chiusi in casa (bianca)

(this article was originally posted on Alaska at Radio Popolare)

(foto di Pete Souza)

Mitt Romney si avvicina, ma la campagna Obama non sembra temere molto i colpi dei repubblicani, soprattutto da quando sono stati divulgati i nuovi dati sull’occupazione (un altro +8,3%). Insieme a tutti gli altri indici di crescita economica di fine 2011, i dati invitano all’ottimismo e sembrano almeno temperare gli effetti disastrosi che la crisi ha avuto su Obama (anche se la lettura dei dati non è univoca, come racconta sul Daily Beast Zachary Karabell). Intanto si aprono le iniziative di vera e propria campagna elettorale di Obama2012, che a differenza della campagna poetica di quattro anni fa saranno inevitabilmente concentrate sulla difesa dell’operato della Casa Bianca, sull promemoria delle promesse mantenute (Iraq, Afghanistan, riforma sanitaria, uccisione di Bin Laden, abolizione del Don’t ask don’t tell sull’orientamento sessuale dei soldati) e delle emergenze affrontate (crisi di Detroit, crisi finanziaria, recessione), sulla rimozione dalla memoria di quelli promessi e non mantenuti (es: la chiusura di Guantanamo), sulla risposta alle questioni più pressanti per gli americani in questo momento – tutte interne, tutte domestiche. Il 2011 è stato un anno talmente denso di eventi internazionali e di colpi di scena nella crisi americana, che la riforma sanitaria, per esempio, sembra già un lontano ricordo. Non a caso, David Axelrod, nel 2008 grande senior advisor della campagna Obama, sul suo account Twitter continua a pubblicare materiali da leggere per ricordarla. E mentre in questi giorni il New York Police Department picchia i manifestanti di Occupy Wall Street senza motivo, proseguono le iniziative per rimettere Obama alla portata degli elettori, come le Dinner With Barack. Le piccole formule ricorrenti dell’oratoria del presidente diventano anche oggetto di qualche bonaria presa in giro, come nel caso del sito Obamalovesyouback. La campagna Obama 2012 ha fatto uscire in rete quattro giorni fa una specie di documentario sul lavoro della Casa Bianca, con voce narrante dell’attore Tom Hanks. “The road we’ve traveled” (la strada che abbiamo percorso) è “una specie” di documentario – potremmo dire un “para-documentario” – perché naturalmente si tratta di uno spot elettorale di 16′ travestito da documentario, girato dall’amministrazione stessa con il contributo di alcune delle figure-chiave dei primi 4 anni di Obama, come Rahm Emmanuel (oggi controverso sindaco di Chiacago), Bill Clinton, i principali consiglieri. La scelta è nondimeno interessante: il mezzo di distribuzione (YouTube e la viralità spontanea), la lingua del documentario (la forma di video in assoluto più frequentata degli ultimi 24 mesi, con la sua carica di autorevolezza implicita), il costo contenuto (in un momento in cui tanti americani non sanno come arrivare alla fine del mese), il tono austero, l’accento su Obama come commander in chief (l’uomo forte che riesce a tenere sotto controllo tutti gli aspetti dell’amministrazione), la decisione di non evitare né le questioni che Occupy Wall Street ha imposto alla conversazione nazionale (es la disuguaglianza sociale, che OWS ha un po’ strappato dalle mani dell’Obama di 4 anni fa), né il forte gap percepito fra l’innamoramento collettivo di 4 anni fa e la dura prosa dell’oggi. Mentre la maggior parte dei punti toccati dal documentario sono noti e sempre al limite della retorica (es: la crisi psicologica nella War Room durante l’operazione per uccidere Bin Laden), ce n’è uno che emerge con forza straordinaria, quello del salvataggio dell’industria automobilistica di Detroit – un’industria tradizionale, a rischio di obsolescenza, ma anche una delle roccaforti del movimento dei lavoratori americani. Più trascorrono i mandati presidenziali americani in un mondo sempre più piccolo, però, più salta all’occhio l’insularità un po’ improbabile delle campagne elettorali Usa. Nel documentario la politica estera si sfiora solo come questione di soldati americani da riportare a casa da vecchi conflitti, uccisione del malvagio terrorista (Bin Laden) e sfilata di cartoline di visite di stato. Non una parola, invece, sui budget militari o anche sulle grandi operazioni diplomatiche del Dipartimento di Stato compiute nel solo 2011, né sul generale richiamo dell’Obama del 2008 a una cultura meticcia globale.  Nemmeno il presidente più globale e virale del pianeta, insomma, può sfuggire al fatto che a votarlo o non votarlo dovranno pur sempre essere i cittadini americani.

Intanto, già che nella puntata di ieri parlavamo di predire il futuro (o di imprimere una direzione ai cambiamenti culturali), sembra che l’eredità dello sceneggiatore Aaron Sorkin continui a figliare nelle stanze dell’amministrazione Obama: Juli Weiner di Vanity Fair ha fatto un giro fra gli impiegati della “generazione West Wing”, scoprendo che a sei anni dalla fine della profetica serie tv, l’auspicio di Sorkin di rialzare il livello di nobiltà della politica continua a realizzarsi.

? La canzone di oggi era “Political World” di Bob Dylan

Ecco la puntata di oggi:

[audio:alaska_21_03_2012.mp3]

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