l’abbiamo prevista, ma l’abbiamo sognata e l’abbiamo aspettata e così la midan è diventata nostra. Abbiamo costruito intorno a lei il mito dei 18 giorni, e non ce ne siamo mai andati da allora.

La seconda è la Midan della Guerra Santa. Ci vanno per settimane o mesi, nelle arene della jihad contro gli infedeli e i kharijiti. Si trasferiscono in una comunità che vive dei legittimi profitti delle confische, della prescritta divisione del bottino, che governa con la legge islamica e la punizione. Tornano, ma le loro anime restano dove la vita è la vita dei compagni del profeta. Sognano di frustare la storia e di far strage del tempo.

Non giudicateli troppo severamente, c’è qualcosa di noi in loro. Non abbiamo forse sognato di dare la vita per la Palestina? Non abbiamo levato l’immagine del signore di tutti i combattenti stranieri, Che Guevara? Non abbiamo minacciato l’esercito con i nostri canti su come avremmo trasformato tutto in una Libia, in una Siria? E qualcuno di noi non ha forse cercato di gestire i propri incubi sognando ad occhi aperti di armarsi? Tutti i rivoluzionari attraversano una fase in cui per far passare il tempo sparano alle ore.

La terza è Rabaa Midan. La sua gente ha vissuto per settimane in un idealistico mondo omogeneo, i suoi residenti vari e diversi ma nulla che la minacciasse di una dissidenza; tutti che celebrano il progetto islamista, tutti che credono nella sua inevitabilità e superiorità, cristiani e laici vengono attenuati e l’irresolutezza di un credo confuso o di una fede vacillante è svanita.

Un mondo in cui l’Organizzazione assume il suo significato e le sue dimensioni naturali, la sua posizione di avanguardia, si scrolla di dosso la sporcizia che le è rimasta attaccata dai patti segreti conclusi in passato, e guarisce di tutte le ferite della repressione.

I loro corpi l’hanno lasciata sottoposti a condizioni durissime, ma i loro spiriti sono rimasti, a circolare intorno al sangue dei loro fratelli, a sognare uno stato dentro lo stato e una città dentro la città e una nazione dentro la nazione, solida come un edificio, a resistere sotto una leadership storica secondo un progetto divino.

Non giudicateli troppo severamente, c’è qualcosa di noi in loro. Non vi ricordate quei difficili giorni dopo la Battaglia dei Cammelli quando cantavamo nella midan “il popolo chiede”, mettendo in mostra la nostra “armonia nella diversità”, mentre allo stesso tempo eravamo impauriti all’idea di lasciare la midan per timore dell’inimicizia dei nostri vicini e delle nostre famiglie e della crudeltà dei Comitati Popolari che credevamo fossero rivoluzionari finché non abbiamo scoperto che lavoravano sodo per seppellire viva la rivoluzione e punire “la folla di Tahrir”? Tutti i rivoluzionari attraversano una fase in cui sono assediati dalle utopie e perdono il controllo, ed è in quel momento che fra di loro spuntano le tende della tortura.

La quarta midan è quella del Mandato. La sua gente vive in un grazioso film in bianco e nero sui bei tempi andati quando lo stato era paterno e severo e le istituzioni buone e benevolenti e l’ufficiale un bel giovane e l’Egitto una contadina snella ed elegante e il leader amato e tutti sorridenti perché la trama era sempre facile e il finale sempre lieto. Un film ripetuto ogni giorno senza essere noioso, e che finiva sempre prima del 5 giugno del 1967, o forse finisce quando senti le notizie dell’abbattimento degli aerei nemici. Come possono il generale e i suoi fan riprendersi dalla febbre del mandato ricevuto quando vivono di sentimenti che pensavamo finiti mezzo secolo fa?

La midan è dispersa ma i loro spiriti le restano aggrappati. In questa midan non c’è bisogno di cercare soluzioni alla corruzione, alla tortura, all’assassinio o all’impoverimento o all’oppressione, perché si tratta solo di pettegolezzi. L’Egitto non può essere sconfitto e la sua leadership non commette errori.

Non giudicateli troppo severamente, perché c’è qualcosa di noi in loro. Non vi ricordate quando cominciarono i canti, “il Popolo, l’Esercito, una Sola Mano?” Non ci siamo forse messi alle entrate di Tahrir a distinguere gli amici dai nemici controllando i loro documenti? Non abbiamo messo i giudici sul piedestallo della nostra midan chiedendo loro saggezza? Non abbiamo forse elevato la costituzione – qualunque costituzione – al rango di giusta vendetta? Tutti i rivoluzionari attraversano una fase di tentativi impossibili di tornare a un momento di innocenza e di infanzia e finiscono in uno stato di tarda adolescenza.

(7)

La tempesta della “vittoria”

non può scegliere

tutti periranno

e la rivoluzione come una sequenza di onde

farà polvere di tutto

ma non distruggerà.

Non voglio dire che le loro midan e le nostre siano uguali. Voglio essere solo un pochino blasfemo e dire che loro, come noi, sono posseduti; puoi vedere pezzetti di noi in loro e pezzetti – sia buoni che cattivi – della nostra midan nelle loro.

Nella seconda midan abbiamo visto i Comitati Popolari che gestivano la vita quando le autorità si sono ritirate, e nella terza abbiamo visto le donne guadagnare il centro della scena nonostante la loro posizione marginale nell’Organizzazione e sui podi. Nella quarta abbiamo visto musulmani e cristiani essere una cosa sola.

Uomini come noi, prigionieri delle loro midan come noi, assediati dentro di esse come noi, e se la nostra incarcerazione e il nostro assedio si protrarranno, i nostri peccati si moltiplicheranno come i loro. Non commetto blasfemia parlando di tolleranza per loro, ma per noi.

Loro hanno amato le loro midan perché vi hanno vissuto i loro sogni, noi amiamo la nostra perché là abbiamo amato la vita e abbiamo sognato una vita migliore per coloro che amiamo. Potremmo essere simili, ma sono abbastanza arrogante da pensare che il nostro sogno fosse ciò che rendeva speciale la nostra midan, mentre i loro sogni sono incubi.

In ogni midan si crea un mito che imprigiona la sua gente, e i miti sono costruiti sui sogni come sugli incubi. Loro hanno commesso gravi peccati nelle loro midan e noi ne abbiamo commessi di veniali nelle nostre, ma dimentichiamo i nostri sogni e costruiamo miti sui nostri incubi.

Loro hanno commesso gravi peccati ma noi abbiamo adorato falsi dei quando abbiamo permesso alla midan – anziché al sogno – di diventare sacra. Ci siamo allontanati dalla retta via della rivoluzione quando abbiamo costruito santuari per le nostre ferite e le nostre paure. Eravamo chiusi nella nostra midan perché come loro cercavamo una soluzione decisiva e abbiamo scambiato i nostri sogni per qualcosa di meno perché abbiamo pensato che fosse più facile da realizzare.

Noi ci siamo smarriti quando ci siamo inebriati dell’amore della gente per noi e per la nostra midan invece di cercare quello che amiamo nella gente. La nostra midan è l’unica costruita su un sogno e sull’amore ma la gente vuole la stabilità, e la stabilità ha bisogno di soluzioni decisive, che a sua volta necessitano di forza e la forza uccide l’amore e sfigura il sogno. La soluzione decisiva è il tradimento. Scambia il potere della gente con quello che c’è sotto: le armi dell’Organizzazione. Sostituisce al sogno qualcosa di meno alto: la roadmap, gli accordi per il potere o qualche scampolo di riforma.

(8)

Il danzatore ha bisogno

del pubblico.

L’autorità ha bisogno

del popolo.

Ma al rivoluzionario

quando si alza

importa soltanto

dell’amore

Passa un’altra notte durante la quale discutiamo fino allo sfinimento. Gridiamo attraverso gli spioncini delle celle in modo da riuscire a sentirci e riempiamo il braccio di suoni, parlando di campagne denigratorie e fughe di notizie, di giornali che ci rimproverano aspramente per aver perso popolarità e dicono che se siamo in prigione è perché non siamo stati in grado di fare la differenza, perché l’obiettivo del nostro sogno era troppo ambizioso – come se fosse un crimine.

Sono così arrabbiato che mi rifugio nel passato e mi rivedo nel maggio del 2005, era un mercoledì che ci sembrava nero, perché non avevamo idea di quanta oscurità ci avrebbe riservato il futuro; era il giorno di un referendum sul quale eravamo pessimisti, un pessimismo che era in sé un presagio; quel giorno ero ispirato dall’ira delle donne e dal loro rifiuto di restare in casa obbedendo agli ordini che Mubarak aveva fatto scrivere sui loro corpi dai suoi bravi. Quel giorno ero asfissiato dall’ostinazione con cui ritenevamo che certi spazi – come gli scalini della sede del sindacato dei giornalisti – fossero sicuri, anche se avevamo già scoperto che nello stato militare di posti sicuri non ce n’è.

Mi rivedo là assieme ai miei compagni a progettare di avventurarci verso il centro e fin dentro la moschea di Sayeda Zeinab, a toccare la tomba in spregio ai nostri oppressori e poi a Zeitoun, a pregare la Vergine in spregio ai nostri governanti. Non stavamo cercando di evocare una forza metafisica che ci aiutasse, ci stavamo prendendo gioco della nostra debolezza e stavamo riconoscendo la nostra impotenza, ma né l’una né l’altra ci hanno trattenuti.

Mi rivedo là assieme ai miei compagni mentre invitavamo la gente a protestare con costanza, a Imbaba, Shubra e Nahia. Non cercavamo di evocare la forza della gente, stavamo solo cercando di dire loro che anche noi avevamo subito una parte dell’oppressione e del dolore che provavano loro, e che stare assieme a loro ed esortarli a esprimere la loro protesta era un modo per curarci.

Mi rivedo là assieme ai miei compagni a sfidare le nostre peggiori paure proprio nel centro del potere, Lazoghly. Non ci rendevamo conto che il nostro piccolo gruppo, circondato da una marea di agenti della CSF, era impotente. Stavamo solo cercando di far capire loro che spezzando i nostri corpi non avrebbero vinto la battaglia.

Mi rivedò là, più saggio e meno esperto, a rispondere a quel professore che oggi sta contribuendo a scrivere la costituzione della “rivoluzione” mentre in passato negava persino la possibilità di una rivoluzione popolare. Gli ho risposto predicando la lieta novella di una rivoluzione che non aspirava a un momento di mobilitazione che avrebbe deciso tutto in una sola battaglia, ma a un processo duraturo in cui i cambiamenti sarebbero stati sempre più veloci e i rivoluzionari in numero sempre maggiore. Mi ritrovo a scrivere della natura egoista della lotta e a indicare la commemorazione come l’unico momento in cui si verifica davvero la popolarità del combattente e ancora a scrivere di come dobbiamo sconfiggere da soli i nostri miti e di quanto sia importante non restare imprigionati nei nostri rituali e nei luoghi sicuri.

Questo è il nostro destino. Possiamo solo dare alla gente i nostri striscioni, e non sappiamo fare molto di più che incoraggiarli a sognare. Non abbiamo forza o potere, abbiamo solo l’amore: quando il coraggio tira fuori la loro parte migliore e scoprono di essere forti, ci amano, e quando la paura prende il sopravvento e si convincono di essere deboli e di aver bisogno di una forza esterna, ci odiano.

(9)

Litigano, i residenti del

“centro”

sui termini

“l’uomo che rinuncia”

e “vittoria”

per colui che tradisce con onestà

tutti i vittoriosi sono stati sconfitti

e quanto a noi

abbiamo scelto i margini

Per tradizione noi egiziani siamo disposti a dare in affitto la nostra libertà a un despota che crediamo benevolo, purché la sua proposta sia conforme alle nostre richieste. Uno ha cercato di venderci l’”indipendenza nazionale”, un altro ci ha provato con la “prosperità” e qualcuno prova a chiederci di consegnare la nostra libertà in cambio della sicurezza o della salvaguardia delle minoranze. Nella nostra tradizione la dignità può appartenere all’individuo o alla nazione, non a entrambi, e la giustizia può essere nelle aule di tribunale o al mercato, non in entrambi i luoghi.

Sono entrati nella midan con noi o prima di noi – non ricordo. Volevano che mettessimo all’asta la nostra libertà. Gli abbiamo risposto che non ci spiaceva condividere le nostre esperienze, ma la libertà ce l’eravamo conquistata col sangue e non saremmo scesi a patti. Ci hanno chiesto “qual è la vostra esperienza?”, abbiamo risposto “stando insieme possiamo conquistare entrambe le dignità ed entrambe le giustizie, e anche tutte le libertà”. Ci hanno risposto: “Siete grandissimi! Ecco come dovrebbero essere tutti i giovani… la vostra saggezza ha abbagliato il mondo intero… state attenti a non abbandonare la midan.” Poi loro hanno abbandonato la midan, e abbandonato noi.

Per tradizione diamo in affitto la libertà a chi ne ha i requisiti. Quindi, il generale risponde ai requisiti? Vediamo: i nazionalisti si sono schierati con lui parlando di un nasserismo che assedia gli amici ed evita i nemici, quelli di sinistra si sono schierati con lui parlando di socialismo del debito, dell’abrogazione dei sussidi e di tagli, e i liberali si sono schierati con lui parlando di uno stato formidabile e di leggi che annientino i terroristi.

Niente dignità della persona o della nazione, niente giustizia nel pane o nei salari. Il generale non ha offerto in cambio il suo oro o la sua spada, non ha offerto nient’altro che l’onore di apparire al centro dopo anni trascorsi ai margini. Si sono raccolti all’ombra del generale perché il centro è piccolo e c’è spazio solo per lui. Non hanno firmato un contratto o ricevuto una retribuzione, sono semplicemente rimasti là in piedi e l’hanno ringraziato per la sua generosità e la sua tolleranza, poi si sono lamentati di quei bravi giovani che si sono persi per strada e sono tornati a popolare i margini. Hanno detto “che peccato”, oppure “che gli serva di lezione” oppure “mi stupisce”; non ha importanza, da qui dentro mi sembrano tutti uguali.

(10)

Il vostro palazzo

non è abbastanza ampio per il mio sogno

e la cella

è pura assurdità.

Avete forse mai visto

una nuvola

in movimento

chiedere il permesso

Il giorno di Natale la prigione era chiusa e noi siamo rimasti in isolamento per due giorni durante i quali le porte non sono state aperte. Mi arrabbio quando leggo i giornali che hanno scoperto per la prima volta che fra di noi ci sono dei copti. Durante la messa, le immagini del generale erano molte di più di quelle dell’uomo di cui si celebrava il compleanno. Ho cercato un volto conosciuto e non ne ho trovato nessuno. Dov’erano tutti questi quando noi – proprio noi – siamo entrati nella cattedrale portando le bare dei martiri? Dov’erano quando l’abbiamo circondata per proteggerla dai lacrimogeni e dalle pallottole? Se i copti hanno finalmente lasciato i margini, perché al centro non ci sono i compagni dei loro martiri?

Il centro è tradimento perché al centro c’è spazio solo per il generale. La rabbia mi riporta indietro nel tempo e mi vedo in piedi al centro di una protesta di cui ignoro le istanze e gli slogan, a distribuire un volantino scritto da due amici, con una dichiarazione rivolta essenzialmente a noi, non alla gente, che ci invitava a confessare le ferite, a parlare del diffondersi dell’odio, a resistere alla negazione. La dichiarazione insisteva nel dire che stavamo assistendo a una profonda crisi settaria, che il dispotismo ci impediva di vederla, ma quando il dispotismo fosse finito, la crisi sarebbe stata ancora là. Quel giorno non abbiamo cercato di spingerci fino al centro per rivendicare la nostra idea, volevamo comunicare fra di noi e discutere di una cosa che ci faceva male.

Mi rivedo nel passato e mi ritrovo meno esperto e più saggio. Allora dicevo che i margini sono più ampi del centro, che la storia è fatta di molte narrazioni diverse. I margini, contrariamente al centro, sono molteplici. Mi rivedo a sostenere la necessità di interagire con tutte le cause e tutte le ingiustizie, per quanto marginali possano esserne le vittime, anche se questo vuol dire far arrabbiare le persone al centro, assieme alla necessità di rifiutare ogni tentativo di anteporre altre priorità alle istanze di libertà, dignità e giustizia.

Nella midan ci siamo perduti mentre costruivamo il nostro mito, ci siamo dimenticati che la rivoluzione non è una trasferta o una ritirata verso i margini, ma l’irruzione violenta dei margini al centro. Ci hanno distratti parlandoci della “corrente principale” e dell’”uomo della strada” finché non ci hanno fatto credere che al centro ci fosse abbastanza spazio per la maggioranza. Hanno mercanteggiato con noi e ci hanno detto che ci sarebbe stato posto per noi al centro se avessimo abbandonato i ragazzi delle barricate e delle molotov, i bambini di strada, i copti, le persone uccise o ferite fuori dalla midan e la gente del Sinai. Uno dopo l’altro sono venuti da noi per offrirci un posto all’ombra del generale, a condizione che lasciassimo andare uno dei nostri margini, una parte di noi.

Il centro è tradimento e io non sono mai stato un traditore. Pensano di averci ricacciati ai margini. Non si rendono conto che non ce ne siamo mai andati, ci siamo solo perduti per un breve momento. Niente è abbastanza grande per i nostri sogni, non le urne dei referendum, non i palazzi o i ministeri, non le prigioni e nemmeno le tombe. Non abbiamo mai cercato di stare al centro perché al centro c’è posto solo per chi abbandona il sogno. Anche la midan non era grande abbastanza per noi, per questo molte delle battaglie della rivoluzione sono avvenute al di fuori e molti degli eroi di quelle battaglie sono rimasti fuori dalla cornice.

(11)

Vero è che sto toccando terra

ma sto volando in cielo

sogno di vivere insieme

nel mondo stesso ma

è il nostro momento e non c’è separazione

il tuo bacio mi confonde ancora

e “ti amo”

lontano da te scompare

un soldato

a Baghdad

(adattamento da Rayess Bek)

Quando coloro che sono venuti prima di noi hanno affidato i loro sogni a un leader, sono stati sconfitti con lui. E quando hanno trovato in sé la forza di uccidere il leader e porre fine al suo mito, hanno goduto di tante piccole vittorie. Noi pensavamo di essere diversi, non credevamo nei leader. Non capivamo che sono stati loro a liberare per sempre la nostra tradizione dall’influsso dei leader. Noi siamo come loro, nei punti di forza come nei punti deboli e dobbiamo liberare i nostri sogni esattamente come hanno fatto loro. La midan è solo una rappresentazione che ci permette di esprimerli. I nostri cuori amano la midan per come in essa i nostri sogni si sono manifestati. Ne abbiamo fatto un mito che ci ha imprigionati, ha cancellato la nostra esperienza e ha dissolto le nostre individualità. Ci siamo persi nel mito e abbiamo creduto che fosse l’obiettivo del sogno e il cuore della rivoluzione. Ora tocca a noi distruggere il nostro mito con le nostre stesse mani, proprio come hanno fatto loro. Dobbiamo abbattere la midan per liberarci, per riappropriarci delle nostre individualità e della rivoluzione.

Da mia madre ho ereditato una torta di pietre e un amore che trapassa i muri di qualunque cella e da mio padre una cella e un sogno che né le mura di una prigione né i limiti di una piazza né i confini di una nazione possono contenere. Non ho ancora ricevuto tutta la mia eredità, sto ancora aspettando di imparare come vivere all’interno della midan senza che si impossessi della mia anima e svuoti il mio sogno, come posso stare nella midan e affrontare gli incubi che ho dentro. Sto ancora aspettando di imparare da lui come posso uscire di prigione senza lasciare una parte di me nella cella e come posso andarmene perdonando chi è stato ingiusto con me e chi mi ha tradito. Come posso trasformarmi da spina nel fianco dell’ingiustizia in un sostegno per tutti coloro che subiscono delle ingiustizie.

Finché non avrò ereditato tutto quello che mi spetta continuerò a ricordare com’ero, senza disperazione e senza speranza, senza un centro o una soluzione decisiva, sognando una rivoluzione che superi i confini della midan e traendo conforto nella solitudine della mia cella da un amore a cui nessun carceriere può porre limiti.

E per concludere: “Congratulazioni per la nuova verniciatura.”

(12)

Cancellare – per la rivoluzione-

una pagina

è darci

un’occasione

per pensare di nuovo

e scrivere.

Ci scusiamo con i lettori per eventuali confusioni e incoerenze del testo. Dipendono dalle circostanze in cui è stato scritto. Non è stato facile per delle persone abituate alla rapidità di espressione di un telefono o di una tastiera affrontare con carta e matita un processo di scrittura (perlopiù) in solitaria durato due settimane. E nessuno dei due ha mai avuto la possibilità di lavorare sul testo completo.

Ci scusiamo anche con gli altri ospiti del braccio A, sezione Prigionieri Politici, penitenziario di Tora, per quello che hanno pazientemente sopportato mentre un poeta situato nella prima cella del braccio e un blogger situato nell’ultima cercavano di lavorare assieme. Abbiamo entrambi preferito discutere del testo gridando da una cella all’altra durante la notte che farlo durante le rare ore destinate agli esercizi all’aria aperta.

In questo testo abbiamo cercato di esprimere la nostra gratitudine verso coloro che con il loro amore e la loro sollecitudine ci hanno fatto dimenticare la solitudine della cella e la nostra profonda fiducia in una generazione che si è rifiutata di mettersi in fila per accedere al centro delle autorità. E sarebbe una negligenza non ringraziare le autorità: se non fosse stato per la nuova “vernice”, non avremmo trovato lo spazio per pensare e disegnare.

Alaa e Douma

 

 

2 Comments Graffiti per due – Alaa e Douma

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