Alaska XL #32 | signora Egitto

(this article was originally posted on Alaska at Radio Popolare)

(la scrittrice Ahdaf Soueif a Tahrir, fotografia di Hossam el Hamalawy)

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Benvenuti alla penultima puntata di Alaska di questa stagione. Mentre vi parlo è in corso al Cairo la dodicesima udienza del processo ai giornalisti di Al Jazeera, mai scarcerati dal momento del loro arresto-lampo lo scorso dicembre. La madre di Alaa Abdel Fattah, Leila Soueif, è al 22° giorno di sciopero della fame in solidarietà con l’estenuante sciopero del giovane giornalista Abdallah el Shamy, in carcere dallo scorso agosto mentre ancora attende che gli venga notificata un’accusa formale.

Dopo la bizzarra operazione della commissione elettorale per cercare di aumentare l’affluenza deludente alle presidenziali di tre settimane fa, l’ex maresciallo Sisi è diventato presidente, e per ora si è fatto notare soltanto per una maratona e biciclettata di esempio agli egiziani (la maggior parte dei quali va a piedi perché non ha altra scelta, mentre chi usa la bicicletta lo fa sfidando il traffico metropolitano più caotico del mondo), e per aver portato fiori e telecamere in ospedale alla vittima di un gravissimo stupro avvenuto a Tahrir la sera dei festeggiamenti elettorali – lo stesso uomo che aveva supervisionato le operazioni dei medici militari che praticavano “test di verginità” sulle manifestanti nei sotterranei del Museo Egizio, e che ora sostiene la legge contro le molestie appena approvata dall’ex governo ad interim, fa arrestare i responsabili dello stupro, ottiene da YouTube la rimozione del video che lo ha documentato, mentre la sua polizia continua a praticare violenze in carcere su maschi e femmine, e ad arrestare, come avvenuto sabato, le attiviste che manifestano contro la violenza sessuale da qualunque parte provenga.

Il 21 maggio, l’ex presidente Hosni Mubarak e i suoi due figli hanno ricevuto condanne a 3 e 4 anni per corruzione. Il quotidiano online Mada Masr (che il 21 giugno compirà un anno di vita in un panorama informativo bombardato da chiusure e minacce) ha avuto accesso ai documenti dell’inchiesta e ricostruisce qui le attività illegali a cui fa riferimento la sentenza.

Per aver violato la legge anti-manifestazioni è invece in carcere e torna in tribunale oggi la celebre attivista alessandrina Mahienour, e l’11 giugno i 25 imputati per la manifestazione-lampo al consiglio della Shura, fra i quali il blogger Alaa Abdel Fattah, sono stati condannati a 15 anni di carcere, tre o quattro volte il numero di anni assegnati a magnati corrotti o poliziotti torturatori – un verdetto clamoroso che ha sollevato reazioni indignate a livello internazionale. Seguendo l’esempio di Mahienour, che ha scritto dal carcere che la sua priorità non è essere scarcerata o graziata ma che venga revocata la legge anti-proteste, gli attivisti egiziani hanno deciso di puntare su una campagna complessiva nel nome di tutti coloro che sono in carcere per aver violato quella legge, e hanno lanciato questo sito web che raccoglie tutti gli scritti, le lettere e gli aggiornamenti legali che li riguardano, e gli appuntamenti internazionali previsti in solidarietà con loro (guardate anche il bellissimo banner creato da Ganzeer).

Intanto, poche ore dopo l’inaugurazione ufficiale della presidenza Sisi al cospetto di molti capi di stato, il comico satirico Bassem Youssef ha annunciato che il nuovo ciclo del suo programma, saltato sull’egiziana CBC e ora ri-finanziato da un canale saudita in Egitto, non sarebbe partito. “In questo clima”, ha spiegato Youssef insieme a tutto il suo staff, “sarebbe possibile solo una versione tiepida e annacquata”, e ancora, “ho paura per la mia famiglia”. Qui Max Fisher per Vox racconta come la censura finale dello show El Bernameg (ultimo spazio di discussione e satira sulla scena pubblica egiziana) sia in parte responsabilità dello stesso Youssef, che a suo tempo aveva legittimato la ridicolizzazione dei Fratelli Musulmani e della presidenza Morsi e non aveva preso una posizione chiara contro il massacro di Rabaa, legittimando così indirettamente tutte le altre violazioni del diritto di espressione che si sarebbero poi ritorte contro di lui.

Negli stessi giorni, il giornale Al Watan ha divulgato una fuga di notizie su un documento del Ministero degli Interni che pianifica la sorveglianza elettronica dei social media egiziani per fermare la diffusione di “idee distruttive”.

Mentre ancora si stava votando, il database statistico della rivoluzione, Wiki Thawra, ha pubblicato i risultati della sua documentazione degli arresti e delle uccisioni avvenute negli undici mesi dal colpo di stato del 3 luglio 2013 a oggi: gli arresti ascrivibili a manifestazioni e reati d’opinione (documentati nome per nome) sono 40.163. Gli osservatori internazionali delle elezioni presidenziali, dopo un’apparente compiacenza iniziale, hanno certificato con una certa durezza il clima e il metodo in cui si è votato. Qui trovate la relazione del gruppo di osservatori dell’Unione Europea.

Qui trovate la durissima lettera del 30 maggio, firmata da Human Rights Watch, Amnesty International e altre ONG, al Consiglio per Diritti Umani dell’ONU sulla situazione dei diritti umani in Egitto.

“The classic” di Joan as Policewoman

Ecco la prima parte di oggi:

[audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_16_06_2014_1.mp3]

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Proprio nei giorni delle elezioni, sono andata a trovare la scrittrice, giornalista e attivista Ahdaf Soueif. Mi ha accolto nella piccola casa di famiglia di cui racconta nel suo libro “Cairo, la mia città, la nostra rivoluzione” e abbiamo discusso di tutti gli aspetti del dramma egiziano, mentre sotto le sue finestre passavano automobili con l’inno pro-Sisi a tutto volume, nelle strade per il resto deserte come i seggi elettorali. Ahdaf Soueif, tornata al Cairo anni fa da Londra dopo la morte di suo marito, come la sorella (Leila Soueif), il figlio (Omar Robert Hamilton) e i nipoti (Alaa Abdel Fattah e Mona Seif) è impegnata in primo piano nella rivoluzione. Scrive per il Guardian e per Shorouk News, è considerata un ponte fra culture, appartiene alla generazione storica delle femministe egiziane, è molto legata al festival del cinema palestinese, e nei 18 giorni del 2011 fu tra i negoziatori di piazza Tahrir. Immaginatela china sulla sua scrivania, mentre contemporaneamente risponde alle lettere dei ragazzi torturati in carcere, sente al telefono la sorella in sciopero della fame, cerca di finire la traduzione in arabo del suo libro, si prepara col resto della famiglia a quella che sembra la condanna inevitabile del nipote, e si chiede, come mi ha detto, se il suo prossimo libro sull’Egitto non debba essere un libro di fiction e non un saggio, “perché solo la fiction può sperare di raccontare il momento surreale che stiamo vivendo”. Qui sotto nel podcast potete ascoltare il racconto che ci ha fatto (e qui trovate la trascrizione).

“Trials, troubles and tribulations” di Valerie June

Ecco la seconda parte di oggi:

[audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_16_06_2014_2.mp3]

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E a proposito di come si arrivò, il 30 giugno dell’anno scorso, alle mega-manifestazioni di piazza per rovesciare Morsi (che oggi sarebbero vietate per legge) che prepararono la strada al colpo di stato, un pezzo pubblicato da Sheera Frankel e Maged Atef per BuzzFeed, con diverse interviste, indaga nei retroscena del movimento Tamarrod che lanciò la petizione contro Morsi e i cortei, e che si è poi disintegrato proprio per la sua compromissione con i militari. Per la prima volta, quelle che finora erano state voci e rumors hanno nomi e cognomi e testimonianze dirette. Richard Spencer, per il Telegraph, ricostruisce come Sisi, anche quando era sconosciuto, abbia sempre lavorato per mantenere al potere l’esercito, fin dai tempi di Mubarak.

“Nobody knows the trouble I’ve seen” di Sam Cooke

Ecco la terza parte di oggi:

[audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_16_06_2014_3.mp3]

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