Alaska XL #31 | i nostri nuovi problemi

(this article was originally posted on Alaska at Radio Popolare)

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Oggi ricapitoliamo un po’ di vicende digitali che avevamo lasciato in sospeso per lasciare spazio al blog in diretta delle elezioni egiziane – argomento che, dopo la vittoria e l’insediamento ieri alla presidenza dell’ex maresciallo Sisi riprenderemo nella prossima puntata, penultima della stagione, con diversi approfondimenti interessanti. Oggi dunque le novità sulla vicenda Snowden/NSA, la guerra online fra Amazon e il gruppo editoriale Hachette, e la curiosa sentenza europea che obbliga Google a garantire il “diritto all’oblio” in rete. Tutte e tre le questioni vedono parti contrapposte e suscitano vari tipi di tifoserie, ma il loro vero valore e interesse, ancora una volta, è quello di spingerci a riflettere sulla trasformazione impressa dalla rete alla nostra vita pubblica, con la necessità di trovare nuovi equilibri etici e legali.

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Edward Snowden ha concesso un’ora di intervista televisiva alla NBC, e ha partecipato qualche giorno fa in diretta video al Personal Democracy Forum (qui trovate l’integrale del suo intervento). Glenn Greenwald ha pubblicato il suo libro sulla vicenda NSA, “No place to hide”, e lo ha presentato di persona a New York e in alcuni paesi europei compresa l’Italia. La public editor del New York Times, Margaret Sullivan, ha bacchettato pubblicamente l’autore della recensione del libro di Greenwald che è uscita sabato sulla New York Times Book Review, e intanto un’altra infornata di file di Snowden ci informa su come l’NSA applica il riconoscimento facciale a fini di sorveglianza a vaste quantità di foto private. L’NSA contesta a Snowden di aver mai presentato reclami formali sulle politiche dell’agenzia quando ancora ci lavorava (lui sostiene di averlo fatto più volte) e per dimostrarlo ha pubblicato una email innocua di quel periodo. Sullo sfondo, prospera e scricchiola e di nuovo prospera il Guardian, il giornale che più ha abbracciato la battaglia di Snowden contro la sorveglianza fino a farne una vera e propria strategia di sbarco negli Stati Uniti – dal Pulitzer fino al ruolo giocato da Janine Gibson nella vicenda del cambio di direzione al New York Times.

Come sfondo del clima di questi giorni, vale la pena segnalarvi il duro attacco a Snowden e Greenwald di George Packer (lo stesso giornalista che per il New Yorker aveva composto la straordinaria storia di Amazon che vi avevo sintetizzato qualche settimana fa), pubblicata il 22 maggio su Prospect Magazine. Intanto veniva rilasciato l’hacker Sabu (Hector Xavier Monsegur, il principale delatore di Jeremy Hammond) per la sua “straordinaria collaborazione con l’FBI” nel rivelare il funzionamento di LulzSec (spesso considerata un’infiltrazione nel lavoro di Anonymous). E TrueCrypt, lo strumento di crittaggio utilizzato da Snowden, chiudeva per “mancanza di sicurezza”. Intanto è arrivato l’annuncio che uno dei due film in preparazione su Snowden verrà diretto da Oliver Stone.

Qui il Guardian sulla valanga (“ingestibile”) di richieste ricevute dall’NSA sotto il Freedom Information Act dalle prime rivelazioni di Snowden in poi. Qui il New York Times sulla raccolta di “facce” che l’NSA colleziona sul web per il riconoscimento facciale.

L’apparizione di Edward Snowden al Personal Democracy Forum giovedì scorso ha coinciso con il lancio di ResetTheNet (per il crittaggio totale) e della Courage Foundation (per finanziare la sua difesa legale). La sua intervista per la NBC non è più disponibile su YouTube (dove trovate comunque qualche estratto), ma qui trovate il frammento rimasto escluso dal montaggio (nel quale parla della “scomparsa” di fatto del Quarto Emendamento in favore di una “sorveglianza pre-criminale”), e qui il racconto di come è stata preparata. Qui la sintesi che ne ha fatto Rolling Stone (che a dicembre del 2013 aveva preparato un memorabile factchecking sulla figura di Snowden), individuando i 6 punti più importanti emersi dall’intervista. Poiché Snowden aveva rifiutato per un anno intero le proposte di interviste mainstream americane, Huffington Post analizza qui il suo cambio di strategia. Qui la vecchia lettera di lavoro di Snowden (o, come poi ha specificato lui dopo averla vista, la porzione di lettera) fatta circolare dall’NSA. Qui l’opinione di The New Republic sull’intervista NBC (conferma, secondo loro, dell’arroganza di Snowden). Michael Hayden, ex Cia ed ex direttore dell’NSA, ha pesantemente criticato la NBC per aver fornito “una piattaforma a Snowden”.

Dal Dipartimento di Stato americano è arrivata, per bocca di John Kerry in persona, l’ingiunzione a Snowden di tornare negli Stati Uniti per affrontare le conseguenze legali del suo gesto (“codardo”, e “sii uomo”…). Daniel Ellsberg, il whistleblower dei Pentagon Papers che Kerry cita come esempio alternativo (forse perché più vicino, ai tempi, alle sue posizioni critiche sulla guerra in Vietnam) si è fermamente sottratto a questo tentativo di accattivarselo per colpire Snowden, e ha pubblicato sul Guardian una disamina della differenza fra le conseguenze legali per un whistleblower di allora e quelle che si troverebbe ad affrontare Snowden negli Stati Uniti di oggi.

Il libro di Greenwald, che ho letto per voi in questi giorni, è un libro solido, con la ricostruzione del “giallo” di Snowden a Hong Kong nella prima e terza parte, e al centro una sintesi dei punti cardine della questione della sorveglianza elettronica globale – forse la meno appassionante dal punto di vista narrativo ma anche la più utile – e una tirata forse un po’ troppo didattica e personalistica sulla contrapposizione fra giornalismo compiacente e giornalismo avversariale. Qua e là alcuni dettagli fondamentali su chi ha quali file di Snowden, sul ruolo del Washington Post, su come ha funzionato la collaborazione con il Guardian comprese le differenze di vedute e il ruolo fondamentale della allora direttrice del Guardian US, Janine Gibson.

In Italia per presentare il libro, Greenwald ha parlato con diversi giornalisti, a mio parere i resoconti più interessanti sono questi: il racconto di Luca Sofri del loro incontro, e la lunga intervista realizzata da Linkiesta.

Qui la recensione del libro di Greenwald preparata per la New York Review of Books da Michael Kinsley, che oltre a contestare lo spirito da “teoria del complotto” del libro accusa Greenwald di assumere un tono da “zitella acida”, e qui la risposta dello stesso Greenwald, che ha fatto ormai della discussione sul giornalismo e della linea troppo poco avversariale dei media tradizionali uno dei filoni della vicenda NSA. La recensione, ancora prima di uscire sul cartaceo, era già stata criticata dai lettori dell’online e bacchettata con una certa durezza dalla public editor del New York Times, Margaret Sullivan, che ha poi ospitato le obiezioni di Kinsley. Il celeberrimo blogger e giornalista Andy Sullivan, pur essendo molto vicino a Greenwald, ha colto l’occasione per argomentare contro il principio che possa essere lui l’unico arbitro di cosa vada o non vada pubblicato dei file di Snowden nell’interesse pubblico. Per Adam Kirsch di The New Republic, bene ha fatto la New York Review of Books a difendere il diritto del recensore di esprimere opinioni personali su libro e autore.

Infine, se vi ricordate che vi avevo sempre descritto la missione del Guardian come “la conquista dell’universo”, potrebbe interessarvi questo pezzo straordinario di Michael Wolff per GQ, che descrive il giornale britannico, pur con tutto il suo coraggio, come un “nido di vipere”, ricostruendo la funzione dei file di Snowden nel suo piano di sviluppo americano, e il ruolo di Janine Gibson, che nelle ore del Pulitzer stava trattando con Jill Abramson per andare al New York Times ad affiancare Baquet, cosa che è costata alla Abramson la cacciata, a Baquet ha guadagnato la direzione, e alla Gibson la soddisfazione di portarsi al Guardian Aron Pilhofer, uno dei massimi esperti di giornalismo digitale e uno degli assi nella manica del New York Times.

“The death of Queen Jane” di Oscar Isaac (colonnna sonora di “A proposito di Davis”)

Ecco la prima parte di oggi:

[audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_09_06_2014_1.mp3]

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Dopo un paio d’anni di relativa pace negli accordi fra Amazon e i grandi gruppi editoriali, è di nuovo scontro, stavolta fra il gigante delle vendite online e un gruppo editoriale molto potente, Hachette. I due non sono riusciti a trovare un accordo sul prezzo degli ebook (la precedente sentenza dice che a stabilirlo è l’editore, ma Amazon avrebbe il diritto di praticare sconti fino al 30%, che si rifletterebbero sul guadagno dell’editore stesso), e così Amazon ha cominciato una guerra fredda a colpi di sospensione delle vendite dei libri Hachette, prenotazioni sparite di libri Hachette in uscita, consigli di acquisto di titoli alternativi a quelli Hachette, fino all’invito all’acquirente a rivolgersi ad altri venditori. Di questa “interruzione commerciale” Amazon ha dato annuncio ai propri clienti qui, ma è stata bersagliata di critiche da ogni parte, accusata di usare sistemi ricattatori in una trattativa in corso e di tradire quella che ha sempre dichiarato essere la sua missione, cioè fornire il servizio migliore ai propri clienti. In realtà, le cose non stanno esattamente così, visto che il gruppo Hachette non è un fragile editore indipendente e che le questioni del monopolio sia di vendite sia di acquisto si fa sempre più complesso nell’ecologia della rete. Secondo alcuni commentatori, il vero motivo per cui Amazon si è resa antipatica con questa rappresaglia verso Hachette è che i libri sono considerati una merce “affettiva”, diversa da ogni altra. Qui Laura Hazard Owen su GigaOm con una ricostruzione di quello che si è visto sul sito di Amazon da fine maggio. Qui il parere critico di Suzanne McGee nella sezione economica del Guardian, qui quello dello scrittore David Gaughran che invita alla prudenza nella tifoseria, qui Parker Higgins della Electronic Frontier Foundation sulla gestione dei diritti digitali di Amazon, e qui Bob Kohn commenta per il NYT su cosa dovrebbero fare gli editori per difendersi dalla prepotenza di Amazon.

“Heart is a drum” di Beck

Ecco la seconda parte di oggi:

[audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_09_06_2014_2.mp3]

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A fine maggio, Google ha messo online un modulo per chi voglia richiedere la rimozione dai risultati di ricerca di link non più rilevanti sul proprio conto. E’ la conseguenza delle richieste contenute in una sentenza della Corte di Giustizia Europea su quello che viene chiamato “diritto all’oblio”. Google comincia con l’ottemperare a questo obbligo legale in Europa, ma allo stesso tempo, accompagnato in questo da una vasta discussione fra gli esperti, si attrezza per sollevare preoccupazioni e resistenze e mettere in moto nuovi ragionamenti. Il Post ricapitola qui l’accaduto, e qui pubblica il dettagliato parere contrario di Carlo Blengino. Qui Wired intervista il filosofo italiano Luciano Floridi, che Google ha inserito nel team che dovrà valutare le implicazioni del diritto all’oblio.

“Snake Eyes” dei Milk Carton Kids

Ecco la terza parte di oggi:

[audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_09_06_2014_3.mp3]

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