Ahdaf Soueif, Cairo, 27 maggio 2014

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Proprio nei giorni delle elezioni, sono andata a trovare la scrittrice, giornalista e attivista Ahdaf Soueif. Mi ha accolto nella piccola casa di famiglia di cui racconta nel suo libro “Cairo, la mia città, la nostra rivoluzione” e abbiamo discusso di tutti gli aspetti del dramma egiziano, mentre sotto le sue finestre passavano automobili con l’inno pro-Sisi a tutto volume, nelle strade per il resto deserte come i seggi elettorali. Ahdaf Soueif, tornata al Cairo anni fa da Londra dopo la morte di suo marito, come la sorella (Leila Soueif), il figlio (Omar Robert Hamilton) e i nipoti (Alaa Abdel Fattah e Mona Seif) è impegnata in primo piano nella rivoluzione. Scrive per il Guardian e per Shorouk News, è considerata un ponte fra culture, appartiene alla generazione storica delle femministe egiziane, è molto legata al festival del cinema palestinese, e nei 18 giorni del 2011 fu tra i negoziatori di piazza Tahrir. Immaginatela china sulla sua scrivania, mentre contemporaneamente risponde alle lettere dei ragazzi torturati in carcere, sente al telefono la sorella in sciopero della fame, cerca di finire la traduzione in arabo del suo libro, si prepara col resto della famiglia a quella che sembra la condanna inevitabile del nipote, e si chiede, come mi ha detto, se il suo prossimo libro sull’Egitto non debba essere un libro di fiction e non un saggio, “perché solo la fiction può sperare di raccontare il momento surreale che stiamo vivendo”.

Siamo al secondo giorno di voto e sembra proprio che i seggi siano vuoti; chi si aspettava un plebiscito festoso per Sisi sulla base della popolarità che sembrava aver accumulato è rimasto deluso; tu a cosa imputi questa diserzione delle urne?

La bassa affluenza è stata una sorpresa per tutti noi; se il flusso continua così, allora la mia interpretazione è questa: dal colpo di stato in poi, l’estate scorsa, quando l’esercito ha preso il potere col sostegno della popolazione, quello che è stato inculcato alla gente è che l’esercito avrebbe pensato a tutto. Un forte contrasto rispetto a prima, perché fino a quel momento era inteso che si lavorasse per le strade, che ciascuno nella rivoluzione facesse quello che sapeva fare meglio, che tutti si rendessero utili, e su questo ci si interrogava e si lavorava in continuazione; c’era una continua assunzione di responsabilità da parte della gente. Dopo l’anno di governo del Consiglio Supremo dell’esercito, e l’anno di governo di Morsi, e poi tutto quello che è successo dopo il 3 luglio, con l’esercito che faceva volare gli aeroplani con dichiarazioni d’amore per il popolo, e che in sostanza ha chiesto alla gente un mandato per occuparsi di lei, la gente ha pensato, okay, qui c’è qualcuno che è forte, che ha alle spalle l’ultimo pilastro delle istituzioni ancora in piedi, ci fanno scendere dal cielo buoni sconto per trapunte e frigoriferi – che si occupino loro di tutto. E quindi credo che stiamo assistendo, paradossalmente, al risultato di quell’apatia indotta. Se pensano loro a tutto, non c’è neanche bisogno di andare a votare.

Senti, in qualunque momento del discorso pubblico dal 3 luglio in poi, anche quando Sisi si è deciso a dire qualcosa una volta che si è candidato, la sostanza è stata: rilassatevi, non preoccupatevi, lasciate fare a chi ne sa più di voi, vi faremo sapere se e quando avremo bisogno che vi facciate vivi. Quel discorso deruba le persone della loro autonomia di azione, e adesso che ne hanno bisogno per il voto, la gente non c’è. Se hai visto l’indagine di Wiki Thawra uscita in queste ore, il numero di arresti di questi mesi è impressionante. Se vuoi derubare le persone della loro iniziativa, fai questo: le convinci a delegare, arresti chiunque non sia d’accordo, e ti appoggi ai media compiacenti che in questi mesi non hanno fatto altro che martellare di complotti terrorizzando la gente; e se vedi che l’unica cosa che succede per strada è che la gente viene arrestata, resti a casa.

Pensi che quindi nella scarsa affluenza le campagne di boicottaggio c’entrino poco?

Il boicottaggio influisce in maniera molto marginale, e lo dico perché abbiamo già visto in passato che non fa molta differenza. Però c’è un elemento di boicottaggio indiretto, perché il discorso che facevo poco fa vale per le persone più vecchie, ma nei giovani, che sono una buona metà del paese, anche in quelli che non sono direttamente coinvolti nella rivoluzione, c’è un senso di alienazione molto forte rispetto a quello che è successo negli ultimi mesi – non è la loro retorica, non è il loro progetto, è come se stesse accadendo senza di loro. In un certo senso, più che la risposta a una chiamata al boicottaggio, è un boicottaggio spontaneo.

Nei paesi da cui si osserva l’Egitto si tende a vedere la rivoluzione come un percorso lineare che si è interrotto, tornando indietro, al punto di partenza. A me sembra più una specie di percorso ciclico, in cui definire il fallimento o la tappa a cui si è arrivati è più complesso.

Sono d’accordo sul fatto che non si tratti affatto di un percorso lineare. E per come la vedo io, si sta dimostrando un percorso a spirale: ad ogni giro si torna al punto di partenza, ma ogni volta si intensifica e diventa più duro. La repressione e la brutalità sono molto più intense oggi che ai tempi di Mubarak. E anche la disillusione delle persone, per quello in cui avevano creduto, E anche, trovo, si intensificano le dimostrazioni di quella che chiamo la stupidità casuale dello stato, diventano sempre più appariscenti. Credo che stiamo vivendo in una spirale che va restringendosi, e questo significa che dovrà arrivare a un momento esplosivo. Tutto accade molto in fretta, adesso praticamente non abbiamo una vita politica, ma non è detto che ci vogliano anni per ottenerla; Morsi è stato consumato dall’opinione pubblica in meno di un anno, non so quanto ci vorrà per Sisi perché il suo caso è diverso, e quanto ad essere armati, lo stato lo è formalmente e ufficialmente. Quello che penso è che stavolta anche chi si opporrà a loro sarà armato. Il guaio dell’interpretazione che si può dare solo guardando le strade è che se da una parte gli arresti, le minacce e la paura fanno restare le persone a casa, dall’altra le stanno anche radicalizzando, soprattutto fra gli islamisti; chi era più moderato adesso prova simpatia per tutti gli oppositori politici sotto repressione, e si sposta dal centro verso i margini, si indurisce. E il paese, dopo tre anni, sta nuotando nelle armi. Abbiamo confini porosi, e ci sono armi dove prima non ne avevamo mai viste. Quando la violenza accadrà, sarà terribile.

Lo vedi come un momento inevitabile?

Si può evitare solo se Sisi, una settimana dopo essere stato eletto, fa un discorso chiaro: per prima cosa, questa è la nostra road map economica verso una prospettiva sostenibile per le persone, il che significa che faremo questo per i posti di lavoro, questo per l’istruzione e questo per l’assistenza sanitaria, in modo da fornire una rete di salvataggio per tante persone che stanno vivendo tempi terribili. Inoltre, dovrebbe invitare tutte le parti a un tavolo di riconciliazione, revocare la legge anti-manifestazioni e liberare tutti i prigionieri politici. Non solo questo gli permetterebbe di evitare lo scontro diretto, ma potrebbe perfino riuscirgli di rimettere insieme il paese. Sicuramente si trova nella posizione per farlo, così come lo era Morsi all’inizio del suo mandato. Ma temo che nessuno di questi due uomini abbia la visione, l’immaginazione e la generosità di spirito che ci vogliono.

Nella recente conferenza della coalizione rivoluzionaria che fa capo al movimento 6 aprile è stata messa la condanna del massacro al sit-in dei Fratelli Musulmani a Rabaa come elemento essenziale per proseguire la rivoluzione. Sarah Carr, spiegando il suo boicottaggio delle elezioni in questi giorni, ha detto che per lei Rabaa è la linea rossa dei diritti umani, che se non vengono rispettati quelli di tutti, nessuno è al sicuro, e per questa ragione non poteva sentirsi rappresentata da nessun candidato. Ma ci sono voluti dieci mesi, e lo stesso Sabbahi è stato troppo tollerante sulla strage.

Sabbahi non l’ha condonata, ha detto, come pensavano in tanti dopo le testimonianze di uccisioni da parte dei Fratelli Musulmani nel quartiere, che il sit-in andava sciolto. Ha detto che non si aspettava che sarebbe stato sgomberato in quel modo, e che non lo avrebbe mai voluto, e lo so, lo so.. E’ un politico. All’epoca dei sit-in di Rabaa e Nahda, tanti attivisti, fra cui anche mio nipote Alaa Abdel Fattah, hanno raccolto testimonianze a Nahda di famiglie i cui figli erano stati uccisi dai Fratelli Musulmani, e per questa ragione pensavano che andasse sciolto, ma non hanno mai evocato lo sgombero violento, e hanno condannato le violenze contro i manifestanti fin dalla strage alla Guardia Repubblicana. Tutti i rivoluzionari hanno condannato la strage di Rabaa immediatamente, solo che le loro voci sono annegate. Non dimenticare che se le loro voci sono scomparse, è perché in quel momento, invece, alcune figure molto importanti della rivoluzione, più anziane e autorevoli, hanno preso le parti dell’esercito. Personaggi che avevano rappresentato un’opposizione molto lunga e onorevole a Mubarak, hanno di fatto difeso i massacri – personaggi molto importanti della sinistra egiziana. E’ stata una vergogna enorme, uno scandalo, e forse una delle cose più tristi che ci siano successe in questi tre anni.

E’ una macchia molto difficile da lavare via…

Non potrà MAI essere lavata.

In queste ore stiamo ricevendo poche notizie dagli altri governatorati, dove gli attivisti fanno campagna da anni per una maggiore alfabetizzazione. Cosa pensi stia succedendo nei villaggi, dove la dipendenza dal potere locale è molto forte?

L’alfabetizzazione è importantissima, ma a volte svia da una verità molto più profonda. Se una persona non sa come mettere da mangiare in tavola, o vive nel terrore che qualcuno della sua famiglia si ammali, e sa che i suoi figli non avranno mai una buona istruzione, se non sa come sopravvivere, cosa se ne fa dell’alfabetizzazione? L’unico modo perché possano conquistarla è che questo porti con sé condizioni di vita migliori, oppure dare loro un tale miglioramento economico che lo spazio progettuale che si apre abbiano voglia di dedicarlo ad istruirsi. Spesso si confonde il saper leggere e scrivere con l’informazione e la capacità analitica. Queste persone sanno benissimo cosa succede, sanno come procurarsi informazioni, e capiscono molto bene, anche quando non sanno leggere. Ma come si pensa possano fare progetti se sono in balia della povertà al punto da non sapere cosa sarà di loro domani?

Mi piacerebbe sapere cosa pensi delle giovani donne della rivoluzione; sembra che abbiano ereditato da voi i geni della battaglia, e ciascuna di loro sembra possedere talenti e forza infiniti. Cosa sarà di loro qui secondo te?

Le particolari giovani donne a cui ti riferisci credo che se la caveranno. Intendo che se la caveranno nella vita, nel lavoro, nell’amore, proprio perché sono combattenti, hanno tanto talento e poi perché oggettivamente appartengono a una classe sociale diversa da quella di cui parlavamo poco fa, e hanno portato sulle spalle una grossa parte del peso della rivoluzione. Detto questo, se la caveranno se sopravvivono. E se la rivoluzione fallisce, se non siamo in grado di dare un corso diverso al paese, saranno deluse per tutta la vita. Mahienour è in prigione, adesso, Nazly Hussein è stata incarcerata e poi liberata, e fra gli arresti fatti fra i Fratelli Musulmani, molti sono di donne, anche giovanissime.

Il movimento femminista in Egitto ha una tradizione molto forte e molto particolare, pensi che possa procedere parallelamente anche a un regime militare, anche senza rivoluzione?

Be’, qualche paradosso storico di questo lo abbiamo già visto: parte delle conquiste delle donne in Egitto si devono stranamente alla moglie di Mubarak, Suzanne, che voleva passare per una paladina dei diritti delle donne, e ha fatto approvare qualche legge decente e ha fatto diverse cose per facilitarli e renderli popolari. Bisogna anche ricordare che nei primissimi giorni della rivoluzione, il movimento femminista aveva fatto una scelta di integrazione assoluta, dieci associazioni femministe avevano firmato una dichiarazione pubblica in cui dicevano di partecipare alla rivoluzione come cittadine per battersi contro ogni discriminazione, non solo quella di genere, ma anche di etnia, colore, preferenza sessuale, ceto e istruzione, e io ho appoggiato fortemente quella scelta, l’ho trovata molto saggia. E in un secondo momento, quando a Tahrir abbiamo cominciato ad avere delle aggressioni sessuali alle donne, chiaramente organizzate e chiaramente politiche anche se sicuramente poggiavano su un residuo culturale drammatico, la scelta delle associazioni di documentazione e di difesa e di servizio d’ordine – Tahrir Bodyguard, Opantish, HarassMap – è stata volutamente quella di essere composta sia di donne che di uomini, una scelta che ha contribuito a cambiare molto rapidamente l’atteggiamento sulle violenze sessuali. La differenza rispetto al passato è chiara con un esempio del 2005, quando sotto Mubarak, una giornalista, Nadia, venne violentata e divenne una cause celèbre, il marito la lasciò, lei si ammalò e morì, e per me lei è stata la sintesi assoluta di cosa vuol dire essere costrette alla vergogna e interiorizzare la violenza subita, un punto che la rivoluzione ha completamente superato, fino a vedere donne vittime di violenza che andavano in televisione a parlare nei dettagli di quello gli era stato fatto, con i loro mariti seduti accanto. Aggiungo un’ultima cosa: questa possibilità per le donne di riuscire finalmente a parlare della violenza sessuale come di un crimine commesso contro di loro, e non qualcosa di cui sono in parte responsabili e che va celato dal silenzio, ha messo anche molti uomini nella condizione di parlarne. E per la prima volta solo adesso cominciamo a ricevere testimonianze di uomini e ragazzi che raccontano le violenze sessuali che hanno subito loro, per esempio dalla polizia o in carcere. Abbiamo sempre saputo che accadeva – un uomo a cui hanno violentato il figlio in un mese di carcere mi ha detto che avrebbe preferito che fosse morto, perché stava tutto il giorno a letto, non esisteva più, era come se fosse già morto. Adesso invece i ragazzi ci scrivono, ci raccontanto, e riescono a rimettere la vergogna addosso a chi appartiene, a chi ha fatto loro questo. Quello che la rivoluzione ha fatto è stato dimostrare che proteggere i diritti delle donne significa diritti migliori per tutti, non solo per le donne, e questo ha un’origine storica nel movimento femminista egiziano, che è sempre, sempre stato portato avanti insieme agli uomini che lo appoggiavano.

Tu sei un ponte fra il Cairo e il mondo anglosassone, tuo marito era inglese, sei tornata a vivere qui dopo tanti anni a Londra, scrivi per il Guardian, quindi forse puoi dirci come interpreti quello che sembra un calo di attenzione internazionale nei confronti dell’Egitto, e se c’è qualcosa che noi europei non stiamo capendo di quello che succede qui.

No, è naturale che ci sia un atteggiamento più cauto, perché l’Egitto si sta comportando davvero in maniera incomprensibile. E sai, l’Egitto ha illuminato il mondo, ha fatto una cosa straordinaria che il mondo si è preso a cuore, e poi lo ha terribilmente deluso. E io sono convinta che Tahrir sia stata quello che è stata perché non era solo nostra, era qualcosa che tutti stavano aspettando, anche per se stessi, quindi la delusione è ancora più atroce. Tahrir, ne sono convinta, non è solo egiziana ma parte di un movimento internazionale che esiste davvero. E passare da quello a… questo… beh. E poi, per capire davvero quello che sta succedendo bisogna seguire ogni passo, ogni giorno conoscere tutti i dettagli, per capire cosa significa che uno come Ibrahim Mahlab è stato messo a fare il primo ministro bisogna conoscere il contesto, e chi ha il tempo di occuparsi dell’Egitto tutto il giorno? Di conoscere ogni pezzo che viene spostato sulla scacchiera? Ma io la percepisco anche come una delusione affettuosa, un’attesa, una sospensione del giudizio. Come se gli europei e gli americani stessero pensando, siete matti, fateci sapere quando l’avrete finita con questa follia, quando vi riprenderete, noi siamo qui. E io la trovo una cosa molto gentile, perché non prenderci sul serio adesso significherebbe non prendere sul serio neanche il 25 gennaio. Perciò immagino che ci stiano guardando rotolarci nel fango e stiano aspettando che ci passi la crisi di nervi. Mi verrebbe da dire, grazie.

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