“Come Laura Poitras ha aiutato Snowden a rivelare i suoi segreti” di Peter Maas

Come Laura Poitras ha aiutato Snowden a rivelare i suoi segreti

PETER MAASS
The New York Times, 13 Agosto 2013
traduzione dall’americano di Alessandra Neve

(segue dalla home)

Laura però non era tranquilla, non conosceva l’identità del suo interlocutore e temeva che potesse essere un agente governativo che tentava di estorcerle informazioni sulle persone che stava intervistando per il suo documentario, fra cui Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks. «Ho cercato di stanarlo» ricorda «gli ho scritto “o davvero hai queste informazioni e stai correndo dei grossi rischi oppure stai cercando di fregare me e le persone che conosco, altrimenti sei un pazzo”».

Le risposte che ha ottenuto sono state rassicuranti ma non definitive. Laura continuava a ignorare nome, sesso ed età di questa persona e non sapeva nemmeno per chi lavorasse (CIA? NSA? Pentagono?). All’inizio di giugno ha avuto tutte le risposte: assieme al collega Glenn Greenwald, ex avvocato ed editorialista del Guardian, è andata a Hong Kong a incontrare Edward Snowden, un ex dipendente dell’NSA che ha affidato loro migliaia di documenti segreti la cui pubblicazione sta suscitando un enorme dibattito sulle reali proporzioni e la legittimità dei programmi di sorveglianza del governo americano. Laura aveva ragione quando pensava che la sua vita non sarebbe stata più la stessa.

Glenn Greenwald vive e lavora in una casa circondata dalla vegetazione tropicale in una zona remota di Rio de Janeiro. Ci abita con il suo compagno brasiliano, dieci cani e un gatto. La casa sembra la sede abbandonata di una confraternita studentesca catapultata in mezzo alla giungla. L’orologio della cucina è indietro di ore ma nessuno se ne cura, i piatti si accumulano nel lavandino, in soggiorno ci sono un tavolo, un divano e un grosso televisore, una console Xbox, una scatola di fiche da poker e poc’altro. Il frigorifero non sempre contiene verdura fresca. Un branco di scimmie di tanto in tanto fa razzia di banane sul retro, ingaggiando rumorosissime schermaglie con i cani.

Greenwald normalmente lavora sotto il portico in maglietta, pantaloncini da surf e infradito. Nei quattro giorni che ho trascorso a casa sua era sempre in movimento: parlava al telefono in portoghese o in inglese, scendeva di corsa in città per rilasciare un’intervista, rispondeva alle e-mail di persone che gli chiedono informazioni su Snowden, twittava ai suoi 225.000 follower (intrattenendo con alcuni di loro accese discussioni) e ogni tanto si sedeva a scrivere nuovi articoli sull’NSA per il Guardian, implorando i cani di starsene buoni. In un momento di nervosismo l’ho sentito persino gridate “Zitti tutti!” ma nessuno gli ha dato retta.

Nel mezzo di questa confusione Laura Poitras, una donna di 49 anni dall’espressione intensa, lavorava concentrata e silenziosa con uno dei suoi molti computer, nella stanza degli ospiti o seduta al tavolo del soggiorno. Ogni tanto si alzava e raggiungeva Greenwald sotto il portico per parlare di un articolo che lui stava scrivendo, oppure era lui a interrompere il suo lavoro per dare un’occhiata all’ultima versione del video che lei stava preparando su Snowden. Discutevano animatamente – ed era sempre Greenwald il più rumoroso e concitato dei due – e a volte scoppiavano a ridere per una battuta o per un ricordo assurdo. La storia di Snowden – a detta loro – è una battaglia che stanno combattendo assieme contro un sistema di sorveglianza che entrambi ritengono stia mettendo a rischio i diritti civili fondamentali degli americani.

C’erano a Rio anche due reporter del Guardian che collaboravano con Greenwald, quindi un po’ del nostro tempo l’abbiamo trascorso a Copacabana, nell’albergo in cui alloggiavano i due; la vista dalle finestre dei brasiliani palestrati che giocavano a pallavolo in spiaggia dava alla situazione un tocco surreale. Laura ha firmato assieme a Greenwald alcuni degli articoli sul caso Snowden, ma nella maggior parte dei casi ha preferito restare nell’ombra, lasciando che fosse lui a scrivere e a parlare. Quindi è sempre Greenwald che, a seconda dei punti di vista, viene dipinto come un temerario paladino dei diritti degli americani o come un infingardo traditore. «Io la chiamo Keyser Söze, perché è totalmente invisibile ma onnipresente» mi ha detto Greenwald, citando il personaggio interpretato da Kevin Spacey nel film I soliti sospetti. «Laura è al centro di tutto questo, ma nessuno sa niente di lei.»

Una sera li ho accompagnati alla redazione del Globo, uno dei più importanti quotidiani brasiliani. Greenwald vi aveva appena pubblicato un articolo in cui descriveva il modo in cui l’NSA spia le telefonate e le e-mail dei brasiliani, articolo che ha suscitato grande scalpore in Brasile, come è accaduto con articoli simili pubblicati in altri paesi. Greenwald è stato accolto come una star, il caporedattore gli ha stretto la mano e gli ha proposto di tenere una rubrica fissa, mentre i giornalisti lo fotografavano col cellulare per documentare l’evento. Laura ha ripreso qualche scena, poi ha riposto la macchina da presa ed è rimasta a guardare. Le ho fatto notare che tutti gli occhi erano per Greenwald e nessuno faceva caso a lei, lei ha sorriso e mi ha detto «va bene così, è perfetto».

Sembra che Laura si voglia mimetizzare, ma lo fa più per strategia che per timidezza. Quando si tratta di maneggiare informazioni è piuttosto risoluta. Una volta, durante una conversazione, ho cercato di farle qualche domanda sulla sua vita privata: mi ha liquidato dicendo «mi sembra di essere dal dentista». La sua biografia per sommi capi è questa: è cresciuta in una famiglia benestante nei dintorni di Boston, finite le scuole superiori si è trasferita a San Francisco, lì ha lavorato come chef in ristoranti di lusso e ha studiato al San Francisco Art Institute con il regista sperimentale Ernie Gehr. Nel 1992 si è trasferita a New York, dove ha iniziato la sua carriera nel mondo del cinema, seguendo al contempo corsi di scienze politiche e sociali alla New School. Da allora ha fatto cinque film, il più recente dei quali, The Oath, che racconta le storie parallele del prigioniero di Guantanamo Salim Hamdan e di un suo cognato nello Yemen, è stato insignito di un premio Peabody e di un premio MacArthur.

L’11 settembre del 2001, quando vi fu l’attacco al World Trade Center, Laura si trovava nell’Upper West Side di Manhattan. Come molti newyorchesi, nelle settimane successive all’attacco ha partecipato al lutto collettivo così come al senso generalizzato di solidarietà. Era un momento, mi ha raccontato, nel quale «sembrava che le persone sarebbero state capaci di fare qualunque cosa, in senso positivo». Quando poi da lì si è arrivati all’invasione preventiva dell’Iraq ha avuto la sensazione che l’America fosse perduta. «Ci chiediamo spesso come sia possibile per un paese uscire di rotta» mi ha detto. «Come si può lasciare che ciò accada, come si può assistere senza reagire al graduale slittamento dei limiti?». Pur non avendo nessuna esperienza di zone di guerra nel giugno del 2004 Laura è partita per l’Iraq, per andare a documentare l’occupazione.

Poco dopo il suo arrivo a Baghdad ha ottenuto il permesso di accedere alla prigione di Abu Ghraib e di documentare la visita di alcuni membri del Baghdad City Council, a pochi mesi di distanza dalla diffusione delle foto che hanno mostrato al mondo gli abusi commessi dai soldati americani ai danni di alcuni prigionieri. Faceva parte della delegazione anche un noto medico sunnita e Laura ha potuto riprendere una scena memorabile durante il suo incontro coi prigionieri: gli gridavano a gran voce che erano stati incarcerati senza una ragione.

Il medico, il dottor Riyadh al-Adhadh, ha invitato Laura a visitare la sua clinica e in seguito le ha permesso di raccontare la sua vita a Baghdad. Il documentario My Country, My Country è incentrato sulle vicissitudini occorse alla famiglia del dottore: le continue sparatorie e i blackout nel quartiere, il rapimento di un nipote. È uscito all’inizio del 2006 e ha avuto grande successo, ottenendo persino una nomination all’Oscar come miglior documentario.

Il tentativo di raccontare gli effetti della guerra sui civili iracheni ha fatto di Laura il bersaglio di gravi accuse, a quanto pare false. Il 19 novembre del 2004 dei soldati iracheni, col supporto di truppe americane, hanno fatto irruzione in una moschea di Adhamiya, il quartiere in cui vive il dottore, uccidendo diverse persone. Il giorno dopo la gente del quartiere ha reagito con violenza. Laura in quei giorni si trovava a casa del dottore e di tanto in tanto lei e altri membri della famiglia salivano sul tetto per cercare di capire cosa stesse accadendo. Durante una di queste sortite Laura è stata vista dai soldati di un battaglione della guardia nazionale dell’Oregon. Pochi minuti dopo, un gruppo di insorti ha attaccato le truppe americane, uccidendo alcuni uomini. Qualcuno ha insinuato che Laura si trovasse su quel tetto per riprendere l’agguato, e che fosse stata avvisata in anticipo. Il comandante del battaglione, il tenente colonnello Daniel Hendrickson, in pensione, mi ha rivelato il mese scorso di aver fatto rapporto su di lei al comando di brigata.

Non ci sono prove per sostenere una simile ipotesi. Quel giorno c’erano combattimenti in tutto il quartiere, sarebbe stato impossibile per qualsiasi giornalista non trovarsi nelle vicinanze di uno scontro. I soldati che hanno mosso quell’accusa mi hanno detto di non avere prove per suffragarla e Hendrickson mi ha riferito che il comando di brigata non gli ha mai risposto. Per diversi mesi, dopo l’attacco ad Adhamiya, Laura ha continuato a vivere nella Green Zone e a lavorare con le truppe americane come giornalista embedded. Il suo film è stato proiettato spesso davanti a platee di militari e persino allo US Army War College. Un soldato che ha avuto a che fare con Laura a Baghdad, il maggiore Tom Mowle, ora in pensione, mi ha raccontato che lei riprendeva in continuazione, quindi era perfettamente ovvio che stesse riprendendo anche durante una giornata di scontri, e ha concluso dicendomi «penso che quell’accusa sia piuttosto ridicola».

Tuttavia quell’accusa, per quanto infondata, potrebbe essere la causa dei molti fermi e delle molte perquisizioni che Laura ha dovuto subire negli ultimi anni. Hendrickson e un altro soldato mi hanno detto che nel 2007, mesi dopo il suo primo fermo, degli investigatori della Task Force Unitaria Antiterrorismo del Dipartimento di Giustizia li hanno interrogati a proposito della sua attività a Baghdad in quel giorno. Laura però non è mai stata contattata da nessun investigatore. «Soldati iracheni e americani hanno attaccato una moschea durante la preghiera del venerdì uccidendo diverse persone» mi ha spiegato Laura. «Il giorno dopo, la reazione è stata violenta. Io sono una documentarista e in quanto tale stavo riprendendo delle scene nel quartiere, chi insinua che io sapessi dell’attacco dice il falso. Il governo americano dovrebbe indagare su chi ha ordinato quell’attacco, non sui giornalisti che cercano di documentare la guerra.»

A partire dal giugno del 2006 tutti i suoi biglietti per i voli nazionali sono stati contrassegnati SSSS (Secondary Security Screening Selection), che significa che l’intestatario del biglietto deve essere sottoposto a controlli più accurati del normale. Laura è stata fermata per la prima volta all’aeroporto internazionale di Newark mentre stava per imbarcarsi su un volo per Israele, dove doveva recarsi per presentare il suo film. Al ritorno poi è stata trattenuta per due ore, prima che le consentissero di rientrare in patria. Il mese successivo si è recata in Bosnia per presentare il film a un festival. Una volta ripartita da Sarajevo e atterrata a Vienna l’hanno chiamata con gli altoparlanti e invitata a presentarsi a un banco della sicurezza, da lì è stata caricata su un furgone e portata in una stanza, in un’altra zona dell’aeroporto, nella quale le hanno perquisito il bagaglio.

«Hanno preso le mie borse e le hanno controllate» mi ha raccontato. «Mi hanno chiesto perché fossi andata a Sarajevo, gli ho detto che era per presentare il mio film sulla guerra in Iraq. Poi l’addetto alla sicurezza mi ha presa in qualche modo in simpatia. Allora gli ho domandato cosa stesse succedendo, e lui mi ha risposto: “sei segnata, sei considerata una minaccia, e il tuo punteggio sfora la scala Richter: da 1 a 400 tu sei marcata 400.” Allora gli ho chiesto se il sistema di punteggi fosse europeo o americano e lui mi ha detto “no, il sistema lo ha stabilito il tuo governo, sono loro che ci hanno chiesto di fermarti.”»

Dopo l’11 settembre il governo americano ha iniziato a compilare una lista di possibili terroristi che a un certo punto si dice abbia raggiunto il milione di nomi. Esistono poi almeno due sottoliste specifiche per i voli aerei. La lista no-fly contiene i nomi di decine di migliaia di persone a cui non è permesso entrare o uscire dal paese per via aerea. Una seconda lista, più lunga della precedente, contiene i nomi delle persone che in aeroporto devono essere sottoposte a ispezioni e interrogatori supplementari. Gli attivisti per i diritti civili si sono spesso lamentati del fatto che queste liste contengono troppi nomi, sono compilate in modo arbitrario e violano i diritti dei cittadini americani che vi sono elencati.

Alla fine Laura è riuscita a imbarcarsi sul volo da Vienna a New York, ma una volta atterrata al JFK è stata accolta al gate da due agenti armati e portata in una stanza per essere interrogata. Da allora questa cosa le è capitata così tante volte che ha perso il conto, ma sono certamente più di quaranta. Sulle prime le autorità erano interessate alle carte, fotocopiavano le ricevute e in un’occasione hanno fotocopiato anche i suoi appunti. Quando Laura ha smesso di portare con sé documenti, l’attenzione si è spostata sull’equipaggiamento elettronico: le dicevano che se non avesse risposto alle loro domande le avrebbero sequestrato l’attrezzatura per cercarvi da soli le risposte. Una volta le hanno sequestrato computer e cellulari e se li sono tenuti per settimane. Le hanno anche detto che se si fosse rifiutata di rispondere alle domande sarebbe stata considerata sospetta. Dato che gli interrogatori si svolgevano nell’area dei transiti internazionali, dove il governo sostiene che non vigano i normali diritti costituzionali, non le è mai stato permesso di farsi assistere da un avvocato.

«È un abuso» mi ha raccontato Laura, «ti senti abusato. Vogliono informazioni che riguardano il lavoro che sto facendo e che sono private e riservate. Trovare delle persone armate ad aspettarti quando scendi da un aereo è un’intimidazione.»

Laura ha scritto a diversi membri del congresso e presentato delle richieste sulla base del Freedom of Information Act, ma non ha mai ottenuto nessuna spiegazione del perché sia stata inclusa in una lista di sorveglianza. «Mi fa rabbia dovermi domandare perché» mi ha detto. «Dove sta scritto che puoi prendere una persona, metterla in una lista a sua insaputa e tormentarla per sei anni? Non ho idea del perché lo abbiano fatto, è una violazione dei miei diritti» ha aggiunto, «non mi hanno detto niente, non mi hanno chiesto niente e io non ho fatto niente, è kafkiano! Non c’è nessuno che mi dica di cosa sono accusata.»

Dopo parecchi di questi episodi, Laura ha cominciato a premunirsi per proteggere i suoi dati, chiedendo a un compagno di viaggio di portare il suo computer al posto suo, lasciando gli appunti all’estero, affidandoli ad amici o chiudendoli in cassette di sicurezza. Cancellando il contenuto dei computer e dei telefoni in modo che le autorità non potessero trovare niente oppure criptando tutti i dati in modo che le autorità non potessero leggerli. Questi preparativi alla vigilia di ciascun viaggio potevano durare un giorno o più.

Non erano però solo i controlli di frontiera a preoccuparla. Pensava che, se il governo era abbastanza sospettoso da sottoporla a degli interrogatori in aeroporto, molto probabilmente aveva già messo sotto sorveglianza anche le sue e-mail, le telefonate e la navigazione sul Web. «Penso che per le mie e-mail sia stata emessa una National Security Letter» mi ha detto, riferendosi a uno degli strumenti di sorveglianza segreti del Dipartimento di Giustizia. Una National Security Letter obbliga chi la riceve – solitamente ISP e compagnie telefoniche – a fornire al governo i dati dei propri clienti senza notificarlo né a loro né ad altri. Laura sospettava (ma non aveva modo di verificarlo perché il suo ISP e la compagnia telefonica non potevano confermarglielo) che l’FBI avesse emesso delle National Security Letter per le sue comunicazioni elettroniche.

Quando nel 2011 ha iniziato a lavorare al film sulla sorveglianza, ha alzato ulteriormente il livello di protezione dei suoi dati. Ha ridotto di molto l’uso del telefono cellulare, che non solo rivela con chi stai parlando e quando, ma anche il luogo in cui ti trovi in qualunque momento. Ha cercato di evitare il più possibile di inviare documenti compromettenti per e-mail o di discutere di certi argomenti al telefono e ha cominciato a usare dei software per la navigazione in incognito. Quando nel 2013 è stata contattata da Snowden, ha innalzato ancora di un grado il livello di precauzione. Oltre a criptare le e-mail più delicate, ha iniziato a usare computer diversi per montare i suoi film, per comunicare e per leggere documenti riservati; il computer su cui legge documenti riservati non è mai stato collegato in rete.

Queste precauzioni possono sembrare paranoiche – lei stessa le definisce abbastanza estreme – ma le persone che ha intervistato per realizzare il suo film sono state sottoposte al genere di sorveglianza di cui lei ha paura. William Binney, un ex dirigente dell’NSA che ha accusato pubblicamente l’agenzia di pratiche illegali di sorveglianza, si trovava in casa una mattina del 2007 quando gli agenti dell’FBI hanno fatto irruzione puntando le armi contro di lui, la moglie e il figlio. Binney, nel momento in cui gli agenti sono entrati in bagno e gli hanno puntato una pistola alla testa, era nudo sotto la doccia. Computer, hard disk e documenti personali sono stati confiscati e non gli sono mai stati restituiti. Binney non è accusato di nessun crimine.
Laura ha documentato anche la vicenda di Jacob Appelbaum, un attivista per la privacy e volontario di WikiLeaks. Il governo ha mandato un ordine segreto a Twitter per ottenere l’accesso ai dati del suo account ma Twitter si è opposta all’ordine, rendendolo pubblico. L’azienda è stata comunque costretta a consegnare i dati richiesti, ma almeno ha potuto avvisare il suo cliente. Anche Google e un piccolo ISP usato da Appelbaum hanno ricevuto ordini segreti e hanno cercato di avvisare il loro cliente. Come Binney, anche Appelbaum non è accusato di nessun crimine.

Laura ha sopportato per anni le ispezioni negli aeroporti lamentandosi poco, nel timore che le sue proteste potessero generare maggiori sospetti e ostilità da parte del governo, ma l’anno scorso è arrivata al punto di rottura. Durante un interrogatorio all’aeroporto di Newark, di ritorno dalla Gran Bretagna, le hanno proibito di prendere appunti. Su suggerimento dei suoi legali, Laura prende abitualmente nota dei nomi degli agenti di frontiera, delle domande che le fanno e del materiale che viene copiato o sequestrato. Quella volta a Newark però un agente ha minacciato di ammanettarla se avesse continuato a prendere appunti. Le ha vietato di scrivere col pretesto che avrebbe potuto usare la penna come un’arma. «Gli ho chiesto di avere delle matite » ricorda «e mi ha detto di no.»

L’hanno portata in un’altra stanza, dove tre agenti l’hanno sottoposta a interrogatorio. Uno stava dietro di lei, uno le faceva le domande e un terzo fungeva da supervisore. «Sono andati avanti per circa un’ora e mezza» ricorda. «Io prendevo nota delle loro domande, o almeno ci provavo, e loro mi urlavano contro. Gli ho chiesto di mostrarmi la legge che mi impediva di prendere appunti, stavamo praticamente solo discutendo di ciò che loro cercavano di impedirmi di fare, mi hanno risposto “qui le domande le facciamo noi”, è stato uno scontro pesante.»
Laura ha incontrato Glenn Greenwald nel 2010, le interessava il suo lavoro su WikiLeaks. Nel 2011 è andata a Rio a fare delle riprese per il suo documentario. Lui era al corrente delle perquisizioni e le aveva chiesto diverse volte il permesso di scriverne. Dopo l’episodio di Newark lei ha acconsentito.

«Mi disse “ne ho abbastanza”» racconta Greenwald. «La possibilità di prendere appunti e documentare i fatti le dava il senso di poter fare qualcosa, di poter esercitare un qualche controllo sulla situazione. Penso che abbia avuto la sensazione che le stessero togliendo anche l’ultimo brandello di sicurezza, senza nessuna spiegazione, per un arbitrario esercizio di potere.»

All’epoca Greenwald scriveva per Salon. il suo articolo U.S. Filmmaker Repeatedly Detained at Border è uscito nell’aprile del 2012. Poco dopo la pubblicazione i fermi sono cessati e Laura ha sperato che potesse davvero essere la fine di quei sei anni di sorveglianza e di vessazioni.

Laura è stata in qualche modo un ripiego per Snowden: la prima persona a cui lui aveva pensato di affidare le migliaia di documenti dell’NSA era un’altra. Un mese prima di contattare lei, aveva approcciato Glenn Greenwald, che aveva scritto molti articoli decisamente critici sulle guerre in Iraq e in Afghanistan e sulla progressiva erosione dei diritti civili degli americani dopo l’11 settembre. Snowden gli aveva mandato un’e-mail anonima dicendogli di avere dei documenti da condividere e gli aveva fatto avere un manuale che spiegava come mettere in piedi una comunicazione criptata, ma Greenwald non aveva risposto. Allora Snowden aveva provato a mandargli un link a un video sulla crittografia, ma senza successo.

«Il software per la crittografia è veramente complicato» mi ha detto Greenwald un giorno, mentre sedevamo sotto il portico al riparo dalla pioggerella tropicale. «Era insistente, ma a un certo punto dev’essersi scoraggiato, e ha provato con Laura.»

Snowden aveva letto l’articolo di Greenwald sui problemi incontrati da Laura negli aeroporti americani e sapeva che lei stava lavorando a un film sui programmi di sorveglianza del governo, aveva visto anche un suo cortometraggio sull’NSA pubblicato nella sezione Op-Docs del sito del New York Times; per questo aveva pensato che potesse capire l’importanza dei programmi di cui voleva parlarle e che avrebbe saputo come attrezzarsi per comunicare in sicurezza.

A inverno inoltrato Laura decise che dello sconosciuto con cui colloquiava da un po’ ci si poteva fidare. Non la provocava come si sarebbe aspettata che facesse un agente del governo, non le chiedeva informazioni sulle persone con cui era in contatto, non le domandava su cosa stesse lavorando. Snowden le aveva detto con un certo anticipo che avrebbe voluto che lei lavorasse con qualcun altro, e le chiese di contattare Greenwald. Lei non sapeva che Snowden aveva già provato a contattarlo e Greenwald non si rese conto finché non lo incontrò a Hong Kong che Snowden era la persona che aveva cercato di mettersi in contatto con lui più di sei mesi prima.

Durante i primi incontri ci furono sorprese per tutti – compreso Snowden, che ha risposto ad alcune domande che gli ho fatto pervenire tramite Laura. Ho chiesto a Snowden quando avesse capito di potersi fidare di lei, e lui mi ha risposto «a un certo punto nel processo di verifica mi sono reso conto che Laura era più diffidente nei miei confronti di quanto non fossi io nei suoi, e io so di essere piuttosto paranoico.» Quando gli ho chiesto cosa pensava del fatto che Greenwald non avesse risposto ai suoi primi approcci, mi ha risposto «i giornalisti sono sempre molto impegnati e sapevo che non sarebbe stato facile farmi prendere sul serio, soprattutto perché inizialmente potevo condividere solo pochissime informazioni. Tuttavia, considerato che siamo nel 2013 e che lui come giornalista tratta spesso il tema dell’eccessiva concentrazione di potere nelle mani dello stato, sono stupito di constatare che ci siano ancora persone nell’ambiente dei media che non si rendono conto che qualsiasi messaggio non criptato affidato a Internet è automaticamente dato in pasto a tutti i servizi segreti del mondo.»

In aprile Laura mandò un’e-mail a Greenwald esprimendo il desiderio di parlargli di persona. Greenwald per combinazione si trovava negli Stati Uniti per partecipare a una conferenza e così si incontrarono nella hall del suo albergo, in un sobborgo di New York. «Lei era molto circospetta» ricorda Greenwald. «Ha insistito perché non portassi il cellulare, perché dice che il governo è in grado di ascoltare i telefoni cellulari anche quando sono spenti. Aveva stampato le e-mail per me e ricordo che dopo averle lette ho istintivamente pensato che doveva essere tutto vero. La passione e la cura che Snowden – che all’epoca ancora non sapevamo essere Snowden – metteva in quello che diceva erano palpabili.

Greenwald installò sul suo computer dei software per la crittografia e iniziò a comunicare con lo sconosciuto. Il loro lavoro era organizzato come un’operazione di intelligence, coordinata da Laura. «La sicurezza operativa era tutta nelle sue mani», ricorda Greenwald. «Che computer dovevo usare, come dovevo comunicare, come dovevo salvare le informazioni, come dovevo conservarne copia, presso chi, in quali luoghi. Lei ha le competenze necessarie per gestire una storia come questa garantendone la sicurezza tecnica e operativa. Niente di tutto questo avrebbe avuto l’efficacia e l’impatto che ha avuto se Laura non avesse lavorato con me in ogni momento e non avesse coordinato la maggior parte del lavoro.»
Snowden iniziò a fornire documenti a tutti e due. Laura non ha voluto dirmi quando ha iniziato a mandarle documenti, non vuole fornire al governo informazioni che potrebbero essere usate contro di lei o contro Snowden in un processo. Snowden le disse anche che presto sarebbe stato pronto a incontrarli. Quando Laura gli chiese se avrebbe dovuto guidare o prendere un treno per incontrarlo, lui le rispose che avrebbe dovuto prepararsi a salire su un aereo.

A maggio mandò a entrambi dei messaggi crittografati per chiedere loro di recarsi ad Hong Kong. Greenwald volò da Rio a New York e Laura lo raggiunse, andarono a incontrare il direttore dell’edizione americana del Guardian. C’era in gioco la reputazione del giornale, quindi il direttore chiese che si facessero accompagnare da un reporter anziano del Guardian, Ewen MacAskill, e il 1° giugno tutti e tre si imbarcarono su un volo diretto a Hong Kong.

Snowden aveva mandato pochi documenti a Greenwald, solo una ventina, ma Laura aveva ricevuto molto più materiale, e non aveva ancora avuto il tempo di esaminarlo con attenzione. Sull’aereo Greenwald cominciò a passare in rassegna i documenti e si imbatté in un’ordinanza segreta che intimava a Verizon di fornire all’NSA i dati telefonici dei propri clienti. L’ordinanza, di quattro pagine, veniva dal Tribunale di Sorveglianza dell’Intelligence Straniera (FISC), un’autorità le cui decisioni sono segretissime. Correva voce da tempo che l’NSA stesse raccogliendo grandi quantità di dati telefonici dei cittadini americani, ma il governo l’aveva sempre negato.

Laura, che sedeva 20 file più indietro rispetto a Greenwald, ogni tanto andava da lui per parlare dei documenti che stava leggendo. Quando l’uomo seduto accanto a lui si addormentò, Glenn indicò l’ordine FISA visualizzato sul suo schermo e le chiese: «L’hai visto questo? C’è scritto quello che penso?»

Di tanto in tanto la loro conversazione si faceva tanto animata da disturbare i passeggeri che cercavano di dormire. «Non riuscivamo a credere alla situazione in cui ci trovavamo» ricorda Greenwald, «leggendo quei documenti ti rendevi conto delle enormità che contenevano. Era una scarica di adrenalina, estasi ed euforia. Per la prima volta sentivamo di avere potere. Da parecchio tempo cercavamo di intaccare, scalzare e portare alla luce questo sistema mastodontico, ma non riuscivamo a fare progressi perché ci mancavano gli strumenti, e tutt’a un tratto gli strumenti che ci servivano erano lì, nelle nostre mani.»

Stando alle istruzioni di Snowden, una volta arrivati ad Hong Kong avrebbero dovuto recarsi a Kowloon e attendere davanti a un ristorante situato in un centro commerciale collegato all’hotel Mira finché non avessero visto passare un uomo con in mano un cubo di Rubik: a lui avrebbero dovuto chiedere l’orario di apertura del ristorante. L’uomo avrebbe risposto alla domanda, aggiungendo che però in quel posto non si mangiava bene. L’uomo che arrivò col cubo di Rubik in mano era Edward Snowden in persona, che all’epoca aveva ventinove anni ma ne dimostrava di meno.

«Ci rimanemmo male vedendo quanto era giovane» racconta Laura, che sembra ancora sorpresa dalla cosa. «Io non pensavo, credevo di avere a che fare con un funzionario di alto livello, quindi qualcuno di più vecchio. Avevo capito, rapportandomi con lui, che aveva una grande dimestichezza con i computer, quindi l’avevo fatto un po’ più giovane, ma pensavo comunque a qualcuno sulla quarantina, qualcuno che fosse cresciuto con i computer ma che avesse poi raggiunto un ruolo di responsabilità.»

Anche Snowden ha ricordato questo momento nella sua chat crittografata: «loro penso fossero delusi dal fatto che ero più giovane di quel che credevano, io ero infastidito perché erano arrivati troppo presto, e questo ha complicato un po’ le verifiche preliminari. Una volta al riparo nella mia stanza, però, penso che l’attenzione spasmodica di ognuno di noi alla prudenza e alla buona fede ci abbia reciprocamente rassicurati».

Nella stanza d’albergo di Snowden, Laura assunse subito il suo ruolo di documentarista, estraendo la macchina da presa. «C’era un po’ di tensione, di disagio, in quei primi minuti» racconta Greenwald. «Ci siamo seduti e appena abbiamo iniziato a parlare lei ha cominciato a preparare la videocamera. Nel momento in cui l’ha accesa, ricordo che io e lui ci siamo completamente irrigiditi.»

Greenwald si mise subito a fare domande. «Volevo verificare la coerenza delle sue dichiarazioni e volevo tutte le informazioni che potevo ottenere, considerato l’impatto che quella vicenda avrebbe avuto sulla mia credibilità e su tutto il resto. Solo dopo cinque o sei ore siamo riusciti a legare un po’.»

Per Laura, la macchina da presa altera sicuramente le dinamiche umane, ma non in modo negativo. Accettare di farsi riprendere – anche senza acconsentire esplicitamente ma semplicemente non sottraendosi quando la telecamera si accende – è un gesto di fiducia implicito che alza il livello emotivo della situazione. Quello che a Greenwald sembrava innaturale per Laura voleva dire stabilire un legame, accettare di condividere un rischio enorme. «Quando qualcuno si fida di te in quel modo, l’emozione è palpabile» mi ha confidato.

Snowden sulle prime fu colto di sorpresa, poi si abituò. «Solitamente una spia evita in tutti i modi di venire in contatto con dei giornalisti o con i media in generale, e io ero sostanzialmente una fonte vergine, quindi tutto era nuovo e sorprendente. Tutti e tre però sapevamo cosa c’era in gioco. L’importanza della situazione ha fatto in modo che fosse facile far prevalere l’interesse pubblico sugli interessi di ciascuno di noi. Tutti e tre ci rendemmo conto che, una volta accesa quella telecamera, non saremmo più potuti tornare indietro.»

Per tutta la settimana successiva la preparazione dei loro incontri seguì sempre lo stesso schema: quando entravano nella stanza di Snowden toglievano le batterie dai cellulari e le mettevano nel congelatore del minibar, addossavano dei cuscini alla porta per evitare che qualcuno da fuori potesse origliare, quindi Laura accendeva la telecamera e iniziava a riprendere. Per Snowden era importante che loro capissero bene come funzionavano i meccanismi dell’intelligence governativa, perché sapeva che avrebbe potuto essere arrestato in ogni momento.

I primi articoli di Greenwald – compreso il primo, quello sull’ordinanza di Verizon che aveva letto mentre era in volo verso Hong Kong – uscirono mentre le interviste con Snowden erano ancora in corso. Era un’esperienza strana, creare assieme le notizie e vederle diffondersi. «Potevamo vedere l’effetto che producevano» ricorda Laura. «Eravamo stupiti dall’attenzione che stavano suscitando. Eravamo molto concentrati su quello che stavamo facendo, ma vedevamo dalla tv che la notizia montava sempre di più. Eravamo al centro del cerchio, e vedevamo e sentivamo riverberare attorno a noi in tempo reale tutte le ripercussioni delle nostre azioni.»

Prima che arrivassero ad Hong Kong, Snowden aveva già manifestato l’intenzione di apparire in pubblico. «Voleva assumersi la responsabilità di quello che stava facendo» racconta Laura «non voleva che altre persone fossero prese di mira ingiustamente, perché tanto prima o poi lo avrebbero comunque identificato.» Laura ha preparato un primo video di 12 minuti e mezzo che è stato diffuso il 9 giugno, pochi giorni dopo la pubblicazione dei primi articoli di Greenwald. Da quel momento attorno a loro si è scatenato il circo mediatico: tutti i reporter presenti a Hong Kong cercavano di stanarli.

Ci sono un sacco di argomenti che Laura non ha voluto discutere con me in via ufficiale e altri di cui non ha voluto discutere e basta, alcuni per ragioni legali e di sicurezza, altri perché vuole essere la prima a raccontare certi momenti della storia, quando il suo documentario sarà pronto. Della separazione da Snowden dopo la pubblicazione del filmato l’unica cosa che mi ha detto è stata «sapevamo che, una volta reso pubblico il video, quella fase di lavoro sarebbe finita».

Snowden ha lasciato l’albergo e si è dato alla macchia, i reporter hanno individuato Laura – lei e Greenwald alloggiavano in due alberghi diversi – e nella sua stanza hanno iniziato ad arrivare delle telefonate. A un certo punto qualcuno ha bussato alla porta chiamandola per nome. Lei ormai sapeva che i reporter avevano trovato anche Greenwald, quindi ha chiamato la sicurezza dell’albergo e si è fatta scortare a un’uscita secondaria.

Ha provato a restare a Hong Kong ancora qualche giorno, perché pensava che Snowden avrebbe potuto volerla incontrare di nuovo e perché voleva documentare la reazione dei cinesi alle loro rivelazioni, ma ormai era diventata anche lei una figura di pubblico dominio, non era più solo un reporter dietro una macchina da presa. Il 15 giugno, mentre riprendeva una manifestazione pro-Snowden davanti al consolato americano, un reporter della CNN l’ha riconosciuta e ha iniziato a farle delle domande. Laura si è allontanata rifiutandosi di rispondere. Ha lasciato Hong Kong quella sera stessa.

È andata a Berlino, dove l’autunno scorso ha preso in affitto un appartamento in cui poter montare il suo documentario senza il timore che l’FBI potesse presentarsi con un mandato di perquisizione e portarle via gli hard disk. «C’è una separazione netta fra i luoghi in cui sento di avere ancora un po’ di privacy» mi ha spiegato «e i luoghi in cui questo non è più possibile, e i primi sono sempre di meno.» Quindi ha aggiunto «non smetterò di fare quello che faccio, ma ho dovuto lasciare il mio paese, sentivo letteralmente di non essere più in grado di proteggere il mio materiale, e questo già prima di entrare in contatto con Snowden. Se prometti a una fonte di proteggerla ma sai che il governo ti controlla e potrebbe sequestrare i tuoi computer, non sei più fisicamente in grado di garantire protezione.»

Due settimane dopo è andata a Rio, dove ho incontrato lei e Greenwald. Ci siamo visti prima a Copacabana, nell’albergo in cui stavano lavorando assieme a MacAskill e a un altro reporter del Guardian, James Ball. Laura stava montando un nuovo video su Snowden che sarebbe stato pubblicato di lì a pochi giorni sul sito del Guardian. Greenwald, con l’aiuto di diversi colleghi del Guardian stava preparando un nuovo articolo sensazionale, questa volta sulla collaborazione stretta fra Microsoft e l’NSA. La stanza era affollata, non c’erano abbastanza sedie per tutti e qualcuno finiva sempre per doversi sedere per terra o su un letto. C’era un continuo viavai di chiavette USB, ma nessuno mi diceva cosa contenevano. Laura e Greenwald erano preoccupati per Snowden. Non avevano più avuto contatti con lui da quando si erano separati a Hong Kong. Lui in quel momento era bloccato in un limbo diplomatico all’interno dell’area transiti dell’aeroporto Sheremetyevo di Mosca, l’uomo più ricercato del pianeta, ricercato dagli Stati Uniti per spionaggio. (Qualche giorno dopo avrebbe ottenuto asilo temporaneo in Russia.) Le immagini su cui Laura stava lavorando, del materiale girato a Hong Kong, sarebbero state le prime immagini di Snowden rese pubbliche da un mese a quella parte.

«È isolato, e non sappiamo se riusciremo mai più a parlare con lui» ha detto Laura.
«Sta bene?» ha chiesto MacAskill.
«Il suo avvocato dice di sì» ha risposto Greenwald.
«Ma non è in contatto diretto con lui» ha aggiunto Laura.
Quando quella sera Greenwald è tornato a casa, Snowden si è messo in comunicazione con lui. Due giorni dopo ha parlato anche con Laura, che stava lavorando a casa di Greenwald.

Era quasi buio e dalla giungla che circonda la casa provenivano versi di ogni genere. Quando sono entrato dal cancello, ai versi si è aggiunto l’abbaiare di cinque o sei cani. Dalla finestra ho visto Laura seduta in soggiorno, intenta a lavorare su uno dei suoi computer. Ho aperto la zanzariera, sono entrato e lei ha sollevato lo sguardo solo per un secondo, poi si è rimessa a lavorare, totalmente indifferente al frastuono che la circondava. Dopo una decina di minuti ha chiuso il portatile e ha bofonchiato due parole di scuse dicendo solo che aveva dovuto occuparsi di una cosa.

Non ha mostrato segni di emozione e non ha detto che aveva appena terminato una chat crittografata con Snowden. Quella sera non ho insistito ma qualche giorno dopo, quando io ero ormai rientrato a New York e lei a Berlino, le ho chiesto se fosse vero che stava parlando con lui. Lei ha confermato, ma mi ha detto che lì per lì non aveva voluto parlarne perché più parla degli scambi che ha con Snowden più sente di allontanarsene emotivamente.

«È un’esperienza fortemente emotiva» racconta, «sono stata contattata da uno sconosciuto che mi ha detto che intendeva rischiare la vita per rendere pubbliche delle informazioni di cui i cittadini dovrebbero essere a conoscenza. Stava mettendo in gioco tutta la sua vita, e ha voluto affidare quel carico a me. Voglio mantenere una relazione emotiva con questa esperienza.» Laura dice che gli elementi guida del suo lavoro sono da una parte i materiali e dall’altra il legame che ha con lui. «Sono simpatetica con la sua visione degli orrori del mondo e di ciò che potrebbe accadere in futuro e voglio comunicarla con la massima risonanza possibile. Se dovessi rilasciare un sacco di interviste, so che mi allontanerebbero da ciò con cui voglio restare in contatto. Non è solo uno scoop, è la vita di una persona.»

Poitras e Greenwald sono due esempi brillanti di cosa significa essere un giornalista freelance nel 2013. Non sono organici a una redazione e controllano personalmente cosa viene pubblicato e quando. Al momento di pubblicare il primo articolo su Verizon, quando il Guardian non sembrava reagire con la prontezza che loro si sarebbero aspettati, Greenwald ha preso in considerazione l’ipotesi di dare il pezzo a un’altra testata e ne ha mandata una bozza criptata a un collega di un altro giornale. Aveva considerato anche l’ipotesi di mettere in piedi un sito per pubblicare tutti i documenti, l’idea era di chiamarlo NSADisclosures. Alla fine il Guardian si è mosso, ma Poitras e Greenwald hanno comunque creato un network attraverso il quale pubblicare i loro articoli in Germania, in Brasile e in futuro magari altrove. Non hanno condiviso con nessuno la totalità dei documenti di cui sono in possesso.

«Abbiamo stretto accordi con diverse testate, ma la nostra responsabilità primaria è verso i rischi che la nostra fonte ha corso e verso la rilevanza pubblica delle informazioni che ci ha fornito» dice Laura. «La scelta della testata va comunque in secondo piano.»

Diversamente da molti giornalisti che lavorano per grosse testate, non devono sforzarsi di mantenere una facciata di imparzialità politica. Greenwald non ha mai fatto mistero delle sue opinioni; recentemente, a una persona che lo criticava su Twitter, ha risposto così: «sei un idiota integrale, te ne rendi conto, vero?». Il suo orientamento a sinistra, associato ai suoi atteggiamenti drastici, l’ha reso impopolare presso molti esponenti dell’establishment politico. Il suo lavoro con Laura è visto da taluni come propaganda che danneggia la sicurezza nazionale. La senatrice Dianne Feinstein, presidente della Commissione intelligence del senato, poco dopo la pubblicazione del primo articolo su Snowden, ha detto: «io leggo attentamente i rapporti investigativi, so che c’è gente che ci vuole colpire e questa è la ragione per cui l’FBI ha 10.000 persone impegnate sul fronte dell’antiterrorismo… per stanarli prima che sia troppo tardi. Questo significa proteggere l’America».

Laura, pur non essendo combattiva come Greenwald, non crede che il loro lavoro possa essere considerato di parte. «Sì, ho le mie opinioni» mi ha confessato. «Lo stato di sorveglianza è fuori controllo? Io penso di sì. Mi fa paura, tutti dovrebbero averne paura. Un governo segreto è cresciuto nell’ombra, sempre di più, in nome della sicurezza e senza supervisione alcuna, senza quel dibattito a livello nazionale che dovrebbe esserci, in democrazia. Non è propaganda, abbiamo documenti che dimostrano quello che diciamo.»

Laura possiede delle competenze – non comuni fra i giornalisti – particolarmente importanti in un’epoca in cui lo spionaggio da parte dello stato è pervasivo: sa, come ogni esperto di sicurezza informatica, come proteggersi dalla sorveglianza. Come dice Snowden, «alla luce delle recenti rivelazioni dovrebbe essere chiaro a tutti i giornalisti che comunicare con le proprie fonti senza usare la crittografia è un gesto irresponsabile». Questa nuova generazione di fonti, persone come Snowden o Manning, riesce ad accedere a migliaia di documenti segreti perché è in grado di penetrare reti riservate. Non è necessario che vivano e lavorino nell’area di Washington – Snowden lavorava alle Hawaii e Manning ha mandato centinaia di migliaia di documenti a WikiLeaks da una base in Iraq. E non affidano i loro segreti alle testate più importanti o ai giornalisti più noti, scelgono qualcuno che condivida la loro visione politica e che abbia le competenze necessarie per gestire una fuga di notizie senza farsi scoprire.

Durante la nostra chiacchierata criptata, Snowden mi ha spiegato perché si è rivolto a Laura. «Laura e Glenn sono fra i pochi giornalisti che in questi anni hanno parlato senza timore di argomenti delicati, anche di fronte a critiche personali pesanti, che nel caso di Laura l’hanno portata ad essere vittima degli stessi programmi di cui ora sta rivelando l’esistenza. Ha dimostrato di avere il coraggio, l’esperienza e le competenze necessari a gestire quello che è probabilmente il compito più pericoloso che oggi si possa affidare a un giornalista: parlare delle malefatte del governo più potente del mondo; quindi la scelta è stata quasi ovvia.»

Le rivelazioni di Snowden sono naturalmente diventate il punto centrale del documentario di Laura sulla sorveglianza, ma lei ora si trova in una strana situazione, perché non può fare a meno di essere un personaggio della sua storia. Non è mai apparsa nei film precedenti e dice di non volerlo fare nemmeno ora, ma si rende conto di doversi rappresentare in qualche modo e ancora non sa come fare.

Sta anche cercando di valutare la propria vulnerabilità da un punto di vista legale. Lei e Greenwald non sono accusati di niente, almeno per ora. Non vogliono restare per sempre fuori dagli Stati Uniti ma non hanno nemmeno intenzione di tornare presto. Un membro del congresso è arrivato a paragonare la loro attività a un tradimento e loro sanno bene che l’amministrazione Obama ha adottato un approccio punitivo senza precedenti nei confronti non solo degli informatori, ma anche dei giornalisti che li usano come fonti. Mentre ero con loro, hanno discusso della possibilità di tornare. Greenwald dice che al governo non conviene arrestarlo, il suo arresto porterebbe solo cattiva pubblicità e non servirebbe a fermare il flusso delle informazioni.

Ne ha parlato un giorno mentre eravamo in taxi, di ritorno verso casa sua. Faceva buio, eravamo al termine di una lunga giornata. Greenwald ha chiesto a Laura: «da quando questa storia è iniziata, hai più avuto una giornata senza NSA?»
«Che cos’è?» ha risposto lei.
«Penso di averne bisogno» ha aggiunto poi Greenwald. «Il che non vuol dire che ce ne prenderemo una.»
Laura ha parlato di rimettersi a fare yoga, lui di rimettersi a giocare a tennis regolarmente. «Posso invecchiare occupandomi di questa vicenda, ma ingrassare no.»

Di lì sono passati a considerare l’idea di tornare negli Stati Uniti. Greenwald ha detto in tono semiserio che se fosse stato arrestato avrebbe affidato a WikiLeaks la pubblicazione del resto del materiale sull’NSA. «Gli direi “vi presento il mio amico Julian Assange, che d’ora in poi prenderà il mio posto. Vedetevela con lui”.»
Laura l’ha incalzato: «allora vuoi tornare negli Stati Uniti?»
Lui ha riso e ha constatato che purtroppo il governo non fa sempre le scelte migliori. «Se lo facessero, tornerei.»

Laura ha sorriso, anche se per lei l’argomento è delicato. Lei non è espansiva e allegra come Greenwald e questo rende la coppia ancora più strana. Si preoccupa della loro incolumità fisica. E naturalmente anche della sorveglianza. «Il problema è la geolocalizzazione» dice. «Voglio restare il più possibile fuori dai radar. Non gli renderò le cose semplici. Se mi vogliono seguire devono impegnarsi, io non mi collego alla rete GPS. Mantenere riservata la mia posizione oggi mi interessa molto più di prima.»

Molte persone sono arrabbiate con loro, così come diversi governi e ci sono svariate entità private a cui non dispiacerebbe mettere le mani sulle migliaia di documenti dell’NSA che ancora custodiscono. Hanno pubblicato solo una manciata di pagine, una selezione di documenti riservati fatta apposta per ottenere titoloni sui giornali e far partire indagini del Congresso. E non sembrano avere l’intenzione di pubblicare tutto, come fanno a WikiLeaks. Al momento i documenti ancora inediti sono ben di più di quelli pubblicati.

«Abbiamo aperto una finestra che si affaccia su un mondo segreto e stiamo cercando di capirlo» mi ha detto Laura durante una delle nostre ultime conversazioni. «Non vogliamo che resti segreto, vogliamo mettere assieme tutti i pezzi del puzzle, ed è una cosa che richiederà parecchio tempo. Intendiamo divulgare ogni informazione che sia di pubblico interesse, ma dobbiamo provare a capire com’è fatto questo mondo, se vogliamo riuscire a farlo capire a tutti.»

Il paradosso più vistoso di questa vicenda risiede nel fatto che i loro sforzi per comprendere e rivelare i metodi di sorveglianza del governo potrebbero averli condannati ad essere sorvegliati a vita. «Le nostre vite non saranno più le stesse» ha detto Laura. «Non so se sarò ancora capace di vivere in un posto sentendomi padrona della mia privacy. Questa possibilità potrebbe essere svanita per sempre.»

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