Alaska XL #22 | fuori dal club

(this article was originally posted on Alaska at Radio Popolare)

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Molto si muove nelle start-up del giornalismo, lo sapete, soprattutto negli Stati Uniti (che nella puntata di oggi rappresentano semplicemente la frontiera più avanzata della discussione). Proprio oggi, per esempio, si attende l’esordio della nuova squadra di Fivethirtyeight, il blog di statistica di Nate Silver trasferito dal New York Times a MSNBC. Ma fra i reclutamenti di quella che dovrebbe essere una vera e propria rivoluzione, le donne scarseggiano. Natasha Vargas-Cooper si è unita alle file molto maschili di The Intercept, ma solo nel quadro dell’arrivo di un John Cook di Gawker come direttore della nuova testata di Greenwald. Per adesso, non sembra che le lamentele di Melissa Bird su Medium di cui vi parlavo qualche puntata fa e le rassicurazioni di Andy Carvin abbiano sortito un grande effetto. Intanto, il Guardian può permettersi di guardare la faccenda dall’alto in basso perché (pur non essendo immune da sessismo nei livelli intermedi delle redazioni, come raccontato l’anno scorso al Festival del giornalismo di Perugia) da anni investe sulle donne di punta del giornalismo, incoraggiandole ad assumere ruoli di massima responsabilità – Emily Bell è stata la vera inventrice del Guardian online, e fino a qualche giorno fa era donna il direttore del Guardian Australia (Katharine Viner) e donna il direttore del Guardian americano (pioniere della vicenda NSA con Janine Gibson alla guida). Questa linea prosegue con le recentissime promozioni, che vedono il trasferimento di Katharine Viner al posto di Janine Gibson a New York, Emily Wilson a Sidney al posto di Viner, e il ritorno di Janine Gibson a Londra per dirigere il Guardian online. E’ legittimo dunque, che proprio dalle pagine del quotidiano britannico venga il j’accuse di Emily Bell, “le start-up del giornalismo non sono una rivoluzione se sono piene di tutti questi uomini bianchi” (vi traduco il suo pezzo nel podcast qui sotto).

“Workin’ woman blues” di Valerie June

Ecco la prima parte di oggi: [audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_17_03_2014_1.mp3]

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Nel mondo dei programmatori le donne si stanno facendo largo con nomi di sempre maggiore spicco – come Julie Ann Horvath – ma nonostante si tratti di una cultura recente e tendenzialmente progressista, l’ambiente sembra di nuovo modellato sulla consueta impronta da club maschile. La stessa Horvath, molto rispettata, stava conducendo all’interno di GitHub un progetto di preparazione per donne programmatrici, con l’intento preciso di cambiare da dentro la cultura di chi scrive codice open-source. Secondo Daily Dot, che ha messo in fila una serie di suoi messaggi del 15 marzo, Horvath sta per lasciare GitHub, che accusa di una generica cultura sessista, e la sua direzione, per la quale allude più specificamente a molestie. Senza elementi più chiari, è difficile dire quale sia la situazione che Horvath si è trovata intorno sul posto di lavoro – uno spazio anonimo online è stato creato per controbattere alle sue accuse, che vengono viste da alcuni colleghi come un tentativo di macchiare la reputazione di GitHub – ma alcuni dei suoi commenti fanno molto male, a cominciare dalla sua affermazione che per una donna tentare di cambiare un sistema dall’interno sia impossibile, e l’unica alternativa sia quella di costruire ambienti ad hoc con una cultura diversa. La vicenda di Julie Ann Horvath mi ha fatto tornare in mente uno scritto molto intenso di Jennifer Gilbert per Medium: “programmare software ha fatto di me una donna” (ve lo traduco qui sotto nel podcast).

“I don’t want to play in your yard” di Peggy Lee

Ecco la seconda parte di oggi: [audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_17_03_2014_2.mp3]

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Intanto, sulla scia dell’8 marzo, a tornare sulle dibattutissime vicende sulle donne nella forza lavoro e l’equilibrio con la famiglia (tenute alte nella discussione dallo strano libro di Sheryl Sandberg, “Lean in”, che ha tenuto banco per tutto l’anno scorso), è stata Anne-Marie Slaughter, docente a Princeton e già direttore delle politiche del Dipartimento di Stato americano dal 2009 al 2011, a proporre un punto di vista un po’ meno manicheo.

“The lions” di Erin McKeown

Ecco la terza parte di oggi: [audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_17_03_2014_3.mp3]

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Infine, Kevin Powell per bknation è riuscito a fare una lunga chiacchierata con bell hooks, poetessa, scrittrice, afro-americana, femminista, che ormai 61enne riflette su tutte le crepe che continuano ad aprirsi fra le questioni di genere e quelle di razza, sulle false vittorie delle donne di potere, ma soprattutto sul livellamento delle battaglie ideali operato dagli obbiettivi della cultura del consumo e del profitto (vi traduco l’intervista qui sotto nel podcast).

“Trust in me” di Etta James

Ecco la quarta parte di oggi: [audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_17_03_2014_4.mp3]

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