cosa metti dietro il paywall

(this article was originally posted on Alaska at Radio Popolare)

Durante l’emergenza provocata dall’uragano Sandy, il New York Times e soprattutto il blindatissimo Wall Street Journal hanno tolto provvisoriamente i loro paywall, rendendo accessibili a tutti i loro contenuti informativi che di solito sono a pagamento. E sulla rete si è scatenata una sequenza di battute (“si vede che nei giorni a pagamento l’informazione non è importante”) e la corsa ad approfittare del libero accesso per leggere tutto d’un fiato i contenuti ambitissimi del WSJ (per esempio i loro reportage dalla Siria). In generale, in rete il paywall è visto anche come un argine artificiale alla condivisione, che di fatto esclude alcuni grandi testate di qualità dal dibattito collettivo di ogni giorno in cui si confrontano e condividono i contenuti. Al dibattito su paywall sì/paywall no, in particolare sull’effettiva resa commerciale del contenuto a pagamento e sulla qualità dei contenuti online per cui si chiede di pagare, come sapete è attentissimo Steve Buttry, che citavamo qui. In questi giorni è arrivata l’anticipazione che potrebbe scegliere il paywall anche la testata online di Repubblica, e che il Washington Post (se ne parlava da mesi) potrebbe scegliere a sua volta questa strada. Arianna Ciccone, direttrice del Journalism Fest di Perugia, segnala l’intervento di John L. Robinson.

Per seguire gli sviluppi delle manifestazioni di oggi al Cairo ci vediamo su @alaskaRP.

La canzone di oggi era “Wonderwall” di Ryan Adams

Ecco la puntata di oggi:

[audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_07_12_2012.mp3]

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