“Bough Down” di Karen Green

Nessuno scrittore mi manca più di David Foster Wallace. Niente quanto la sua morte mi dà l’idea di una conversazione interrotta. Quando accade qualcosa d’importante nella nostra vita pubblica, mi chiedo sempre cos’avrebbe scritto. Quando rileggo Considera l’aragosta, penso che sia vivo in un modo inquietante, come se fosse andato via prima che l’epoca che lui aveva già compreso si realizzasse pienamente. Più passa il tempo, insomma, e più il mondo per me somiglia ai suoi libri. Per lui era stato traumatico accettare di non dire la sua soltanto attraverso la fiction. Eppure è nei suoi saggi che ritrovo quel candido, geniale percorso verso la partecipazione politica, la lotta contro l’insularità, la perfetta proporzione fra il distacco intellettuale e una traboccante empatia per l’umanità. David Foster Wallace era predisposto sia per crescere che per sabotarsi. E adesso che ho la stessa età che aveva lui quando si è ucciso, mi fa rabbia sapere quale dei due impulsi ha vinto.

Quest’estate, dopo la pubblicazione del suo Re pallido incompiuto, del roadbook di David Lipski Come diventare se stessi, e della biografia Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, è uscita dal silenzio la sua vedova, l’artista Karen Green, e lo ha fatto con una grazia spietata che mette in ginocchio. Bough Down è un libro duro come un pugno, onesto senza mai essere indiscreto, un memoir di frammenti poetici accostati a francobolli di collage e minuscole trasparenze. E’ il giallo senza soluzione del suicidio, un catalogo di oggetti domestici e una parata di sdoppiamenti e fantasmi fra umani, alberi e bestie – qua e là, gli scintillii inesorabili dei flashback di quando Karen rientrò in casa e trovò David impiccato. A cinque anni da quel giorno, che ha paradossalmente contribuito a fare di lui la leggenda che diceva di non voler diventare, Bough Down è una lettera d’amore inferocita, un inno a un corpo amato (“mio da guardare, mio di cui godere”) che non esiste più, un’esplorazione della fusione e dell’assenza, una lite senza contraddittorio, e un’opera d’arte. Green non nomina mai il marito, ma sa quale contesto fa da sfondo ai suoi frammenti poetici. E, lucidissima, sa che il gesto di David ha tolto a chiunque la facoltà di controbattere (“L’hai avuta vinta in tutte le discussioni, tranne su quella cosa che sarei stata meglio senza di te”). Con il suo sistema di frammenti allusivi e giustapposizioni da collage, e con la sua autoironia, Bough Down va molto oltre l’elaborazione letterale del lutto che Joan Didion aveva raccontato così bene ne L’anno del pensiero magico. Karen Green, scaraventata nel dolore e assediata dalle “pastiglie blu” di cui David voleva liberarsi, sembra immergersi come un investigatore nella depressione clinica – la malattia del marito. Mimetizzandosi con lui per necessità, pare quasi sfiorare la soluzione al suo mistero, ma è pronta al battito d’ali che la riporterà all’aria e alla luce prima che sia troppo tardi. Resistere alla tentazione di seguirlo, scrive, ha avuto lo stesso sapore dell’infedeltà; ma fra lei e il marito c’è un’enorme differenza: “c’è chi è disposto a morire piuttosto che farsi conoscere fino in fondo. Io no”. Per il suo ultimo corpo a corpo col fantasma di uno scrittore che aveva le parole come religione, Karen Green ha scelto proprio le parole. E la sua trasformazione alchemica è riuscita, perché dalle macerie ricostruisce l’essenza dell’amore.

2 Comments “Bough Down” di Karen Green

  1. Artemisia

    “La sensazione che si prova dentro ad un palazzo in fiamme”.
    Con Wallace ho imparato che il palazzo può prendere fuoco per tanti motivi, che ognuno costruisce il palazzo a modo suo e che non puoi mai sapere se quando arriverà qualcuno o qualcosa ad aiutarti tu sarai in grado di farlo entrare.
    Adesso so per certo che il libro di Karen entrerà nella mia casa e dopo averlo letto verrà riposto vicino a quelli di David, perchè le emozioni passano attraverso i libri.

Leave a Reply

Your email address will not be published.