Domande e risposte per i giornalisti che fanno riferimento al post su Pando.com – e altre questioni (di Glenn Greenwald)

di Glenn Greenwald, 1° dicembre 2013, traduzione di Alessandra Neve

L’altro giorno dicevo che ci sono persone che “non sono affatto interessate al contenuto delle rivelazioni sulle attività di spionaggio dell’NSA e del GCHQ di cui ci stiamo occupando in tutto il mondo” ma “si dedicano in maniera ossessiva ad attaccare personalmente i giornalisti, gli informatori e tutti coloro che hanno contribuito a rendere il mondo consapevole di ciò che sta accadendo”. Ci sono decine di esempi, uno di questi è l’autore di un post pubblicato questa settimana su Pando.com, che accusa me e Laura Poitras di aver “prontamente venduto i segreti [di Snowden] a un milionario”, Pierre Omidyar, e sostiene che abbiamo “deciso di privatizzare il malloppo sull’NSA” entrando a far parte della nuova impresa editoriale di Omidyar e portandogli in dote il “monopolio” su quei documenti.

Nel corso degli anni ho deliberatamente ignorato molti attacchi provenienti da questo autore perché la sua noncuranza dei fatti è arcinota (potete chiedere ad altri di cui ha scritto) e perché la sua ossessione ha un’origine personale: è iniziata quando The Nation ritrattò, scusandosi, un pezzo scritto da lui e pieno zeppo di errori a cui io avevo mosso delle critiche (potete leggerne qui e qui) e ancora si alimenta di quell’episodio.

L’attacco che mi ha rivolto questa settimana, però, è stato preso a pretesto da diversi funzionari della sicurezza nazionale e da alcuni giornalisti di Washington DC per attaccare il nostro lavoro sull’NSA e, in qualche caso, per sostenere che questa teoria della privatizzazione dovrebbe essere usata come capo d’accusa contro di me e la mia attività di giornalista. La cosa stupefacente è che a sostenere ciò sono diversi giornalisti e animatori di think tank che sono sul libro paga di miliardari e plutocrati assortiti, come Josh Marshall, il cui lavoro per TPM è stato “privatizzato” e finanziato dall’oligarca di Silicon Valley – e sostenitore di Romney – Marc Andreesen, o l’ex consigliere di Bush per la sicurezza nazionale e attuale analista per la CNN Fran Townsend (“affarismo!” tuona il dipendente della Time Warner Corp, fervente sostenitore della spoliazione americana dell’Iraq).

Per dirla tutta, anche Pando.com è parzialmente finanziato dal magnate libertario Peter Thiel, co-fondatore di Paypal e di Palantir Technologies, un’azienda fornitrice della CIA. Lo stesso autore del post di questa settimana aveva descritto Thiel (prima che questi lo finanziasse) come “un nemico della democrazia” e vertice di un’azienda “che l’anno scorso è stata sorpresa ad organizzare una rete di spionaggio illegale ai danni degli oppositori politici della US Chamber of Commerce, fra cui giornalisti, attivisti riformatori e leader sindacali americani” (io sono uno di quei giornalisti: hanno minacciato di rovinarmi la carriera perché ho osato difendere WikiLeaks).

Oltretutto, l’insinuazione retorica contenuta nel post è del tutto analoga a quella formulata dal capo dell’NSA, Keith Alexander, qualche settimana fa, quando ha chiesto al governo americano di mettere in qualche modo un freno alle rivelazioni sull’NSA: “Penso che sia sbagliato che dei giornalisti abbiano tutti quei documenti, 50.000 o quanti sono, e che li vendano e li diano in giro come se… capite, non ha proprio senso” ha detto. Questa linea d’attacco è poi la stessa che è stata recentemente adottata dalla destra canadese per cercare di infangare il lavoro che stiamo facendo con la CBC sui programmi di sorveglianza congiunti di Stati Uniti e Canada.

Penso che un giornalista dovrebbe pensarci bene prima di sposare questa pericolosa teoria della “privatizzazione”, considerato che tutti i giornalisti sono pagati per fare il loro lavoro e sono finanziati da ogni genere di facoltoso investitore o gruppo industriale.

Ovviamente la vile insinuazione che il giornalismo investigativo sia equiparabile alla compravendita di segreti governativi viene propugnata con malizia dal governo americano e dai suoi apologeti, ben sapendo che certe cose mandano la gente in prigione. Quelle parole non sono uscite per caso dalla bocca di Keith Alexander. Il post su Pando.com non è solo incurante della realtà dei fatti ma sposa anche una teoria che pochi dei giornalisti che le fanno eco potrebbero o vorrebbero applicare a sé stessi. Se fosse tutto qui, potrei semplicemente ignorarlo.

Ma se una teoria viene accolta contemporaneamente dal generale Alexander, da dei governi stranieri su cui stiamo scrivendo e da funzionari del governo per insinuare che c’è qualcosa di disdicevole o persino di criminale nel lavoro che stiamo facendo, devo rispondere.

Quindi veniamo al dunque. Ecco alcune domande a proposito di questa teoria, e qualche fatto. Inoltre, nello spirito di quella che Erik Wemple del Washington Post chiama l’estrema e molto insolita trasparenza che ho adottato fin dall’inizio, risponderò una volta per tutte ad alcune altre affermazioni e domande che mi vengono rivolte periodicamente sul nostro metodo di lavoro:

1) In cosa il nostro metodo differisce dal modo consueto di pubblicare informazioni riservate? 

Bart Gellman ha avuto migliaia di documenti top secret da Snowden. Ne ha scritto in più occasioni e li ha pubblicati sul Washington Post. Non fa parte della redazione del giornale ma viene pagato per gli articoli che scrive per il Post. Poco tempo dopo la pubblicazione (dietro compenso!) del primo dei suoi articoli sui documenti dell’NSA è stato annunciato che Gellman sta scrivendo un libro sui metodi di sorveglianza degli Stati Uniti.

Questo significa che Gellman ha privatizzato i documenti dell’NSA, che si sta arricchendo grazie a essi e che ha venduto i segreti degli Stati Uniti al Washington Post?

Il mese scorso abbiamo saputo che Jeff Bezos ha comprato il Washington Post per 250 milioni di dollari. Qualcuno degli intrepidi giornalisti di Washington DC che citano il post di Pando.com ha intenzione di scagliarsi contro Gellman e accusarlo di vendere i segreti dell’America al suo editore e di speculare su di essi, oppure intende accusare Bezos di aver comprato quei segreti? Prego i coraggiosi e integerrimi Josh Marshall e Fran Townsend di farsi avanti.

Oppure prendiamo Bob Woodward, tanto ammirato a Washington DC, che è diventato il più ricco giornalista americano scrivendo, nell’arco dell’ultimo decennio, un libro dopo l’altro in cui divulga molti dei segreti più delicati dell’America, segreti che gli sono stati rivelati da alti funzionari del governo. I suoi libri sono talmente infarciti di segreti vitali e sensibili che Osama Bin Laden ne aveva personalmente raccomandata la lettura. Non dovremmo accusare Woodward di vendere i segreti dell’America al suo editore traendone profitto e chiedere che venga incriminato?

Oppure prendiamo il New York Times. Hanno dichiarato di aver ricevuto dal Guardian 50.000 documenti riservati di Snowden. Invece di pubblicarli in rete tutti in una volta ne hanno pubblicati alcuni, mentre altri se li sono tenuti per sé. Hanno pubblicato articoli di reporter come Scott Shane, che è stato pagato per leggere quei documenti e poi scriverne. Anche il New York Times e Scott Shane sono colpevoli di aver privatizzato i segreti della nazione?

E che dire di Jim Risen, che nel 2004 è venuto a conoscenza di uno dei segreti più delicati del paese: il programma top secret di intercettazioni senza mandato dell’NSA. Ha scritto un best seller (ed è stato pagato per scriverlo!) nel quale parla di quel programma segreto e di altri, e l’hanno pagato anche per scrivere un articolo sull’argomento sul New York Times. Anche Risen, il suo editore e il NYT sono colpevoli di aver privatizzato dei segreti e di trarne profitto? Dovrebbero essere incriminati?

Da quando questa storia dell’NSA è iniziata, Laura Poitras, lavorando come freelance, ha scritto articoli per il New York Times (più di una volta assieme a Jim Risen), il Washington Post (assieme a Gellman), il Guardian (assieme a me e ad altri) e Der Spiegel (con i reporter di quel giornale). Queste quattro testate, che hanno pagato Laura e gli altri giornalisti per i loro articoli, sono colpevoli di aver comprato i segreti americani?

Nel corso degli ultimi trent’anni Seymour Hersh ha ricevuto ogni tipo di informazione riservata dalle sue fonti. Lo stesso vale per Jane Mayer. E non le danno in pasto alla rete: le tengono all’interno del New Yorker o della casa editrice, le esaminano, le comprendono, le verificano e poi scrivono degli articoli, il tutto a pagamento! Voglio sentirvi accusare Mayer e Hersh di privatizzare e vendere i segreti della nazione, e il New Yorker e la casa editrice di comprarli.

Daniel Ellsberg ha affidato i Pentagon Papers al New York Times. Il reporter con cui Ellsberg ha lavorato è stato pagato per scrivere degli articoli su quei documenti e il NYT ha venduto un sacco di copie grazie a quella storia. Il NYT è colpevole di aver privatizzato i Pentagon Papers e Neil Sheehan di averli venduti, dato che è stato pagato per scriverne?

Ogni giornalista investigativo che si rispetti – per definizione – prima o poi riceve e pubblica delle informazioni riservate. Sono quasi sempre pagati per portare alla luce informazioni riservate, perché è così che si guadagnano da vivere. Ed è anche necessario che i giornalisti che si occupano di certi argomenti abbiano una tutela legale (vedi più sotto). E invece di spedire il materiale che ricevono dalle proprie fonti a delle testate giornalistiche lo tengono per sé, ci lavorano e poi pubblicano degli articoli sulla testata con cui collaborano.

Se siete tanto irritati da questi articoli sull’NSA da sposare, con poca lungimiranza, le teorie che suggeriscono che questo modo di procede sia inappropriato se non addirittura criminale, state sostanzialmente criminalizzando l’intera professione del giornalista investigativo. Non riuscite a vedere a cosa porta questa idiozia?

2) quali alternative migliori ci sono per lavorare su questi documenti?

L’approccio che io e Laura Poitras abbiamo adottato per accostarci a questi documenti è chiaro: io ho lavorato sulla base di un contratto da freelance con il Guardian, lei sulla base di accordi molto simili con il NYT, il Washington Post, il Guardian e specialmente Der Spiegel. Ma abbiamo collaborato anche con altri giornali in varie parti del mondo – in Germania, Brasile, Canada, Francia, India, Spagna, Olanda, Messico e Norvegia, e presto ne verranno altri – per assicurarci che si parli di questi fatti nei paesi in cui l’interesse è più forte e che ne siano informati i cittadini la cui privacy è stata violata.

Sentitevi liberi di criticare questo metodo quanto vi pare. Io sono molto fiero del modello che abbiamo creato, che deve molto allo schema di partnership globali di WikiLeaks e ha garantito che nessun gruppo editoriale avesse il monopolio dei documenti. Al contrario, ogni storia trae vantaggio dal lavoro di giornalisti che conoscono bene il clima dei vari paesi interessati dalle rivelazioni. Questo ha dato alle notizie un respiro davvero internazionale e ha permesso di fare un lavoro migliore di quanto si sarebbe fatto se tutto fosse stato centralizzato in un posto solo.

Il risultato è che in soli sei mesi sono stati pubblicati più documenti riservati sull’NSA di quanti ne siano mai stati pubblicati da quando l’NSA esiste. Sei mesi non sono un lasso di tempo molto lungo: WikiLeaks ha pubblicato il primo war log solo cinque mesi dopo averli ricevuti da Manning e il primo dispaccio diplomatico nove mesi dopo aver avuto il materiale. Questo perché i documenti sono complessi, ci vuole tempo per comprenderli, verificarli e processarli. Noi abbiamo pubblicato un gran numero di documenti in vari paesi del mondo nell’arco di un breve periodo, e ci sono ancora tante storie e tanti documenti da pubblicare in tanti paesi.

Ma chi critica questo metodo deve saperne indicare uno migliore. Esaminiamo le alternative:

Mettere in rete tutti i documenti in una volta.

Essendo da molto tempo un fervente sostenitore di WikiLeaks, è un metodo che apprezzo, in certi casi (e comunque anche WikiLeaks ha editato alcuni dei documenti che ha pubblicato e ne possiede molti che ha evitato di pubblicare per ragioni ben comprensibili, inoltre pubblica i documenti solo dopo averli esaminati, autenticati e compresi). Sono d’accordo con chi si lamenta di questo: come ho detto molte volte, lamentarsi perché abbiamo pubblicato troppo poco è infinitamente meglio che lamentarsi perché abbiamo pubblicato troppo. Ma ci sono molte ragioni per cui questo approccio nel nostro caso specifico non ha senso.

Tanto per cominciare, questo violerebbe gli accordi che abbiamo preso con la nostra fonte. Edward Snowden sa come funziona la rete. Se avesse voluto rendere disponibili tutti i documenti in una volta, avrebbe potuto farlo lui stesso. Oppure ci avrebbe detto di farlo, o li avrebbe affidati a qualcuno che lo facesse. Ed è invece abbastanza ovvio che non ha fatto nulla di tutto ciò.

Ha fatto il contrario: si è affidato a dei giornalisti che ha scelto personalmente e ha chiesto loro di pubblicare solo attraverso dei giornali. Ha anche chiesto che verificassimo con cura il materiale che ci ha dato e che pubblicassimo solo quello che avremmo ritenuto di pubblico interesse e nulla che potesse mettere in pericolo la vita di persone innocenti. La sua prima preoccupazione era che si focalizzasse l’attenzione sulla sostanza di quello che l’NSA sta facendo e sapeva che la pubblicazione indiscriminata di una grande quantità di documenti avrebbe seppellito un dibattito costruttivo sotto le accuse di aiutare i TerroristiTM, i cinesi e tutti gli altri Cattivoni del mondo.

Sono assolutamente convinto che l’accordo che abbiamo fatto con la nostra fonte riguardo al trattamento dei documenti sia giusto. Se li avessimo pubblicati tutti senza contesto, senza un vaglio o un’analisi, l’impatto – per molte ragioni – sarebbe stato molto minore di quello che abbiamo ottenuto con il lavoro lento, progressivo e accurato che abbiamo fatto.

Ora come ora però il punto non è più quello: coloro che ci chiedono di pubblicare tutti i documenti senza preoccuparci delle conseguenze o dei contenuti ci chiedono di violare l’accordo che abbiamo con la fonte e noi non lo faremo mai, non importa se a qualcuno non piace. E come la nostra fonte ha dimostrato in più occasioni, se non è contento di come procedono le cose o ha qualcosa da dire è in condizione di farlo in qualunque momento. Se finora non lo ha fatto è perché il modo in cui abbiamo pubblicato i documenti è del tutto coerente con gli accordi presi e con l’approccio sul quale lui stesso ha insistito.

Per giunta, coloro che ci chiedono di pubblicare indiscriminatamente tutti i documenti ignorano completamente i concreti rischi legali che corre chiunque sia coinvolto in questa impresa, a cominciare da Snowden stesso, che rischia già trent’anni di prigione e ha ancora solo nove mesi di asilo temporaneo in Russia. Tutti coloro che sono coinvolti nella pubblicazione di questi materiali si sono già assunti dei rischi da un punto di vista legale.

Così come è facile per chi è a favore di una guerra chiedere che altri vadano al fronte a rischiare la vita, è altrettanto facile chiedere che altri (Snowden incluso) vadano incontro a problemi giudiziari pubblicando tutti questi documenti. Tutti hanno il diritto di decidere per sé quali rischi correre, e chi non ritiene necessario assumersene nessuno per sostenere una causa che gli sta a cuore forse dovrebbe chiedersi se anche gli altri non abbiano il diritto di godere della stessa considerazione che riserva a sé stesso.

Mi piacerebbe anche sapere se coloro che la pensano così sono sinceri. Dovremmo realmente pubblicare tutto quello che abbiamo senza nessuna censura né riguardo per le conseguenze? Parlando in via del tutto ipotetica:

se conoscessimo i nomi di persone che l’NSA accusa di essere dedite alla “promiscuità online” o i nomi di persone che l’NSA sospetta siano terroristi, dovremmo pubblicarli, invadendo la loro privacy e distruggendone la reputazione?

se fossimo in possesso delle chat, dei dati di navigazione e delle telefonate di persone che l’NSA ha spiato, dovremmo pubblicarli?

se fossimo in possesso di documenti che potrebbero consentire ad altri stati di spiare in maniera più efficace l’attività in rete dei loro cittadini, dovremmo pubblicarli, sottoponendo centinaia di milioni di persone a una sorveglianza più stretta?

se avessimo documenti che contengono nomi di persone innocenti le cui vite o la cui reputazione potrebbero essere danneggiate, dovremmo semplicemente ignorare la loro situazione e pubblicarli?

se avessimo per le mani documenti tanto complessi da non aver ancora compreso le potenziali conseguenze a carico di altre persone, dovremmo semplicemente abbandonare ogni cautela, pubblicarli e poi stare a vedere cosa succede?

Nel momento in cui uno solo di voi risponde “no” a una di queste domande, ci chiede di fare esattamente quello che abbiamo fatto finora: prenderci il tempo di esaminare con cura i documenti, di consultarci con degli esperti, di comprenderli a fondo e poi pubblicare solo quei documenti, o parti di essi, che non producono nessuno dei danni descritti sopra.

Quello che ho scritto qui sopra è rivolto a coloro che in buona fede ci chiedono perché non pubblichiamo più documenti e più rapidamente. Io rispetto il loro punto di vista. Se fossi nei loro panni probabilmente mi chiederei la stessa cosa. Ecco perché ho speso tempo ed energia per renderli partecipi delle nostre motivazioni.

Al contrario non nutro che disprezzo per i funzionari di governo che sposano con cinismo l’idea che il modello di WikiLeaks sia l’ideale – gente come Josh Marshall e Fran Townsend – come se davvero volessero che lo adottassimo. Loro odiano WikiLeaks e sarebbero i primi ad accusarci di incoscienza e a chiedere la nostra incriminazione se adottassimo quel modello (ecco qui per esempio un dibattito che ho fatto alla CNN nel 2010 proprio con Fran Townsend, nel quale difendevo Julian Assange che aveva appena firmato un contratto da 1,2 milioni di dollari per la pubblicazione di un libro). Come ha detto un commentatore su Twitter, parlando di questi avversari di WikiLeaks che ora sventolano il post di Pando.com:

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I funzionari che citano quel post non vogliono che adottiamo un approccio diverso. Sono lealisti dell’NSA o partigiani democratici che non vogliono che si scriva proprio nulla sulle attività dell’NSA. E quel post rappresenta solo un’utile arma da imbracciare contro il nostro lavoro, anche se le idee che sostiene, in qualunque altro caso, sarebbero da loro stessi rifiutate con forza.

Affidare gran parte dei documenti ad altre testate.

Un’altra possibile alternativa all’approccio che abbiamo adottato consisterebbe nel distribuire migliaia di documenti a diverse testate sparse per il mondo, in modo da rendere il lavoro più rapido. Ma questa idea non fa i conti con le restrizioni legali che dobbiamo affrontare.

Abbiamo adottato un approccio più limitato e siamo comunque già stati accusati di possibili reati, e Alan Dershowitz, Peter King, David Gregory, Dianne Feinstein, Marc Thiessen, e Andrew Ross Sorkin (che poi si è scusato), fra gli altri, hanno già chiesto la nostra incriminazione. Il governo britannico sta formalmente paragonando il nostro giornalismo ad attività di terrorismo e spionaggio e ha dichiarato che ci sono delle indagini penali in corso. Di recente Eric Holder, rispondendo a chi gli chiedeva se dovrei essere incriminato nel caso tentassi di entrare negli Stati Uniti, ha dato delle risposte tanto farcite di distinguo e di incertezze da suscitare ancora più domande.

Una delle poche tutele di cui si gode quando si lavora su materiale riservato viene proprio dal fatto di essere dei giornalisti. Quindi per noi è vitale non agire mai come fonti o distributori dei materiali, cosa che il Dipartimento di Giustizia sarebbe felice di affermare se affidassimo grandi quantità di documenti a varie testate in giro per il mondo invece di fare quello che stiamo facendo, ovvero collaborare con diverse testate su singole storie.

Mi rendo conto che è molto facile sottovalutare i rischi, quando non sei tu a correrli. Ma dal momento che penso che l’approccio da noi adottato sia il più efficace e so che, per quanto limitato, è comunque rischioso, non farò un regalo a chi vorrebbe che fossimo incriminati trasformandomi in fonte o in distributore di documenti. Ho collaborato con varie testate su singole storie e continuerò a fare così.

È vero, come è scritto nel post di Pando.com, che WikiLeaks ha fatto esattamente questo: ha condiviso coi giornali di tutto il mondo migliaia di documenti riservati. Ma è anche vero – per quanto oltraggioso – che WikiLeaks è stata per anni ed è ancora oggetto dell’indagine penale di un gran giurì americano e Julian Assange teme – non senza motivo – che gli Stati Uniti intendano incriminarlo per violazione dell’Espionage Act. È proprio in virtù di questo timore che il governo dell’Ecuador gli ha concesso asilo.

Quindi, ripeto, è molto facile chiedere che altri seguano il modello di WikiLeaks: se non sei tu a essere accusato e incriminato per violazione dell’Espionage Act, allora perché preoccuparsi? Ma io sono soddisfatto della quantità di rivelazioni che abbiamo reso possibile (e continueremo a rendere possibile) e della risonanza mondiale che il nostro lavoro ha avuto. E non ho intenzione di scusarmi in alcun modo per aver posto delle limitazioni di tipo legale – per la nostra fonte e per noi – al nostro lavoro.

Da ultimo, gli stessi funzionari di governo che ora brandiscono il post di Pando.com sarebbero i primi ad accusarci di essere delle fonti o dei distributori di documenti – piuttosto che dei giornalisti – se seguissimo quel modello. Quel che interessa a loro non è criticare il nostro metodo quanto piuttosto imbavagliare le nostre voci per proteggere il Presidente, il suo partito e l’NSA.

3) come si concilia l’accusa di monopolio con la realtà dei fatti?

L’accusa di aver venduto, e che Omidyar abbia comprato, i segreti dell’NSA e la conseguente affermazione secondo cui lui ora avrebbe il monopolio sui documenti sono senza dubbio le più grosse stupidaggini che io abbia sentito da quando abbiamo iniziato a lavorare sui questi file. E non ne ho sentite poche. Ci sono parecchi fatti evidenti che dimostrano quanto sia assurda.

Primo, in che modo questa storia si differenzia da qualunque altra vicenda giornalistica che abbia a che fare con materiali top secret? Quando Dana Priest è venuta a sapere dell’esistenza delle prigioni segrete della CIA e poi ne ha informato il mondo scrivendo sul Washington Post, quel giornale ha privatizzato le informazioni e ne ha avuto il monopolio? Il NYT ha avuto il monopolio dei Pentagon Papers quando li ha ricevuti da Daniel Ellsberg? Il Guardian aveva un monopolio sulla storia dell’NSA prima che io me ne andassi?

Succede quasi sempre che i giornalisti e le testate che per primi ricevono le informazioni da una fonte se le tengano, ci lavorino e poi ne scrivano. È quello che vuole la fonte, ed è la ragione per cui la fonte si è rivolta a quei giornalisti. Da quando questo significa privatizzare del materiale o creare un monopolio?

Secondo, sappiamo già tutti che decine di migliaia di quei documenti sono nelle mani del New York Times, del Guardian, di ProPublica e di Bart Gellman/del Washington Post – entità che naturalmente non sono controllate da me, da Laura Poitras o dalla nuova creatura editoriale per cui lavoriamo. Questo vi suona in qualche modo come un monopolio? È vero che solo io e Laura siamo in possesso della totalità dei materiali, ma moltissimi di questi documenti sono nelle mani di altre testate, che stanno continuando a esaminarli, quindi sostenere che io e Laura siamo i soli ad averne il controllo è veramente ridicolo.

Terzo, l’idea che la creazione di una nuova impresa abbia qualcosa a che vedere con l’acquisizione di un monopolio sui documenti dell’NSA è francamente risibile. Stiamo cercando di costruire una grande testata giornalistica, generalista e longeva, che non ha quasi nessun legame con la vicenda dell’NSA. E a ben vedere, nel primo gruppo di giornalisti e redattori di cui è stata annunciata l’assunzione, nessuno a parte me e Laura ha avuto a che fare con i documenti dell’NSA. Inoltre, dato che ancora non abbiamo nemmeno annunciato una data di lancio, non è dato sapere quanto ancora ci sarà da lavorare sui documenti dell’NSA quando la nuova testata inizierà a pubblicare.

Quarto, servitevi del più elementare buonsenso e di fatti ovvi e noti a tutti per verificare questa accusa. Da quando la nostra nuova avventura è stata annunciata, io e Laura abbiamo entrambi lavorato alla pubblicazione di nuovi documenti dell’NSA in giro per il mondo. Laura ha pubblicato diverse storie importanti su Der Spiegel e il New York Times, e io ho fatto altrettanto in Norvegia, Olanda e Canada. Per giunta, abbiamo appena pubblicato una delle storie più importanti, che riguarda l’uso di informazioni relative alla fruizione di materiale pornografico online per rovinare la reputazione di soggetti considerati “estremisti”, sull’Huffington Post. Io al momento sto collaborando con un’altra grossa testata americana su alcune storie sensazionali che riguardano l’NSA e il GCHQ.

Vi sembra che questo possa essere un monopolio? Se avessimo voluto che la nuova impresa editoriale esercitasse un monopolio avremmo tenuto da parte fino al lancio queste storie sensazionali, per poterle pubblicare dopo. Il monopolio è l’esatto opposto di quello che vogliamo e che abbiamo finora perseguito, come dimostra in maniera inequivocabile la continua attività di pubblicazione che abbiamo portato avanti in tutto il mondo anche dopo l’annuncio della nuova impresa.

Quinto e ultimo punto, chi ci muove certe accuse rivela di più riguardo a se stesso che a noi. Come ho detto quando sono passato dal mio blog a Salon, e poi ancora quando sono passato al Guardian, l’indipendenza è centrale in ogni mia iniziativa. Lo stesso vale per Laura Poitras, Jeremy Scahill e gli altri di cui abbiamo già annunciato l’assunzione, senza contare quelli che verranno. L’idea che qualcuno di noi possa permettere che il proprio lavoro e i propri commenti siano influenzati da motivazioni commerciali o ideologiche (per non dir nulla di chi sostiene che questa sia l’intenzione di Omidyar, considerato chi ha assunto) farebbe sbellicare dal ridere chiunque abbia lavorato con noi finora e comunque chiunque conosca il nostro lavoro. Le sole persone che possono dire una cosa simile, o crederci, devono essere persone abituate a cedere a quel tipo di pressioni.

4) riguardo all’accusa di sciacallaggio

Una cosa di cui non avrei mai pensato di poter essere accusato è la mancanza di passione e convinzione nel sostenere i pericoli della sorveglianza. Laura e io abbiamo lavorato su questo tema per molti anni – quando l’argomento non era ancora di attualità e occuparsene non rendeva niente. Per due anni, il 2006 e il 2007, ho passato quasi ogni giorno a scrivere quasi esclusivamente dello scandalo NSA nell’era di Bush. E il primo articolo apparso sul New York Times a proposito del mio lavoro sui file di Snowden sembrava suggerire che il mio interesse per l’argomento fosse quasi maniacale, diceva che mi ero occupato “in maniera intensiva, quasi ossessiva, per anni delle pratiche di sorveglianza del governo”. E Laura stava lavorando a un documentario sullo stesso argomento ben prima che io o lei sentissimo pronunciare per la prima volta il nome di Edward Snowden.

Se vuoi fare del giornalismo investigativo efficace ai danni del governo americano, dell’NSA e dei più potenti gruppi industriali del mondo hai bisogno di molte risorse, questo è inevitabile. Ti servono redattori, giornalisti di grande esperienza, avvocati, ricercatori, tecnologie, la possibilità di viaggiare, la consapevolezza di poterti difendere da eventuali attacchi giudiziari e molti altri mezzi di supporto. Per questo gli integerrimi autori di Pando.com, dopo il fallimento del modello NSFW, si sono gettati fra le braccia degli oligarchi liberali della Silicon Valley nonostante avessero speso anni a parlar male di chi aveva fatto la stessa scelta, solo per giustificarla poi dicendoora abbiamo milioni di dollari, possiamo fare del giornalismo investigativo”.

È naturale che io consideri l’opportunità di contribuire a mettere in piedi questa nuova testata un’occasione imperdibile, di quelle che capitano una volta nella vita. Questo perché si tratta di un’organizzazione che nasce con l’intento di sostenere e incoraggiare del vero giornalismo avversariale indipendente. Gode del sostegno e del contributo di persone che credono in questo modello di giornalismo, ne sono assolutamente convinto. E credo davvero che abbia in sé il potenziale per far nascere un giornalismo innovativo e coraggioso.

Lo stesso vale per il libro che sto scrivendo. A un certo punto, non so bene quando, alcune frange della sinistra hanno assunto un approccio fortemente anti-intellettuale e hanno iniziato a considerare i libri qualcosa di cui diffidare, anziché un mezzo vitale per la diffusione delle idee. I libri possono essere davvero preziosi nel sostenere certe idee politiche – che è poi presumibilmente il motivo per cui persone come Noam Chomsky hanno passato la vita a scriverne. E lo stesso vale per i film: quando si tratta di temi politici possono raggiungere un pubblico altrimenti irraggiungibile e possono influenzarne il modo di pensare come nessun altro mezzo è in grado di fare.

Dopo tanti anni passati ad occuparmi faticosamente di questi temi sono felice di poter disporre di un megafono per mettere tutti in guardia sui rischi della sorveglianza di stato, del militarismo americano e della segretezza e per sostenere l’importanza della privacy individuale, della libertà di internet e della trasparenza. Penso che rifiutarsi di fare tutto quello che si può per avere il massimo impatto possibile nella difesa dei propri valori politici sia davvero egoista.

Essere scettici e porre domande riguardo a una nuova testata giornalistica è assolutamente giusto. Sono sicuro che farei lo stesso nei confronti di altre nuove testate. Ma non abbiamo ancora iniziato. Quando sono passato a Salon e poi al Guardian ho sentito ogni tipo di insinuazione riguardo al fatto che avrei ammorbidito i miei toni per adattarmi all’ambiente, agli interessi e agli orientamenti di coloro che possiedono e gestiscono quelle testate. Credo che nessuno possa ragionevolmente affermare che ciò sia accaduto. E sono abbastanza certo che anche questa volta andrà così. Le persone che abbiamo assunto e continueremo ad assumere e il giornalismo che faremo vi faranno capire chiaramente perché lo stiamo facendo e perché ne sono tanto entusiasta.

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