Alaska XL #6 | è per il vostro bene

(this article was originally posted on Alaska at Radio Popolare)

(gli occhiali della protesta di CodePink alle spalle del generale Alexander)

1

E’ stata una settimana importante per le vicende legate alle rivelazioni sulla sorveglianza dell’NSA. Nella terza parte trovate una ricognizione delle tappe più importanti, ma cominciamo da un contributo importante alla discussione. Il 21 ottobre è uscito un lungo pezzo del direttore del Guardian Alan Rusbridger per la New York Review of Books intitolato “le rivelazioni di Snowden e il pubblico”. Alessandra Neve ne ha fatto una traduzione integrale per noi.

“Nostro anche se ci fa male” degli Afterhours

Ecco la prima parte di oggi:

[audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_04_11_2013_1.mp3]

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Seconda parte della lettura della traduzione di Alessandra Neve di “Le rivelazioni di Snowden e il pubblico” di Alan Rusbridger (New York Review of Books)

“Postcards from Italy” di Beirut

Ecco la seconda parte di oggi:

[audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_04_11_2013_2.mp3]

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Il 22 ottobre, fra le molte richieste politiche di trasparenza e di riforma del raggio e dei metodi della sorveglianza NSA, è uscita anche una lettera di Human Rights Watch che potete leggere qui.

Il 28 ottobre Sarah Marshall ha raccontato il metodo con cui  ProPublica, il Guardian e il New York Times hanno impostato la collaborazione sullo studio dei file di Snowden.  Intanto il Guardian cominciava a lanciare il suo progetto interattivo sugli “NSA Files decoded” con un’anticipazione: su Facebook ci vogliono solo tre gradi di separazione da un sospetto per essere soggetti a un’investigazione dell’NSA senza mandato.  Lo stesso giorno, Cameron non faceva mistero delle sue intenzioni nei confronti dei giornali che si occupano dell’NSA.  Il blog del New Yorker postava un pezzo su Obama e la domanda “chi sorveglia i sorveglianti?”.  Ma il pezzo più interessante del 28 ottobre è probabilmente la conversazione scritta fra Greenwald e Keller sulle differenze fra giornalismo “old school” e attivismo-giornalismo investigativo, uno scambio di vedute commentato qui da Matthew Ingram. Qui Margaret Sullivan del NYT con un giro di opinioni sul rapporto fra rivelazioni di Snowden e libertà di stampa.  Qui Vice su come il Department of Homeland Security abbia sequestrato i materiali della giornalista Audrey Hudson senza nemmeno l’ombra di un mandato.

Intanto veniva lanciato il sito per raccogliere fondi per la difesa legale di Snowden, e Pierre Omidyar annunciava nuovi acquisti per la futura testata online che ha affidato a Greenwald. Qui la Columbia Journalism Review,  qui Jeremy Scahill (autore di Dirty Wars) che parla della nuova testata di Omidyar alla quale parteciperà anche lui, e qui l’annuncio dell’arrivo dei reporter investigativi Dan Froomkin e  Liliana Segura.

Il 29 ottobre è uscito questo editoriale del New York Times,  mentre si svolgeva l’audizione del generale Alexander e del direttore Clapper davanti alla commissione sull’intelligence del congresso americano. I dirigenti dell’NSA hanno anche rigettato le accuse di spionaggio nei confronti dei leader europei, dicendo che sono proprio i servizi europei a farsene carico. Qui potete rivedere l’integrale video dell’audizione (abbastanza inquietante, sia le domande che le risposte), sennò qui trovate un riassunto del Guardian.

il 30 ottobre spunta un altro frammento del puzzle, l’utilizzo dell’11 settembre per accattivarsi simpatie per la sorveglianza anti-terrorismo. Il 31 ottobre Greenwald nel suo blog per il Guardian prende commiato, mentre Google e Yahoo scoprono che non c’è nemmeno bisogno della loro già ligia collaborazione per far accedere l’NSA ai dati dei loro utenti, perché l’NSA se li prende direttamente dalle fibre ottiche, come conferma anche il Washington Post. Qui lo schemino degli impiegati dell’NSA che felicemente segnala dove si incrociano i metadati di Google. E il 1° novembre salta fuori che i paesi europei fanno a gara a chi è più bravo a contribuire alla sorveglianza dell’NSA, salvo l’Italia per l’incapacità dei suoi enti preposti a mettersi d’accordo fra di loro. Qui Atlantic Wire il 3 novembre  sulla raccolta di dati di geolocalizzazione senza bisogno di un mandato.

Dopo l’apparente proposta della Germania a Snowden perché testimoni nella loro inchiesta sull’operato dell’NSA, lo stesso Snowden ha indirizzato una lettera al parlamento tedesco attraverso il deputato dei Verdi Hans-Christian Ströbele, messaggio che in realtà è diretto alle autorità americane, qui il testo in inglese. Der Spiegel ha dedicato l’ultimo numero alla vicenda NSA con una copertina dedicata all’urgenza di offrire asilo a Edward Snowden.

E infine, sabato scorso il Guardian ha pubblicato i lungamente annunciati “NSA Files decoded”, un luogo interattivo (con una grafica straordinaria nel solco di Snowfall) che vuole spiegare la relazione fra le rivelazioni di Snowden sul funzionamento dell’NSA e le ricadute per gli utenti.

Il 24 ottobre Glenn Greenwald, invitato ai Frontline Club Awards di Londra, non potendo partecipare di persona per ragioni di sicurezza, ha inviato un videomessaggio. Alessandra Neve ha preparato per noi la trascrizione del messaggio e la sua traduzione in italiano.

“Heaven” dei Milk Carton Kids

Ecco la terza parte di oggi:

[audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_04_11_2013_3.mp3]

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4

Andiamo al Cairo, dove fra l’altro oggi è cominciato il processo al presidente deposto Morsi. Mercoledì scorso al Cairo il comico Bassem Youssef ha regolarmente registrato la seconda puntata del suo show satirico ElBernameg per la CBC, che la settimana scorsa si era dissociata dai contenuti della prima puntata. Come vi raccontavo la settimana scorsa, il primo episodio, benché attentissimo a criticare il regime militare solo indirettamente, aveva ridestato le speranze della “terza piazza” su una riapertura del discorso pubblico nella polarizzazione di questi mesi, ma anche provocato quattro denunce private a cui il Procuratore generale egiziano dovrà dare seguito, mentre il generale Sisi, interpellato, faceva mostra di grande magnanimità difendendo, almeno sulla carta, la libertà di espressione. A sorpresa, mentre il comico si trovava negli Emirati Arabi, alle 22 di venerdì sera, ora della messa in onda dell’episodio, un conduttore della CBC annunciava in tempo reale che lo show non sarebbe andato in onda, sospeso indefinitamente. Nonostante gli spaventosi segnali di intimidazione nei confronti di stampa e tv negli ultimi mesi, soltanto questo evento ha creato una vera e propria sollevazione d’opinione, grazie all’immensa popolarità di Bassem Youssef. Chi era presente alle registrazioni del programma afferma che Youssef non avesse sketch particolarmente mirati sull’esercito ma fosse invece durissimo con la rete televisiva, che non lo aveva sostenuto dopo la prima puntata. Questo fa pensare a un braccio di ferro tra il comico e la CBC, particolarmente timorosa e forse autocensurata senza neppure bisogno di un intervento dall’alto. La rete ha comunicato le ragioni della sospensione del programma (16 milioni di telespettatori, 3 milioni di visualizzazioni su YouTube per ogni episodio, e un’enorme raccolta pubblicitaria) in modo confuso e contraddittorio, citando “infrazioni del contratto” e “disparità di vedute” con il comico. Diversi conduttori della CBC hanno pubblicato un comunicato di solidarietà con Bassem Youssef, mentre il team del comico ha risposto sabato alla notizia della sospensione con un comunicato (per ora solo in arabo) molto equilibrato che smentisce tutte le adduzioni della rete sulle condizioni del contratto.

Intanto nello scenario dell’informazione egiziana, pesantemente intimidita e censurata mentre alcuni canali tv abbracciavano la propaganda di stato, svolge quietamente ma ostinatamente il suo lavoro Mada Masr, quotidiano online nato dalle ceneri dell’Egypt Independent e voce della “terza piazza”. La nostra Laura Cappon è andata a visitare la loro redazione, e si è fatta raccontare il lavoro del giornale e il clima politico dalla giornalista Lina Attalah.

Ieri è arrivata la notizia del trasferimento al carcere di San Pietroburgo dei 28 attivisti di Greenpeace, un regista e un fotografo (detti “Arctic 30“) detenuti a Murmansk prima con l’accusa di “pirateria” (che poteva costare loro fino a 15 anni di carcere) e ora, dopo il 23 ottobre, di “vandalismo” (fino a 7 anni). Sul sito di Greenpeace trovate le fotografie delle loro celle a Murmansk. I 30 erano stati arrestati a metà settembre dalla guardia costiera russa che aveva scortato in porto l’imbarcazione Arctic Sunrise con la quale Greenpeace svolge le sue azioni di protesta contro la piattaforma petrolifera offshore Prirazlomnaya del gigante russo dell’energia Gazprom. Una delle detenute, Alexandra Harris (britannica che abita in Australia) ha scritto una lettera alla sua famiglia in cui racconta la sua prigionia, vi propongo la traduzione nel podcast qui sotto.

In chiusura, due notizie brevi: il Festival del Giornalismo ha lanciato la sua campagna di crowdfunding, si svolgerà a Perugia dal 30 aprile 2014 e potete contribuire qui.

E dopo l’annuncio della FAA di qualche settimana fa, sui voli negli Stati Uniti è stato eliminato il divieto di utilizzare palmari e tablet anche nelle fasi di decollo e atterraggio.

“The Curse” di Agnes Obel

Ecco la quarta parte di oggi:

[audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_04_11_2013_4.mp3]

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