@alaaska

(this article was originally posted on Alaska at Radio Popolare)

(sotto la finestra di Alaa, lunedì sera)

Dopo essere rientrato dagli Stati Uniti, il blogger e attivista egiziano Alaa Abdel Fattah si è presentato davanti al tribunale militare del Cairo domenica. A difenderlo suo padre, già detenuto e torturato nelle carceri di Mubarak. Lui stesso, Alaa, sebbene abbia solo 29 anni, era già stato in carcere e liberato grazie a una pressione di massa nel 2006. Ad attenderlo fuori centinaia di amici e altri attivisti, fra cui le sue sorelle (Mona dirige la campagna contro i processi militari), la moglie Manal (anch’ella attivista e al nono mese di gravidanza) e Mary Daniel, una delle sorelle dell’attivista copto Mina Daniel ucciso dall’esercito nel massacro compiuto dall’esercito il 9 ottobre. Alaa era accusato di aver incitato alla violenza quella stessa notte, anche se la sua timeline su Twitter dimostra che arrivò sulla scena molto più tardi dell’inizio delle violenze e che trascorse la notte all’ospedale copto ad aiutare le famiglie dei morti e dei feriti. All’udienza – dove si è scoperto che il defunto Mina Daniel sarebbe in cima alla lista degli indagati redatta dall’esercito, che Amnesty International ha invece chiamato a rispondere del massacro – Alaa ha detto di non riconoscere le autorità militari, e di considerarle invece responsabili per le violenze di quella notte. Si è quindi rifiutato di rispondere alle domande ed è stato condannato a 15 giorni di carcere in attesa di una nuova udienza. Lunedì sera, circa 3000 persone hanno marciato da piazza Tahrir fino alle mura della sua prigione, pesantemente presidiate dalle forze di sicurezza, intonando i canti della rivoluzione. Alaa sta usando la sua vasta reputazione internazionale – come blogger egiziano della prima ora, inventore dei tweetnadwa, relatore a numerose conferenze internazionali e membro di una storica famiglia di attivisti – per attirare i riflettori sui 12mila civili finiti nelle carceri egiziane dopo la caduta di Mubarak, il segno più evidente della controrivoluzione messa in atto dall’esercito. Mentre è in cella, il suo primo figlio potrebbe nascere da un momento all’altro. Una delle sue caratteristiche è di essere talmente stimato e benvoluto al Cairo da essere forse l’unico in grado di riportare in piazza contro l’esercito anche i Fratelli Musulmani e i salafiti. Dalla sua, centinaia di post dai blogger egiziani, la riorganizzazione istantanea della campagna contro i processi militari, un corteo di protesta davanti alla’ambasciata egiziana a Tunisi, un’immediata campagna internazionale per la sua liberazione, il suo nome nei Trending Topic mondiali di Tiwtter per due giorni, articoli in suo favore dal Los Angeles Times, dal New York Times, dal Guardian (dove Brian Whitaker scrive che stavolta l’esercito ha fatto davvero un passo falso e si pentirà di averlo arrestato), interventi sulla BBC e AlJazeera, un comunicato di Amnesty International, uno dal comitato del Pulitzer, i messaggi di solidarietà dalle assemblee degli occupy americani, una campagna di pressione sui senatori democratici americani perché intervengano sulla questione dei detenuti politici in Egitto. Contro di lui, la macchina monolitica, lussuosamente finanziata e inamovibile dell’esercito egiziano. Davide contro Golia? Oggi vi propongo, fra gli altri materiali, anche l’articolo che Alaa ha scritto dal carcere, facendolo arrivare al giornale Shorouk attraverso le sorelle che sono andate a trovarlo (la traduzione italiana l’ho tratta da quella in inglese dall’arabo realizzata immediatamente da Sultan al Qassemi).

La canzone di oggi era “Tahrir song” di Tarek Geddawi

Il podcast è ora disponibile.

Ecco la puntata di oggi:

[audio:alaska 2 nov 11p.mp3]

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui

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