Alaska XL #11 | #46664

(this article was originally posted on Alaska at Radio Popolare)

(la copertina di Publico dedicata a Nelson Mandela)

1

Il detenuto politico che ci ha liberato tutti.
La morte di Nelson Mandela, per quanto ci si fosse preparati da mesi, ha provocato in rete un cordoglio universale, composto, corale. Domani la cerimonia in suo onore allo stadio di Johannesburg. La sua visionarietà, la resistenza alla prigionia, le sue capacità politiche e la longevità del suo esempio ispirano ancora attivisti di mille luoghi del mondo, anche quelli che al momento della sua liberazione non erano nemmeno nati. Nella reazione corale della rete, perfino il livellante, cosmetico rispetto di coloro che un tempo furono suoi nemici non ha offuscato un sentimento evidente: l’aspirazione a percorsi di vita esemplari, a un coraggio che si dimostra difficile da praticare nelle rivoluzioni di ogni giorno in assenza di una visione di prospettiva. Oggi lo raccontiamo attraverso gli scritti migliori e meno ecumenici che sono apparsi in rete. Intanto qui la mappa dell’intensità dei tweet su Mandela nel mondo, arrivata a 3 milioni e mezzo di messaggi meno di due ore dopo la notizia della sua morte la sera del 5 dicembre – via The Stream di Al Jazeera English. Sarebbe poi arrivata a più di otto milioni di tweet. Qui dal Washington Post un estratto del discorso che Mandela pronunciò prima del suo processo, qui una strepitosa raccolta interattiva dei discorsi di Mandela realizzata dal New York Times, qui il discorso con cui accettò il Nobel per la Pace. Qui il saluto di Mohamed Ali a Mandela pochi giorni prima della sua morte. Qui il saluto dell’arcivescovo Desmond Tutu. Qui il tributo esperto a Mandela di Bill Keller.

“Like a king” di Ben Harper

Ecco la prima parte di oggi:

[audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_09_12_2013_1.mp3]

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2

In questa parte due bellissime riflessioni, molto più incisive e dissonanti rispetto all’universale trattamento da santo riservato a Mandela in questi giorni: qui Peter Beinart sull’impossibilità di ridurre Mandela a una figura mainstream ripulita. Ancora più incisivo il commentatore Musa Okwonga: “non potrete mai togliere da Nelson Mandela la sua parte di Malcolm X”.

“Working class hero” di John Lennon

Ecco la seconda parte di oggi:

[audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_09_12_2013_2.mp3]

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3

Lunedì scorso – anche se la morte di Mandela la fa sembrare adesso una notizia molto più lontana nel tempo – il direttore del Guardian Alan Rusbridger è comparso a testimoniare come richiesto davanti alla commissione sorveglianza della House of Commons britannica. Alla vigilia dell’audizione, Rusbdriger ha ricevuto molti attestati di solidarietà: qui la lettera di sollecito alla libertà di espressione indirizzata al parlamento britannico da 13 fra testate e associazioni americane; qui la lettera di sostegno inviata ad Alan Rusbridger alla vigilia dell’udienza da Carl Bernstein, 50% del duo di reporter intorno al cui lavoro si snodarono le rivelazioni del Watergate che portarono alle dimissioni di Nixon – lettera che Alessandra Neve ha tradotto per noi. I deputati presenti erano Ian Austin (Labour), Nicola Blackwood (Tory), James Clappison (Tory), Michael Ellis (Tory, che si è fatto notare parecchio ed è stato zittito dal presidente della commissione), Paul Flynn (Labour), Lorraine Fullbrook (Tory), Julian Huppert (Lib-Dem), Yasmin Qureshi (Labour), Mark Reckless (Tory) e David Winnick (Labour). L’audizione è stata un terzo grado, non privo di qualche momento di vera tensione, che Rusbridger ha gestito con un misto di pazienza e fastidio, cercando da un lato di rispondere alle domande e dall’altro di fornire al pubblico che stava seguendo l’audizione in streaming video alcune informazioni di interesse pubblico. Fallito il suo ripetuto tentativo di spiegare ai parlamentari cosa sia Tor, e di conseguenza la contraddizione del tentativo (mancato) dell’NSA di craccare il sistema, Rusbdridger ha comunque sottolineato i punti più critici dell’intimidazione da parte del governo inglese nei confronti del Guardian, la differenza con il sistema di garanzie americano, e alcuni dettagli sul trasferimento e la conservazione criptata dei file di Snowden. La commissione, dal canto suo, lo ha pungolato su almeno due punti di particolare interesse perché sono quelli per cui il Guardian potrebbe essere perseguito legalmente – a cominciare dal trasferimento dei documenti non redacted al New York Times, quindi fuori dalla giurisdizione inglese. Le preoccupazioni per la sicurezza del GCHQ sono state più volte avanzate a Rusbridger, che ne ha sottolineato gli aspetti più che altro imbarazzanti. Qui Paul Owen ha tenuto il liveblog del Guardian sull’audizione, qui trovate l’audio integrale dell’audizione, e con l’aiuto di Alessandra Neve vi propongo una selezione delle battute salienti tratte dalla trascrizione della seduta.

“Here comes the sun” nella versione di Nina Simone

Ecco la terza parte di oggi:

[audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_09_12_2013_3.mp3]

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4

Intanto l’NSA sbarca anche sulle nostre coste, come già anticipato da Fabio Chiusi, con un pezzo di Stefania Maurizi insieme a Glenn Greenwald per l’Espresso. (qui la versione italiana). L’ultima novità, di oggi 9 dicembre, è che Amnesty International ha avviato un procedimento legale contro il governo britannico: “abbiamo ragione di sospettare che le agenzie di sicurezza abbiano monitorato le nostre telefonate e la nostra posta elettronica”, ha spiegato stamattina il consulente legale di Amnesty per i rifugiati, Paul Dillane – qui il racconto sul Guardian.

Solo per il blog: Sullo sfondo della vicenda NSA continuano a muoversi altri elementi importanti, dai processi ai whisletblowers (il prossimo è Barrett Brown, anch’egli come Jeremy Hammond arrestato grazie alle indicazioni di Hector Xavier Monsegur), alla discussione sul “nuovo giornalismo”, alle critiche ai reporter coinvolti nella vicenda Snowden. Uno di questi elementi è la diatriba fra Wikileaks e PayPal perché quest’ultima aveva sospeso la possibilità di finanziare Wikileaks attraverso i suoi servizi, possibilità che ora è ripresa regolarmente. Il padrone di PayPal è eBay, e il padrone di eBay è sempre lui, Pierre Omidyar, appena assurto al ruolo di paladino della libertà di stampa e della difesa dei whistleblowers con la creazione di una nuova testata affidata a Glenn Greenwald. Qui Omidyar sull’Huffington Post, mentre Alexa O’Brien, l’instancabile cronista del processo Manning, si è fatta finanziare un biglietto aereo dai suoi lettori ed è andata a seguire la prima udienza del cosiddetto processo #PP14 agli attivisti di Anonymous accusati di aver craccato PayPal, qui il suo resoconto per Daily Beast.

Intanto il divieto di manifestazione condannato da tutte le associazioni per i diritti umani – e l’esistenza stessa dei detenuti politici egiziani, a cominciare da Alaa Abdel Fattah e Ahmed Maher – stanno lì a ricordarci che la strada di Mandela dovrà essere percorsa troppe volte. Il regista Omar Robert Hamilton scrive per Mada Masr delle due direzioni fra cui bisogna scegliere.

Ecco la quarta parte di oggi:

[audio:http://pod.radiopopolare.it/alaska_09_12_2013_4.mp3]

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