dichiarazione di Alaa Abd El Fattah di oggi 27 novembre 2013

Alaa Abdel Fattah, attivista e blogger egiziano, dopo due periodi di detenzione, uno sotto Mubarak e uno nell’inverno del 2011 sotto la giunta militare, e diversi lunghi interrogatori sotto i governi che si sono succeduti, compreso quello di Mohamed Morsi, ha deciso di consegnarsi di nuovo ufficialmente alle autorità quando ha saputo a mezzo stampa di un nuovo mandato di arresto nei suoi confronti che non gli è mai stato recapitato personalmente. Questa è la sua dichiarazione ufficiale di ieri.

dichiarazione di Alaa Abd El Fattah di oggi 27 novembre 2013

(traduzione dall’originale arabo all’inglese di Ahdaf Soueif, traduzione dall’inglese di Marina Petrillo)

Dichiarazione sulla mia intenzione di consegnarmi sabato a mezzogiorno all’Ufficio del Procuratore:

Un’accusa che non nego e un onore che non vanto.

Per la seconda volta l’Ufficio della Pubblica Accusa dirama un mandato di arresto nei miei confronti a mezzo stampa – anziché al mio domicilio, a loro ben noto per via della tradizione di inventare accuse a mio carico nell’era di Mubarak, in quella di Tantawi e in quella di Morsi.

Per la seconda volta l’ufficio del Procuratore si presta a fare da strumento di propaganda del governo, stavolta agli ordini dell’assassino Muhammad Ibrahim (Ministro degli Interni), invece che del Morshid per conto dei Fratelli Musulmani. La loro motivazione: che io avrei incitato le persone a chiedere processi equi che siano responsabilità di un apparato giudiziario civile indipendente. Come se fosse una cosa negativa per l’Ufficio della Procura rispettare se stesso ed essere rispettato dall’opinione pubblica, esso deve dimostrare la propria sottomissione a qualunque autorità passi per questo paese – nessuna differenza, qui, fra un Procuratore eletto in modo illegittimo su istruzioni del Morshid, e un Procuratore correttamente nominato – ma su istruzioni dell’esercito.

L’accusa nei miei confronti – sembra – è quella di aver contribuito a invitare le persone a manifestare ieri, davanti all’edificio del Consiglio della Shura, contro l’inserimento nella Costituzione – per la seconda volta – di un articolo che legittima la corte marziale per i civili.

La cosa strana è che sia il Procuratore che il Ministro degli Interni sapevano della mia presenza per otto ore davanti al Primo Commissariato di Polizia di New Cairo in solidarietà con le persone che erano state arrestate ieri con le stesse accuse. Ma né il Procuratore né il MOI hanno ordinato il mio arresto in quel momento né hanno chiesto che venissi interrogato. Questo probabilmente significa che intendono mettere in piedi un teatrino in cui io giocherò la parte del criminale che si nasconde.

Perciò, nonostante i seguenti fatti:

Che io non riconosco la legge anti-manifestazioni che la gente ha demolito con la stessa prontezza con cui ha demolito il monumento ai massacri del’esercito.

Che la legittimità dell’attuale regime è crollata con la prima goccia di sangue versata davanti al Club della Guardia Repubblicana.

Che qualunque possibilità di salvarne la legittimità è svanita quando i quattro reggenti (Sisi, Beblawi, Ibrahim and Mansour) hanno commesso dei crimini di guerra durante lo sgombero del sit-in di Rabaa.

Che l’ufficio della Pubblica Procura abbia dimostrato una crassa sottomissione quando ha fornito la copertura legale per la più ampia campagna di detenzione amministrativa indiscriminata nella nostra storia moderna, chiudendo in carcere giovani donne, feriti, anziani e minori, usando come prove contro di loro palloncini e magliette.

Che la corruzione evidente nell’apparato giudiziario si veda nelle sentenze eccessive contro studenti il cui unico crimine è stata la rabbia davanti all’assassinio dei loro compagni, messe accanto alle condanne leggere e ai proscioglimenti per gli assassini in uniforme di quegli stessi giovani.
Nonostante tutto questo, ho deciso di fare quello che ho sempre fatto e di consegnarmi alla Pubblica Accusa.

Non nego l’accusa che mi viene rivolta – sebbene non possa reclamare per me stesso l’onore di aver portato le persone per le strade a sfidare i tentativi di legittimare un ritorno allo stato di Mubarak.

E così, in modo da non lasciare ai cani rabbiosi alcuna scusa, ho ufficialmente informato l’ufficio del Procuratore per telegramma (numero 96/381 con data di oggi), e per lettera (consegnata a mano all’ufficio della Pubblica Procura e registrata col numero 17138 del 2013), così come ho informato il Procuratore Generale di Cairo Centro (telegramma numero 96/382) della mia intenzione di consegnarmi sabato 30 novembre a mezzogiorno alla Procura presso l’ufficio di Qasr el Nil.

“Perché la voce di protesta del popolo si senta – non c’è bisogno del permesso della guardia!”

Alaa Abd El Fattah
Cairo 27 novembre 2013

aggiornamento: intorno alle 22 del 28 novembre, la polizia ha fatto irruzione a casa di Alaa, ha picchiato sua moglie Manal quando lei ha chiesto di vedere un mandato, ha arrestato e portato via Alaa e sequestrato laptop e cellulari.

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