“Autismo”, di Alaa Abd El Fattah

“Autismo”

di Alaa Abd-el-Fattah

(articolo dal carcere in arabo per al-Wadi del 4 marzo 2014, tradotto da Marina Petrillo dalla traduzione inglese di Ahdaf Soueif)

In prigione cerco di compensare la mia inattività, la mia impotenza, leggendo; forse così posso ottenere delle informazioni o una saggezza che possono essere utili a chi mi viene a trovare o che potrebbero aiutarmi il giorno in cui verrò liberato.

Leggo – fra le altre cose – sull’autismo. Mi perdo nella lettura e mi ritrovo a pensare ai tormenti della rivoluzione. Immagino che l’autismo sia una buona metafora per la nostra condizione. Comincio a scrivere testi che sovrappongono un bambino che perde – o non ha – la capacità di parlare, e una generazione che sta gradualmente perdendo la sua capacità di cantare. O che paragonano la comunicazione danneggiata del bambino alla nostra incapacità di capire quelle code o quei votanti che danzavano (fuori dai seggi). O che cercano di sviluppare un’immagine in cui una estrema sensibilità per i suoni renda doloroso sentire i proiettili sparati regolarmente dallo stato – proiettili inudibili a coloro che non condividono la nostra disabilità. La nostra disabilità fa sì che ci sentiamo turbati dalla vista del sangue di coloro che sono stati martirizzati per qualcosa che non è dovere – una vista che evidentemente non offende lo sguardo dei delegati (del National Council for Human Rights).

I miei testi sono poveri, inaccurati e non hanno una base scientifica. Non ci si ammala di autismo per uno shock portato dalla vita; è una condizione nota e documentata; è correlata soprattutto con disturbi dell’apprendimento e quello che possiamo fare per porvi rimedio. I libri parlano dell’importanza di prestare attenzione al “curriculum segreto”.

Possiamo avere difficoltà a imparare il curriculum ufficiale della scuola. Possiamo trovare difficili alcune materie, e l’autismo può supplire a questo per noi rendendone facili delle altre. Ma il cuore del problema sta nel curriculum segreto: le lezioni e le capacità e le basi e le regole della comunicazione umana. Nessuno ha nascosto questo curriculum; gli umani hanno dato per scontato che sia noto e compreso, perciò nessuno lo ha messo per iscritto. Perché quando ci incontriamo ci chiediamo a vicenda “come stai?” anche se non desideriamo una risposta dettagliata? Che cosa ci spinge a dichiarare un affetto che non proviamo e a nascondere invece l’amore che proviamo? Qual’è l’importanza di mostrare vari tipi e gradi di rispetto a capi e colleghi? Perché un’insegnante non vuol sentir cadere uno spillo anche se non ha uno spillo in mano? E questo senza menzionare le complesse regole del discorso e del vestiario e del comportamento che dipende dalla distribuzione dei rapporti e che cambia a seconda del momento e del luogo e del contesto sociale. Viviamo secondo un complesso, complicato sistema che è sempre fluido. La maggior parte di noi non ha bisogno di capirne attivamente ogni dettaglio, ma molte persone che vivono con l’autismo sono impotenti di fronte ad esso. Il loro isolamento aumenta a meno che qualcuno non faccia lo sforzo di insegnare loro il curriculum segreto, Non importa se i dettagli di questo curriculum sono utili o logici oppure no; se non ti adatti, la società ti rifiuta. Cosa è più facile? Persuadere la società che rispondere alla domanda “come stai?” con un racconto reale dei propri sentimenti non sia dannoso e possa perfino essere utile, o che vada bene non chiedere a qualcuno come sta perché si tratta di un incontro veloce che non permette di parlare di sentimenti – oppure addestrare una minoranza disabile a rispondere “hamdulillah” (bene, grazie) qualunque siano i suoi sentimenti?

I libri mettono in guardia: non addestrate al conformismo. Il nostro compito è insegnare il curriculum e dare potere alla persona “disabile” perché possa registrare e afferrare quello che la società si aspetta e poi decidere di propria volontà come comportarsi. Potrà decidere di conformarsi o di ribellarsi. “Cosa è più facile?” non è l’unica domanda: prestate attenzione a ciò che è più ricco e più bello, e più compassionevole, e migliore.

Mi piace l’idea del curriculum segreto. Chi di noi persone “normali” non si è sentito confuso o soffocato dalle regole di comportamento e comunicazione che si danno per scontate. Chi di noi non è stato colto dal desiderio di gridare o piangere o bestemmiare o abbracciare o baciare in modo inappropriato? Praticamente la metà del curriculum segreto ha a che fare con il come nascondere gli effetti di quei rari momenti in cui si esplode – come nasconderli oppure come ribellarsi e non conformarsi.

Arrivano e interrompono il mio flusso di pensieri, smetto di leggere. Ce li aspettavamo da quando ai giornali è arrivata una fuga di notizie sulle torture e da quando abbiamo saputo che l’amministrazione penitenziaria si aspettava dei nuovi arrivi dalla prigione di Abuzabal. Abbiamo cercato di prepararci a riceverli, ma come si accoglie un amico che ha trascorso la battaglia con te ma ha dovuto attraversare questa esperienza da solo? Si sentirà confortato se gli dici che la tua vecchia/nuova prigione è sicura e che la sua sofferenza è finita? Sarà arrabbiato? Io dovrei sentirmi in colpa o riconoscente? Nel curriculum segreto dobbiamo aver imparato questo; le gradazioni di acutezza nell’ingiustizia e nel prezzo che pagano le persone non sono niente di nuovo. Ho passato la vita con queste gradazioni, allora perché sono così confuso dall’intensità della loro rabbia? Adottiamo l’autismo. Li riceviamo con un dettagliato racconto dei fatti: qui non c’è tortura ma qui è probabile che ci resti, la legge non significa nulla e la costituzione non offre alcuna speranza e i tribunali non valgono niente. Dovremo stare qui finché quelli non avranno finito con la loro dannata roadmap. E loro ci rispondono con un autismo analogo, con un dettagliato racconto della tortura in una spiegazione ferma e metodica, senza imbarazzi e senza nascondere niente. I libri mi dicono di non dare per scontata un’assenza di sentimento; l’autismo ostacola l’espressione e la comunicazione, non nega il sentimento.

Il loro silenzio segnala una rabbia oceanica che evitiamo giocando a calcio. Ma la rabbia non può essere contenuta, i suoi calci sono duri e violenti. Cerchiamo di evaderla in un silenzio complice. Al primo fallo doloroso la nostra rabbia esplode. Calciamo con più violenza, più durezza. Tutto è permesso nel gioco tranne toccare la palla con le mani. Si gioca con le regole di Abuzabal. La partita finisce con una differenza di risultato ma pari nel numero di ferite.

I libri dicono che il comportamento aggressivo è un tentativo di comunicare, di esprimere ciò che è difficile da esprimere. E loro stavano esprimendo la rabbia nei nostri confronti perché il torturatore ha scelto loro e non noi? Perché il torturatore ha chiesto di noi? O sono arrabbiati col torturatore? O con se stessi? E noi? Ci siamo arrabbiati perché dipendevamo da loro per essere liberati? Il resto della settimana trascorre aspettando che le ferite della partita guariscano, e che la rabbia receda. A spingerci a giocare questa partita è stata una sapienza segreta, forse la stessa che ha spinto gli esseri umani a inventare gli sport di contatto di gruppo. Questa sapienza ci dice che la violenza può essere praticata in un contesto diverso da quello dell’inimicizia e dell’oppressione, che il dolore può arrivare senza ferire la dignità e perfino essere divertente finché resta in un ambito sicuro. Forse la partita non è di maggiore importanza delle frasi “bene, grazie” o “se Dio vuole”, ma come molti altri elementi del curriculum segreto, ti aiuta a vivere e a condividere la vita con gli altri.

Con la visita della delegazione, la rabbia ritorna; (queste persone, che rappresentano il governo civile ad interim, NdT) avrebbero potuto disattivare il carceriere e il torturatore se avessero minacciato le autorità di dimettersi al primo proiettile, se avessero sostenuto la costituzione quando è stata applicata la legge anti-proteste, se avessero smesso di produrre programmi televisivi e pagine di giornale alla prima bugia, se avessero revocato il loro mandato alla prima testimonianza di tortura… Invece hanno insistito per gestire l’uccisione e la tortura e la detenzione dei loro compagni di partito, dei compagni dei loro figli e degli studenti dei loro colleghi e dei figli dei loro parenti soltanto come fallimenti ed errori. Invece di posizioni risolute e pressione e sostegno per ciò che è giusto hanno fatto cambio con “consigli” e qualche volta con suppliche.

Per capire perché mettono in guardia dal ritorno dello stato di Mubarak anche se il loro stato lo ha già superato in criminalità, bisogna imparare il curriculum segreto. Per capire perché mettano in guardia dal ritorno della tortura nonostante la tua certezza che sappiano che la tortura non si è mai fermata neanche per un giorno, devi capire il curriculum segreto. Per capire perché parlino di violazioni della costituzione che hanno scritto sapendo che lo stato non si sarebbe sentito impegnato dai suoi articoli, bisogna conoscere il curriculum segreto.

Il “sì” non era alla nuova costituzione, ma alla costituzione nascosta secondo la quale siamo stati a lungo governati e che lo stato aveva bisogno di dotare di una nuova legittimità.

Nella costituzione nascosta ci sono regole complesse che governano la tortura; sono basate principalmente sull’identità della vittima: la tortura è un crimine se viene commessa contro particolari gruppi mentre si conviene generalmente che reprimerli e stemperarli si faccia in un ambito ristretto a campagne di diffamazione e detenzione amministrativa in condizioni relativamente buone e per periodi di tempo relativamente brevi.

I gruppi che è proibito torturare sono generalmente definiti dalla classe sociale, dalla razza, dal possesso di una seconda nazionalità, dall’appartenenza di partito, dal livello di istruzione, dall’età, e da altri dettagli che si possono usare per catalogare le persone. In circostanze eccezionali, la cerchia di persone che si possono torturare può allargarsi – a condizione che gli abusi avvengano al momento dell’arresto e durante la prima seduta di interrogatorio da parte dell’accusa. La tortura che prosegue oltre è inaccettabile.

La costituzione nascosta segue la propria inesplicabile logica. Nessuno, per esempio, richiede l’uso della tortura come deterrente per il personale di polizia che ha commesso dei crimini, o per ottenere delle confessioni da uomini d’affari sospetti, mentre la tortura di terroristi e criminali con trascorsi violenti è quasi una richiesta popolare.

Una persona nata nel Sinai può essere torturata a prescindere dalla sua appartenenza politica o di classe. Gli abusi sul figlio di Beltagi sono proibiti se si chiama Ammar e permessi se si chiama Anas, e uccidere i figli di quest’uomo non è consigliabile ma non è un crimine se a farlo è lo stato durante lo sgombero di un sit-in.

Ecco perché coloro che hanno scritto la costituzione, leader di partito, membri dei Consigli Nazionali e commentatori-star parlano di “errori” dello stato solo quando la tortura raggiunge Khaled (el-Sayyed) and Nagi (Kamel).  Non stanno parlando della costante e sistematica violazione della costituzione, ma di quello che vedono come un errore non intenzionale nell’applicare la costituzione nascosta. Parlano come se il torturatore non avesse riconosciuto le sue vittime, o le avesse scambiate per Fratelli Musulmani. Sono certi che l’errore verrà raddrizzato e insistono sul diritto dello stato di torturare le persone delle categorie torturabili.

Avrebbero potuto impedire che questo accadesse o almeno fare in modo di fermarne la diffusione se avessero insistito sul rispetto dei princìpi che loro stessi avevano dichiarato. Ma dopo mesi a sostenere l’assassinio e la tortura e la detenzione e la repressione e la calunnia, il loro potere di influenza è evaporato. Adesso, quando hanno scoperto che la repressione si è avvicinata a loro più di quanto pensassero, non c’è niente che possano fare, tranne mettere insieme misere delegazioni a visitare le carceri e allestire conferenze-farsa per denunciare gli “errori non intenzionali”.

Quello che non capiscono è che lo stato non ha commesso un errore: la costituzione nascosta – come ogni costituzione – definisce diritti e doveri. Lo stato ha fatto del suo meglio per restare nei limiti e torturare solo coloro che il consenso del 30 giugno gli permetteva di torturare, ma i rivoluzionari si sono rifiutati di aderire alla costituzione segreta, l’hanno sfidata e in questo modo si sono privati della sua protezione.

Lo stato ha prodotto la legge anti-manifestazioni per usarla contro i Fratelli Musulmani, ma noi abbiamo insistito per provarla prima sulla nostra pelle. Hanno ucciso gli studenti poveri dell’università al-Azhar University, e così gli studenti della Cairo University hanno insistito per mettersi sulla strada dei loro proiettili. Hanno innescato una guerra al terrore che ha necessariamente portato il terrore nel cuore della capitale, e noi abbiamo infranto tutte le regole insistendo che la bomba al quartier generale della Sicurezza non avrebbe cancellato dai nostri ricordi le torture e le violazioni che avevamo visto all’interno.

Lo stato non ha commesso un errore, siamo stati noi a commettere deliberatamente degli errori e a insistere con questi errori. Forse stavamo alzando le aspettative, forse volevamo rendere chiare le regole nascoste dell’oppressione ed esporre coloro che le giustificavano. Forse siamo stati saggi e previdenti, per rendere chiare le regole nascoste dell’oppressione ed esporre coloro che le giustificavano. Forse siamo stati saggi e previdenti, perché se non si chiede all’autorità di tener fede a una costituzione scritta, non glielo si può chiedere per nessuna costituzione: prima o poi vi unirete a coloro la cui tortura è permessa. Forse è una coscienza che si rifiuta di abbandonare coloro il cui destino li rende torturabili, o una specie di autismo che ci rende ciechi davanti alla costituzione nascosta; una disabilità  che ci rende incapaci di imparare dall’istinto, un autismo che ci fa prendere le parole nel loro senso letterale, convinti quindi che davvero la rivoluzione continua e che davvero il popolo chiede la caduta del regime.

Cosa è più facile? Addestrare la minoranza incapace di conformarsi alla costituzione nascosta a ignorare l’ingiustizia solo finché ricade sugli altri, a evitare di sfidare l’autorità e a darne per scontare le buone intenzioni, o invece persuadere la società dell’assurdità di convivere con un’autorità che consente a se stessa l’assassinio e la tortura e il carcere finché aderiscono alle sue regole segrete?

I libri ci mettono in guardia: non addestrate al conformismo. Il nostro dovere è imparare il curriculum per mettere le persone “disabili” nella condizione di registrare e afferrare ciò che si aspetta la società e poi decidere di loro volontà come comportarsi. E allora potranno decidere di conformarsi o di ribellarsi.

“Cosa è più facile?” non è l’unica domanda: prestate attenzione a ciò che è più bello, più giusto, più compassionevole. Ciò che è meglio.

 

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