è buio in Bahrain

(this article was originally posted on Alaska at Radio Popolare)

Questa mattina è arrivata la notizia che Ali Altaweel è stato condannato a morte in Bahrain per l’uccisione di un poliziotto lo scorso marzo durante lo sgombero violento di Lulu, e che 20 dei medici dell’ospedale di Salmaniya arrestati con l’accusa di alto tradimento cinque mesi fa per aver prestato soccorso alle centinaia di manifestanti gravemente feriti (qui il post del 4 maggio in cui vi raccontavo la loro vicenda) sono stati condannati con sentenze che vanno dai 5 ai 15 anni di prigione, lasciando fra l’altro l’ospedale principale di Manama sprovvisto dei migliori specialisti del paese. Non è servito a nulla l’intervento di Amnesty International, di Medicins sans Frontières, della commissione parlamentare irlandese che si è recata in Bahrain per sostenerli dopo che l’Irlanda aveva addestrato la maggior parte di loro nei propri ospedali universitari. Quasi tutti i dottori, i chirurghi e gli infermieri condannati – sia sciiti che sunniti – compaiono, fra l’altro, in uno straordinario documentario sul Bahrain realizzato da Al Jazeera in inglese, che ha visto la luce quest’estate su YouTube (il governo del Bahrain ha formalmente ottenuto la revoca di tutte le repliche televisive). Si chiama “Shouting in the dark” ed è a un tempo un documento potentissimo (vi consiglio di guardarlo integralmente qui) e un caso giornalistico abbastanza misterioso. Si è sempre creduto che AlJazeera non fosse riuscita, come tanti altri reporter internazionali, a entrare in Bahrain, e invece i suoi reporter hanno filmato di nascosto, e con notevoli rischi, tutte le fasi salienti del tentativo di rivoluzione, dai primi giorni festosi di Lulu alla distruzione fisica della piazza, ai corpi torturati rinvenuti nei canali di scolo dei villaggi, i funerali, e i terrori dell’assedio dell’ospedale di Salmaniya. Nel documentario c’è perfino traccia delle rappresaglie degli sciiti massacrati dalle forze di sicurezza sugli operai stranieri costretti alle delazioni dai datori di lavoro. Probabilmente per un codice di autocensura dell’emittente del Qatar, le immagini non sono mai state trasmesse per quattro mesi, finché la parte londinese di Al Jazeera non ha bypassato (per motivi ancora non chiari) il bavaglio del suo canale arabo, montando in ordine cronologico un racconto di impressionante potenza e bellezza. “A voice in the dark” è stato visto da un milione di persone in tutto il mondo, e via satellite dagli attivisti del Bahrain, ed è anche l’unico documento professionale esistente dei giorni gioiosi di Lulu, quando la piazza venne invasa da mezza popolazione del Bahrain. Tutte le immagini – professionali, e non girate con i cellulari – confermano quello che vi ho raccontato per mesi attraverso le uniche fonti che avevamo (blog, twitter e qualche articolo del New York Times e dell’Independent), ed è inevitabile chiedersi che impatto avrebbero potuto avere sull’attenzione internazionale se il documentario fosse uscito subito dopo la militarizzazione di Salmaniya. Al Anstey, direttore di AJE, ha cercato di spiegare la controversia che si è aperta fra l’emittente e la famiglia reale saudita.

Nel frattempo gli attivisti non recedono, ma la frustrazione è troppa. @emoodz, bravissimo tweep del Bahrain, ha annunciato un paio di giorni fa che getta la spugna. Le elezioni farsa dello scorso weekend sono state boicottate dai partiti di opposizione, col risultato che la percentuale di votanti è stata talmente bassa da invalidarle. Gli studenti espulsi dal politecnico di Manama ci raccontano su Twitter che stanno facendo ore di anticamera per cercare di essere riammessi al nuovo anno accademico. Ogni notte i rivoluzionari escono a gruppetti nei vicoli dei villaggi e vengono regolarmente ricacciati nelle case dai gas lacrimogeni. Qualche giorno fa un ragazzo da solo – Mohamed Ali Alhaiki –  ha portato correndo di notte una grande bandiera del Bahrain sui cavalcavia e si è fatto filmare di nascosto mentre cercava di portarla nell’area dove un tempo sorgeva il monumento della perla. Nella luce arancione dei lampioni, il video fatto col cellulare da dietro le palme ha ripreso il momento in cui da una camionetta stazionata nella piazza sono scesi alcuni uomini in borghese che lo hanno pestato e preso a calci e lo hanno caricato a bordo per portarlo in carcere. il gesto di Mohamed era una risposta ai fatti del 31 agosto a Sitra, quando la polizia aveva ucciso Ali Jawad Ahmad, un ragazzino di 14 anni (qui la riflessione di Foreign Policy). Pochi giorni dopo, una protesta silenziosa di automobili ha completamente paralizzato il traffico sui cavalcavia intorno a Lulu. Due giocatori della nazionale di pallamano sono stati condannati a 15 anni di carcere lunedì. A proposito della vicenda dei medici che sono stati condannati stamattina, Robert Fisk postava la sua sul sito dell’Independent già a giugno, dopo essere stato con loro in sala operatoria durante la repressione di febbraio: “io quei medici li ho visti lavorare e queste accuse sono una montagna di balle”. Secondo Fisk, il Bahrain è a tutti gli effetti sotto occupazione saudita.

? La canzone di oggi era “I still haven’t found what I’m looking for” degli U2

Ecco la puntata di oggi:

[audio:alaska 29 set 11p.mp3]

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