da Alaa, sullo sciopero della fame

Oggi è stata pubblicata (in arabo e poi, nella traduzione di Ahdaf Soueif per il giornale indipendente Mada Masr, in inglese) una lettera aperta dal carcere in cui Alaa Abd el Fattah spiega personalmente le ragioni per cui dal 18 agosto ha cominciato lo sciopero della fame. L’ho tradotta dalla versione inglese di Ahdaf Soueif.

“una lettera aperta”

“Alle quattro del pomeriggio di oggi ho celebrato con i miei colleghi il mio ultimo pasto in prigione.

Ho deciso – quando ho visto mio padre battersi contro la morte bloccato in un corpo che non è più soggetto alla sua volontà – ho deciso di cominciare uno sciopero della fame a oltranza, finché non raggiungerò la mia libertà. Il benessere del mio corpo non è di alcun valore mentre resta assoggettato a un potere ingiusto in una carcerazione senza fine che non è controllata né dalla legge né da alcun concetto di giustizia.

Avevo già avuto questo pensiero, ma lo avevo accantonato. Non volevo dare un altro peso alla mia famiglia – sappiamo tutti che il Ministero degli Interni non rende la vita facile a chi fa lo sciopero della fame. Ma adesso mi sono reso conto che le difficoltà della mia famiglia aumentano con ogni giorno che io passo in prigione. La mia sorella più piccola, Sanaa, e i manifestanti di Itihadeya, sono stati arrestati soltanto perché chiedevano libertà per le persone già detenute. Hanno messo in prigione mia sorella perché chiedeva la mia libertà! E così le fatiche della mia famiglia si sono frammentate fra due prigionieri, e il cuore di mio padre si è consumato fra due tribunali – mio padre, che ha rimandato un intervento chirurgico necessario più di una volta per via dello sventurato caso del Consiglio della Shura.

Mi hanno strappato a mio figlio, Khaled, mentre ancora faticava a superare il trauma della mia prima carcerazione. Poi c’è stato il comportamento brutale del Ministero degli Interni mentre mostrava il suo gesto “umanitario”: la mia visita a mio padre nell’unità di terapia intensiva. La polizia ha cercato di evacuare la corsia dell’ospedale e il corridoio dai pazienti e dai medici e dai parenti e dalle infermiere prima di consentirmi di vederlo. Hanno fissato degli orari, ci hanno informato, e poi hanno disdetto. Alla fine mi hanno preso di nascosto dalla mia cella all’alba con la stessa tenerezza dimostrata quando mi avevano arrestato.

Il generale di polizia non riusciva a decidere come impedirmi di evadere. Era completamente convinto che fosse tutto un trucco, che non ci fosse nessun malato e che stessimo cospirando per privarlo delle sue ore di riposo. Sono arrivato all’ospedale incatenato alla struttura in ferro del veicolo della polizia, e alla fine, in corsia hanno fatto entrare una telecamera e ci hanno filmato contro la nostra volontà.

Tutto questo è servito a dimostrarmi che essere paziente non avrebbe aiutato mia madre, Laila, mia sorella, Mona, o mia moglie, Manal. Che aspettare non allevia le difficoltà dei miei famigliari ma anzi li rende prigionieri come me, sottoposti agli ordini e agli umori di un’organizzazione priva di umanità e incapace di compassione.

Ho già affrontato tribunali e prigioni, e li ho accolti. Li ho ritenuti un prezzo necessario e previsto delle posizioni di dissidenza e un’opportunità di lottare per i principi e le garanzie dei giusti processi. Ogni udienza o rinnovo o processo era un’opportunità per esercitare una pressione contro la giustizia di emergenza, un’opportunità di sostenere quei giudici che ritenevamo onesti. Credevamo che fossero molti e che avessero bisogno del nostro sostegno. Ogni giorno trascorso in prigione era un’opportunità per ricordare alla società i molti ingiustamente incarcerati, un’opportunità di fare pressione sui media e sui gruppi politici perché lavorassero per mettere fine alla quotidiana erosione dei nostri diritti.

Ma quando finalmente mi sono trovato davanti al mio giudice civile, ho trovato meno giustizia che nei peggiori tribunali di emergenza. La procedura, la legge, gli standard sono stati tutti messi da parte, e anche se siamo riusciti a far emergere i dettagli di molti casi, non un solo giudice ha alzato la voce contro il fatto che i processi si svolgessero nell’accademia di polizia di Tora. Quanto ai politici, si sono accontentati di implorare misericordia per noi sulla base della nostra storia rivoluzionaria, senza menzionare una sola volta ciò che stava accadendo alla giustizia stessa.

I mei giorni in prigione non ci stanno portando neanche un po’ più vicino a uno stato che si ritenga impegnato a rispettare le proprie leggi o a tribunali impegnati a far rispettare la giustizia. La prigione non mi dà altro che odio.

Da quando è cominciato il sanguinoso conflitto fra lo stato e gli islamisti, ho dichiarato più d’una volta che era imperativo che noi a quel conflitto non prendessimo parte. Quando il potere conservatore tradizionalmente responsabile della stabilità forza un processo di polarizzazione e si impegna in un conflitto che sembra non poter finire, se non con la completa sottomissione o l’annichilimento di una parte o dell’altra, allora il ruolo di coloro il cui cuore è con la rivoluzione è quello di cercare di mettere un freno alla società per fermare il conflitto.

Ho detto ripetutamente che dobbiamo ergerci contro le violazioni e i crimini di entrambe le parti in conflitto, e prendere le parti delle vittime, di qualunque identità. Ho anche detto che dobbiamo sottrarci completamente al conflitto non sollevando alcuna richiesta, fatte salve quelle nei limiti del diritto alla vita e alla dignità del corpo e alla libertà dell’individuo, perché oggi ad essere sotto minaccia sono i fondamenti stessi della vita.

Non sono da solo a lottare per salvare i fondamenti della vita. I miei compagni sono molti, anche se le loro voci si sono affievolite nell’enorme rumore della battaglia che infuria. Ma i miei compagni più vicini nella battaglia per il diritto a vivere, la dignità del corpo e la libertà dell’individuo sono sempre stati i miei famigliari. Mona organizza i volontari per mettere fine ai processi di emergenza, mia madre è in costante contatto con le vittime di tortura e fornisce – semplicemente con la sua presenza – una certa protezione ai giovani manifestanti e un testimone difficile da screditare. Manal divide con me il lavoro per fornire agli attivisti e alle vittime le competenze e la tecnologia necessaria per organizzare campagne e documentare violazioni. Sanaa organizza il sostegno e le cure per coloro che sono detenuti ingiustamente e mio padre, in tribunale, difende sia loro che noi. Fa cadere leggi dimostrandone l’incostituzionalità, e libera coloro a cui è stato fatto un torto, con miracolosi verdetti di “innocenza”. E qualche volta, riesce a mandare in carcere un torturatore.
La mia ripetuta prigionia era un anello nella catena della lotta della mia famiglia. Insieme, siamo parte della lotta di migliaia che non si arrendono mai e di milioni che a volte si sollevano.

Oggi quella catena è spezzata. Sanaa, che un tempo si occupava di me, è in prigione e ha bisogno che qualcuno di occupi di lei. Manal lavora da sola per cercare di proteggere Khaled dalle conseguenze emotive e pratiche della mia prigionia. Mona e mia madre si prendono cura di mio padre privo di conoscenza che non può più difendermi.

Perciò vi chiedo di darmi il vostro permesso di battermi – non solo per la mia libertà, ma per il diritto della mia famiglia a vivere. Da oggi, priverò il mio corpo di cibo finché non sarò in grado di essere al fianco di mio padre nella sua lotta con il suo corpo, perché la dignità del corpo ha bisogno dell’abbraccio delle persone amate.

Vi chiedo le vostre preghiere. Vi chiedo la vostra solidarietà. Vi chiedo di continuare ciò che io non sono più in grado di fare: lottare, sognare, sperare.

18 agosto, il primo giorno di sciopero”

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